Le 10 migliori canzoni dei Franz Ferdinand secondo lo staff di NoisyRoad

by NoisyRoad Staff

Martina: Stand On The Horizon

Io ho una palese fissa per il suolo scozzese. Sto aspettando solo di avere il tempo e i soldi necessari e poi andrò a conquistarlo. In attesa di fronteggiare le coste rocciose nei pressi di Newcastle, citate nel brano in questione, vi spiego il perché di questa scelta. Partiamo dal presupposto che io ami questa band, che su instagram io mi chiami come un loro B-side, e che una delle poche canzoni che so suonare sia loro. Consideriamo anche che “Right Thoughts, Right Words, Right Action” sia uno dei miei album preferiti (e che “Always Ascending” per me non abbia retto il confronto con i lavori precedenti). Fra il 2013 ed il 2015 li ascoltavo tantissimo, ma fino a qualche tempo prima per me erano “i tizi di Michael ai tempi di Top of the Pops”. Poi hanno avuto l’upgrade nel mio cuore. Scegliere un brano per parlare di loro è difficile.
Principalmente mi rivedo nell’io narrante di Stand On the Horizon, orgoglioso e crudele. La voce che lo chiama è il Mare del Nord. Lo invita ad andare incontro alle sue fredde acque, ed è un particolare creepy perché suona più come richiamo della morte piuttosto che come una simpatica gita in barca. Nella terza strofa c’è un riferimento a Marsden Rock, raffigurato sulla copertina del singolo. E’ un arco naturale che sta crollando, metafora dell’esistenza di tutte le cose, destinate ad avere una fine anche quando sono fatte letteralmente di roccia. I versi a cui sono più affezionata cantano The North Sea shaking all that we know / To make us see the point of living is to live”. E ho detto tutto, ragà. Ditemi voi se non hanno racchiuso una lezione che s’impara con anni di esperienza in due frasi semplici semplici.
Lo stesso Alex Kapranos ha definito il brano “optimistic pessimist”, atmosfera resa anche a livello strumentale. I riff sono melanconici, bilanciati dalla batteria e dalle voci, dando l’idea di un dialogo interiore vivace. Gioca un ruolo importante il basso, rispetto ad altri pezzi nei quali rimane sullo sfondo. E’ impossibile non ricordare Stand On the Horizon quando si parla dei Franz Ferdinand, secondo me andrebbe inserito in un ipotetico Greatest Hits.

 

Chiara/Charlie: Evil Eye

Sarò scontata, lo so, ma questa canzone è la mia preferita dei Franz Ferdinand. Sarà che questa canzone ha fatto parte di un periodo molto bello della mia vita, sarà che è dissacrante, ma il suo significato seppur sempre mi affascina ogni volta. Evil Eye (non serve nemmeno dirlo) è l’occhio del diavolo/il malocchio, quell’occhio che poco coscientemente poche estati fa fu rappresentato su tutte le scarpe/accessori firmati da Chiara Ferragni. Il cantante della band Alex Kapranos, essendo mezzo greco da parte di padre, ha imparato le tradizioni e le superstizioni di un popolo del Mediterraneo che crede negli spiriti, nelle forze soprannaturali e nel malocchio, appunto. In questa canzone le strimpellate un po’ da vecchio film horror anni ’70, così come le tastiere e i synth usati, vengono arricchite da un video, anch’esso dal gusto vintage grottesco, che raccoglie spezzoni di scene di film trash di questo genere cinematografico. Tra vermi che strisciano, lavandini che zampillano sangue e arti tagliati di netto, il testo racconta come Alex (o chi per lui) sia la stessa persona afflitta dal malocchio, odiata al punto da dover ricevere la maledizione su richiesta, sia colui che può vedere spiriti e cose del sovrannaturale. Io dell’horror ho paura, ma so che avrei tanto voluto essere in mezzo a Kapranos e a quel corpo in carne viva durante il video.

