Postcards from Turin: 10 nomi più e meno noti del panorama musicale torinese

by Marzia Barbierato

Torino è la mia città, ed è una delle mie città italiane preferite. È architettonicamente elegante, umanamente variegata e mondanamente vivace. Musicalmente ha, negli anni ’80 e ’90, dato i natali ai nazionalpopolari Subsonica, Statuto e Linea 77. Attualmente è la città di adozione di Levante e la terra natale di Willie Peyote, che non perde mai l’occasione di sottolineare il proprio legame con la capitale sabauda. È anche il luogo dove è nata INRI, una delle etichette indie più importanti del momento (insieme alla romana Bomba Dischi e a La Tempesta di Pordenone), che ha sfornato i dischi della già citata Levante, Lemandorle, Ex-Otago, Elso e molti altri.

La scena musicale è florida e in continua espansione: la città, con i suoi numerosi locali che propongono musica dal vivo, i concorsi giovanili gratuiti e i moltissimi festival nella metropoli e in provincia, fornisce terreno fertile per far fiorire band e artisti di tutti i generi musicali. Ecco un elenco di 10 musicisti/band torinesi che valgono (almeno) un ascolto, divisi in due categorie: gli “astri nascenti”, prodotti da etichette affermate e che già vantano concerti sold out e/o partecipazioni a festival importanti, e le “nuove promesse”, i super emergenti scovati ai live nei locali underground del centro.

Astri nascenti:

Willie Peyote
È l’headliner della scena attuale torinese, ormai conosciuto in tutta Italia (le date del tour di presentazione dell’ultimo album, “La Sindrome di Tôret” sono andate quasi tutte sold out in pochi giorni). Rapper atipico e cantautore non convenzionale si colloca in un genere tutto suo: si autodefinisce “nichilista, torinese e disoccupato, perché dire cantautore fa subito festa dell’Unità e dire rapper fa subito bimbominkia”. Che siano su basi elettroniche spinte o su basi strumentali rock con influenze vagamente jazz e funk, i suoi testi sono sempre caratterizzati da una vena politica e polemica che divide: o lo si ama per le rime sagaci e le osservazioni taglienti sullo spaccato della nostra società, o lo si odia per il tono arrogante e provocatorio.
Dal vivo rende molto, affiancato da una band di musicisti (a volte completa anche di fiati) e da Kavah o Frank Sativa che gli producono le basi, sa rapire il pubblico con la sua figura irrequieta e dinoccolata che salta sul palco con inattesa energia.
Quest’estate ha in programma la partecipazione, a diversi festival grossi, tra cui, oltre ai già passati MiAmi e Sherwood, il Flower Festival e lo Sziget.

 

Bianco
Accordi indie da manuale e melodie orecchiabili, Alberto Bianco è un cantautore trentenne torinese, cresciuto ascoltando Mark Lanegan e Tre Allegri Ragazzi Morti, che racconta storie di vita quotidiana con leggerezza e spontaneità. Esordisce nel 2011 con “Nostalgina”, primo disco prodotto da INRI, e presto calca i palchi aprendo i concerti di Niccolò Fabi, Linea 77, Dente, Le luci della centrale elettrica, Noah And The Whale, e White Lies. Successivamente collabora nella produzione artistica dell’album d’esordio di Levante, con la quale incide una canzone, Corri Corri. Ora, al suo quarto album, pubblicato nel gennaio 2018 e intitolato per l’appunto “Quattro”, canta della ricerca di identità, della fatica di diventare grandi e della difficoltà di trovare un equilibrio.
Felice è il primo singolo estratto dall’album, e il suo video è un montaggio di spot televisivi finlandesi degli anni ’80.

 

Eugenio in Via di Gioia
Ironici, scanzonati e dalle influenze folk, gli “Eugeni” (Eugenio Cesaro, Emanuele Via e Paolo Di Gioia), nascono a Torino nel 2012 e pubblicano il primo disco, “Lorenzo Federici”, nel 2014. Musica divertente e spensierata ma con testi intelligenti e riflessivi. Il secondo album, “Tutti su per terra”, del 2017, mostra una maggiore maturità atistica, si allontana dalle musicalità nu-folk e, sempre con ironia e giochi di parole, racconta la deriva disastrosa che sta prendendo la relazione tra gli essri umani e la Terra. Nel disco c’è anche una collaborazione con Willie Peyote, con cui hanno registrato il brano Selezione Naturale.
Live sono sempre simpatici e divertenti, che siano in uno dei loro concerti spontanei in piazza (che loro chiamano “raduni”), o sul palco del Magnolia.

 

Indianizer
Psichedelica, vorticosa, ancestrale e “tropicale”, la musica degli Indianizer è un viaggio allucinogeno che ricorda i Django Django e i Tame Impala in salsa sudamericaneggiante. Le voci riecheggianti e i suoni elettronici evocano universi sconosciuti e viaggi interstellari arricchiti dalle influenze esotiche di una world music cosmica. Il progetto nasce nel 2013 dalle menti di quattro ragazzi torinesi con il primo EP autoprodotto, “Pandas”, a cui segue “Jungle Beatnik” nel 2014 e il primo album “Neon Hawaii”, nel 2015. Lo scorso marzo è uscito “Zenith”, il secondo album della band.