 

Claudia: Love And Destroy

Ho da sempre associato la figura dei Franz Ferdinand più alla Russia che al Regno Unito e la colpa di questo anomalo collegamento è principalmente di una canzone: Love And Destroy. Il brano – uno dei primi partoriti dalla band e compreso nell’EP “Michael” del 2004 – si ispira ad un passo del libro Il Maestro e Margherita del sovietico Michail Bulgakov, in cui vediamo proprio Margherita sfrecciare nei cieli moscoviti a cavallo di una scopa per incontrare il Diavolo, con il quale ha fatto un patto in cui le è stato promesso di ritrovare il suo amante perduto, il Maestro. Oltremodo, anche la copertina dell’EP stesso si rifà alle figure dell’avanguardia russa. Considerando quanto mi affascini la cultura russa, quanto sia incalzante il ritmo dei brani dei Franz Ferdinand -specialmente per quanto riguarda i loro primi lavori-, e quanto accattivante sia la scrittura dei loro testi, era pressoché impossibile che questo pezzo non mi restasse impresso nella memoria per anni. Ed a quanto pare, non sono l’unica a non essere in grado di scordarmene: gli stessi Franz Ferdinand nel 2013 durante la loro live session ai Konk Studios, hanno riesumato la canzone per inserirla nel loro Right Notes, Right Words, Wrong Order.
Mi sento di dire che Love And Destroy è l’esempio di come i Franz Ferdinand riescano ad inserire riferimenti non scontati (alla letteratura, ad esempio, come in questo caso) nelle loro canzoni, rendendo estremamente raffinato il loro repertorio: un motivo in più per amarli!

 

Fort: Right Action

Estate 2013. I Franz Ferdinand tornano sulla scena dopo 4 anni di silenzio: Right Action è il singolo scelto per anticipare il nuovo album – “Right Thoughts, Right Words, Right Action”.
Non solo lead single quindi, ma anche prima traccia del disco e titolo condiviso (o quasi): Right Action è l’emblema dello stato d’animo della band in questo nuovo ciclo, che si sente positiva e rigenerata dopo l’estenuante tour de force post-Tonight. Il pezzo mi colpisce subito, con il suo testo semplice, ritmo upbeat e ballabile. Dopo pochi ascolti, è già il mio inno alla spensieratezza: una canzone che sembra scritta apposta per essere ascoltata in macchina, con i finestrini abbassati, in un caldo sabato pomeriggio.
Non avevo mai ascoltato in modo approfondito i Franz Ferdinand, conoscevo i singoli storici e poco di più, senza aver mai prestato attenzione agli album. “Right Thoughts, Right Words, Right Action” invece mi ha preso al momento giusto – avevo “scoperto” l’indie da pochi anni ed ero particolarmente attento alle nuove uscite in un anno (2013) che si è rivelato poi essere spettacolare – forse il migliore della decade – per quanto riguarda il genere. Non sarà la loro più famosa, la più tecnicamente complicata, o la più ricca di significato – ma Right Action è la canzone che mi ha fatto riscoprire i Franz facendomi innamorare di quell’album, e quella che mi mette più di buon umore, ogni singola volta che l’ascolto. E questa è l’unica cosa che conta.

 

Alessia: Jacqueline

Gli accordi soffici, la voce seducente di Alex, la storia di una giovane donna; la linea di basso, il cantato graffiato e graffiante, l’amarezza del rifiuto: così si apre “Franz Ferdinand”, il primo capitolo in studio della band scozzese. Questa canzone dice due cose essenziali riguardo ai Franz Ferdinand: uno, Alex & friends non la toccano piano quando si tratta di aprire le danze del loro debut album; due, le fonti di ispirazione del gruppo sono alquanto strane e contorte. Jacqueline, infatti, parla dell’incontro tra un’amica del frontman e Ivor Cutler, cantautore e musa ispiratrice di Kapranos. L’interesse dell’eccentrico personaggio scozzese nei confronti della ragazza (e la grande differenza d’età) porta ad un quanto imbarazzante rifiuto. “Perchè dovrei essere minimamente interessata a te?”, chiede lei. “Mi consideri solo un vecchio, ma io ti guardo con gli stessi occhi che avevo da ragazzo”, risponde lui. Da qui il testo, nonché la mia parte preferita, del famoso brano:

“Sometimes these eyes forget the face they’re peering from
When the face they peer upon
Well, you know that face as I do
And how in the return of the gaze
She can return you the face that you are staring from.”

Ispirazione a parte, di Jacqueline mi piace la potenza, la carica, l’energia che ti fa saltare sul letto e camminare a testa alta. Mi piace perché mi coccola con la sua dolcezza iniziale e poi mi strapazza contro il muro dopo la linea di basso. Ma, sopratutto, mi piace perché, così come la sua protagonista, mi inganna: “questa è l’ultima volta che l’ascolto”, mi dico prima di schiacciare play per la ventesima.

 

Gaia: Goodbye Lovers And Friends

Questa canzone dei Franz Ferdinand è perfetta da inizio a fine. Ho sempre trovato molto strano che la suonassero alla fine dei concerti. Per un periodo, pensavo che fosse un addio della band, che fosse quasi un addio finale da loro per i fan, il loro modo per dire che basta, “this really is the end”. Totalmente diversa da tutte le altre canzoni di “Right Thoughts, Right Words, Right Action“, con i suoi toni smorzati che contrastano con il resto dell’album, sembra quasi l’ultima lettera scritta prima di un suicidio. In questa lettera, scritta molto lucidamente, la persona in questione chiede di ricordarlo esattamente com’era, senza idealizzarlo dopo la sua morte:

“Don’t get inventory
Don’t fake our memory
Don’t give me virtues that I never had
Don’t get sychophantal
We never were sentimental
I know that I took more than I ever gave”

Ammette di non essere stato una buona persona, ed è esattamente così che vuole essere ricordato. Non ha bisogno di venire perdonato, solo di essere ricordato. Con questa richiesta, dice il suo addio finale a tutti coloro a cui ha voluto bene e che gli hanno voluto bene, chiedendogli di non suonare musica pop al suo funerale, di non portare fiori, di non vestirsi con colori sgargianti e di non scrivere poesie sdolcinate, perché non lo rappresentano.E, dopo aver detto tutto ciò che voleva dire, un ultimo addio:

“So goodbye lovers  and friends
It’s so sad to leave you
When  they lie and say
“This is not the end”
You can laugh as if
We’re still together
But this really is the end”

Sipario.

 

Maria Vittoria: Do You Want To

Andiamo a ritroso, partiamo dal video. Solo il video contiene alcune delle mie cose preferite: Kapranos, le magliette a righe, gli skinny neri, bicchieri colmi di vino, gli zigomi alti dei protagonisti, una mostra di arte contemporanea. Era il 2005, i Franz Ferdinand, un quartetto proveniente dagli anfratti di Glasgow si stava già prepotentemente facendo largo a colpi di chitarra all’interno della scena indie britannica, finchè non pubblicarono “You Could Have It So Much Better” (che, come il video soprastante, apprezzo anche per la copertina velatamente rimandante ai poster dell’era sovietica), che li consacrò all’idolatria indie e con cui furono destinati a diventare dei riempipista durante le serate alternative. Il pezzo non fu solo la punta di diamante del disco, ma di un intero genere musicale. Un pezzo sbruffone, sexy, sfacciato, accativante, cazzone, divertente, spensierato sia nelle sonorità che nei testi. L’attacco è sufficiente a spiegare quello che intendo: “When I woke up tonight I said I’m / going to make somebody love me / I’m going to make somebody love me / Now I know / I know it’s you / You’re lucky lucky you’re so lucky”.
La canzone straborda di un’energia tutta propria, sembra essere una sfida, un affronto nei confronti dell’ascoltatore che non può che arrendersi e assorbire a pieni orecchi la carica esplosiva del riff di chitarra, sporco e fatto grattare nel modo giusto, e che nel bridge e nel finale diventa talmente basso e trascinante che non si vorrebbe mai finisse. Tutti questi ingredienti segreti la rendono irresistibile, è quella traccia che potrei ascoltare 50 volte di seguito e non mi stancherebbe mai, quella sempre in alto nella playlist delle canzoni più ascoltate del fedelissimo ipod costantemente in tasca, anche perché ogni volta che parte mi fa comparire un sorrisetto complice, mi è difficile tenere fermi testa, mani e piedi, ed è tra le poche ad farmi sentire addosso una sorta di senso di onnipotenza in soli 5 secondi. La perfetta sveglia, il perfetto indie anthem, la perfetta dose di sicurezza e allegria mattutina in endovena per conquistare il mondo.