 

Foxhound
Classe ’92, inizialmente quattro (ora tre), esordiscono appena ventenni nel 2012 con “Concordia”, (INRI). Cantano in inglese, su un indie-rock dalle tinte dance-pop e picchi punk-funk. Musica ballabile e piacevole, con chitarre grintose e allegre ma con una nota di malinconia celata nella voce solista e nei coretti. L’anello di congiunzione tra il primo e il secondo album (“Primavera”, del 2014), è Dejeja, un brano cantato interamente in lingua araba con un beat ipnotico dato dal sax tenore mescolato ai djembé africani, in un mix di oriente e occidente.

 

Nuove promesse:

Giulia’s Mother
I Giulia’s Mother sono due: Andrea Baileni, voce e chitarra, e Carlo Fasciano alla batteria. Nel 2016 pubblicano per INRI l’album di debutto “TRUTH”, un viaggio folk/indie/pop, con suoni morbidi e delicati e pieni allo stesso tempo, grazie agli effetti della pedaliera che armonizzano la voce e la chitarra acustica, che riesce a sopperire all’assenza del basso.
A ottobre 2017 è uscito il secondo album, “HERE”, e per promuoverlo il duo ha organizzato un tour di concerti a bordo di una zattera autocostruita, sviluppato in sei tappe, lungo il Po. Hanno aperto i concerti di Bianco, partecipato al Fringe Festival di Edimburgo e suonato nelle venue di Camden Town a Londra.

 

Lechuck
Nati con il nome di Sdeghede diversi anni fa, i Lechuck si definiscono “tre amici di Torino che suonano solo strumenti analogici, molto forte; cantano tutti e tre, a volte urlano.” È difficile dare un nome al loro genere, che deriva dall’indie rock americano di fine anni ’80 con l’influenza di band più recenti e italiane come Ministri, Soviet Soviet e Verdena. Rockit li classifica come punk, indie, emo, post-rock. Nel 2017 cambiano il nome ma non il vizio di suonare post-rock-punk-emo e urlare testi poetici e violenti allo stesso tempo, raccontando storie intimiste di legami conflittuali e ambivalenti, tra rabbia, amore e odio.
Hanno inciso due EP, “SBAM!” e “ZAP!”, concept album su Nikola Tesla, e il primo lavoro firmato con il nuovo nome: “Dovresti farlo adesso”, disco di otto brani uscito lo scorso aprile. Hanno aperto ai Fast Animals And Slow Kids e suonato al Fortissimo Festival. Dal vivo sono potenti e travolgenti, si fanno completamente assorbire dalla loro musica sprigionando un’energia furiosa che contagia il pubblico. I membri del trio, Loris Spanu (testi, basso e voce), Enrico Viarengo (chitarra e voce), Ulisse Moretti (batteria e voce), fanno parte del collettivo ed etichetta discografica Dotto, che da qualche anno si sforza di scovare e produrre progetti musicali emergenti e organizzare serate e concerti.

 

Lussac
I giovanissimi Lussac fanno un rock cupo e scuro, fatto di riverberi e sonorità che ricordano la new wave anni ’80 di Joy Division e Tears for Fear. I quattro membri del gruppo, Lorenzo De Pasquale (chitarra e voce), Peter Simoni (chitarra), Federico Salerno (basso) e Tancredi Crepax (batteria), si conoscono al liceo nel 2014 e cominciano a esibirsi nei locali del centro.
Tra il dicembre 2016 e il gennaio 2017 hanno registrato le loro prime due tracce autoprodotte: Embargo e The Reptiles.

 

The Lansbury
Si chiamano come la signora in giallo e sono un trio alternative rock, formatosi nel 2016 dall’incontro tra Davide Mura, Andrea Carenzi e Luigi De Rosa. Testi introspettivi ed ermetici, borbottati e poi urlati in un crescendo esplosivo sulle sonorità ispirate al post-rock e noise rock anni ’80-’90. Hanno all’attivo un EP e in cantiere tanti nuovi brani.

 

Vea
Vea è un’energica cantautrice che, accompagnata dal suo inseparabile ukulele, racconta con ironia e disincanto la realtà che la circonda e i conflitti di tutti i giorni. In testa ha una sbarazzina crestina blu come la cocorita illustrata sulla copertina del suo EP “Posto Fisso”, in cui narra in modo divertente e smaliziato le avventure della generazione precaria, tra improbabili richieste di clienti e angherie dei capi. Accompagnata dagli ottimi musicisti Edoardo Luparello, Simone Ferrero e Biagio Conçu fa un pop-rock venato di funk e punk.

Marzia Barbierato

Nata un anno dopo la caduta del muro di Berlino e quattro prima della morte di Kurt Cobain, sono vittima della cultura indie in tutte le sue forme: musicale, estetica, letteraria, cinematografica. Parafrasando I Cani, se la mia vita fosse un film sarebbe diretto da Wes Anderson.

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1 Comment
  • P.P.

      REPLY

    Ma... nemmeno una menzione ad Andrea Laszlo De Simone?? E' torinese ed ha pubblicato uno dei migliori album del 2017, "Uomo Donna"... dimenticanza imperdonabile.

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