 

Jacopo: Take Me Out

Non essendo particolarmente ferrato su Kapranos e Co., mi butto sul mainstream. Take Me Out. Un pezzo che è diventato un vero e proprio inno nel panorama indie ed alternative di questo secolo. Il pezzo che molto probabilmente ha contribuito di più a portarli dove sono ora, in arene piene e in cima alle line-up dei più importanti festival. Un riff inconfondibile che sfocia in una vera e propria marcia esplosiva, sopra la quale Alex discute animatamente e quasi allegramente con un’ipotetica partner. E quale modo migliore di farlo se non con un ritmo incessante mentre si salta su e giù come se non ci fosse un domani?

Non serve aggiungere altro.

 

Jack: The Fallen

Ouverture di “You Could Have It So Much Better” e quindi primo testimone della conferma di un secondo album all’altezza del precedente debutto omonimo per la band made in Glasgow, The Fallen appariva allora, nell’epoca in cui i dischi fisici andavano ancora tranquillamente in bici sulle curve del mercato e pochi pionieri si scambiavano le canzoni tra i loro Motorola via Bluetooth, come uno di quei brani che non aspettavano nemmeno che la cara e vecchia plastica avvolgente venisse strappata dal CD: di sonoro impatto, due chitarre avversarie intrecciate lungo il ritmo scandito dalla batteria attestavano il ritorno dei Franz Ferdinand prima ancora di premere play sullo stereo. Dissacrante rock’n’roll con rivisitazioni e riferimenti dal duplice significato stile Monty Python nel ‘79, tratta, a grossissime linee, di una mezza figura spirituale, una sorta di simpatico profeta che gira in limousine “benzinato” a champagne, incurante delle catene di supermercati che gli danno la caccia (diciamo che è complicato, sì, ma c’è anche un significato ben più profondo nascosto negli ultimi versi). In sintesi, un ritorno in scena stracolmo di determinazione per quello che ormai era diventato l’affermato sound rapido e spavaldo dei Franz Ferdinand.

 

Silvia: Ulysses

Estate del 2015. Una monografia sul viaggio di ritorno di Ulisse da Omero a Luigi Santucci ormai consunta da mani, da penne colorate e dalla colla dei post-it riposava su un letto di cancellature, tracce di una battaglia interiore che avrebbe inaugurato il mio soggiorno milanese. Anch’io, stanca di ascoltare la voce immortale degli aedi, mi inabissavo cullata dal canto di sirene modeste, e mi ricordai che anche nel primo singolo di “Tonight” (Domino, 2009) dei Franz Ferdinand c’era un legame con l’ipotesto, seppur allentato. Questo Ulisse contemporaneo non è nient’altro che un britannico sbattuto dalle onde di birra in un pub, invogliato con un tenero richiamo da un essere sinistro, la stessa mente del narratore. Penso a Dante, che narrò dell’impazienza dell’eroe di Itaca di intraprendere nuove rotte per placare la sua sete di conoscenza: qui si parla di un viaggio di traviamento e di euforia sintetica, segnato da un crescendo di beat, prima paragonabili a semplici passi, poi a un gorgo marino. No Lexo, non sei Ulisse, non è la nave che ti manca, ma la sicurezza di un approdo.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua