Take a walk on the B-side: 10 b-side indie che non puoi non conoscere

by Renato Anelli

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Che il “lato B” di ogni cosa abbia il suo fascino è qualcosa di risaputo, basti pensare a come il mistero del lato oscuro della luna abbia catturato per centinaia di anni la fantasia di poeti, scrittori e musicisti. Allo stesso modo questo discorso vale anche per i dischi che, solo per semplice composizione fisica di essere costituiti da un piatto, sono sempre stati bilaterali. Gli amanti dei vinili conoscono bene il piacere di girare un album sull’altro lato dopo l’ascolto della prima metà. Quello che potrebbe essere considerato un inconveniente ai fruitori “moderni” di musica, il fisico atto di ruotare il disco e muovere la punta del giradischi all’inizio del secondo lato dell’album, può invece provocare una piacevole sensazione, come se si stesse voltando la pagina successiva della storia raccontataci attraverso le canzoni.

In tal senso l’industria musicale ha sempre seguito la tradizione ormai collaudata dell’uso del Lato A per includere i singoli più radio-friendly nel tentativo di aprirsi ad una fetta maggiore di pubblico, mentre il Lato B consisteva quasi sempre in brani progettati per agire come materiale supplementare, canzoni che erano reputate buone, ma non abbastanza. Tuttavia, spesso, molti brani che venivano relegati al Lato B di un 45 giri non erano meno eccitanti di quelli che erano sul Lato A. Non sempre, ovviamente, le canzoni “secondarie” avevano la stessa forza di quelle scelte per essere il singolo di successo, ma in alcuni casi, facendo il semplice gesto di girare il disco, si potevano scoprire dei tesorinascosti, delle gemme splendenti. Ed alcune volte accadeva addirittura che la canzone del Lato B diventasse più famosa, fosse più amata, di quella del Lato A. Fu così, ad esempio, con Father and son di Cat Stevens, che era sul Lato B del singolo Moon shadow. Nessuno, ad esempio, ricorda Substitute cantata da Gloria Gaynor, mentre tutti ancora oggi ballano il Lato B di quel singolo, la leggendaria I will survive. La storia è piena di Lato B che magari non sarebbero mai entrati nei circuiti radiofonici ma che sarebbero stati ugualmente capaci di entrare nei nostri cuori.

Vediamo quindi 10 brani (in ordine rigorosamente casuale) tra quelli che reputo i migliori B-sides del panorama musicale indie.

THE SMITHS – Please, Please, Please, Let Me Get What I Want

“Tutto qua?”, fu il commento dello stato maggiore della Rough Trade al termine dei centodieci secondi di Please, Please, Please, Let Me Get What I Want, “e il resto del pezzo che fine ha fatto?”. Johnny Marr sorridendo e scuotendo la testa rispose: “Non c’è! È così, concisa ed efficace. Modificarla significherebbe rovinarla”.

Nonostante lo spazientimento di Morrisey, quelli della Rough Trade proprionon sembravano capacitarsene. Com’è possibile che un brano di una tale potenza melodica possa essere bruciato in un intervallo di tempo così breve? Centodieci secondi, buona parte dei quali occupati da un assolo di mandolino. Certo, si sarebbe potuto aggiungere un’ulteriore strofa, ma a risentirne sarebbe stata l’efficacia della narrazione che invece si protrae senza interruzioni fino all’inizio della cosa strumentale, in quella che si rivela essere una preghiera per una vita migliore e per uscire dall’isolamento in cui il protagonista si era cacciato. “Penso che sia molto vicina ad essere la canzone perfetta degli Smiths e nasconderla in un lato B è stato peccaminoso. Sono dispiaciuto per questo, anche se il fatto di averla inclusa in Hatful Of Hollow può essere considerato un semi-pentimento” dichiarerà anni dopo Morrissey, parlando di quella che diventò presto una dei brani più amati e di successo della band di Manchester.

 

MUSE – Fury

Il fatto che questa canzone per poco non entrò in Absolution fa capire quanto Matt Bellamy attribuisse al brano una forte pregnanza tematica nell’economia del terzo album della band del Devon. E in effetti l’analisi del testo non fa che confermare questa previsione, permettendoci di approfondire alcune problematiche cardine dell’immaginario dei Muse. In particolare, Matt Bellamy ancora una volta si rivolge agli Stati Uniti come istituzione, colpevole di isolarsi ideologicamente non riuscendo a guardare oltre i propri confini, e schernendone l’atteggiamento auto indulgente, tronfio ed egocentrico. Invita l’America a sentirsi soddisfatta di quello che ha fatto: sta “bruciando la candela da due lati”, portandoci tutti ad una fine prematura, all’autodistruzione, con la sua economia rapace e basata sul conflitto permanente. Quelle di questo brano sono parole infuocate, al pari delle distorsioni della chitarra, (non a caso Fury è “Furia”) che confermano le posizioni fortemente critiche di Bellamy sul mondo occidentale a seguito dei fatti dell’11 Settembre. Posizioni forti che saranno centrali nello sviluppo tematico di Absolution e del successivo Black Holes and Revelation.

 

OASIS – The Masterplan

Anni fa, in un intervista ai tempi degli Oasis, Noel Gallagher dichiarò: “Con le nostre B-sides qualsiasi altro gruppo ci farebbe una carriera” e in effetti una band che può permettersi di annoverare così tante perle nel proprio elenco di Lato B non può che essere stato uno dei migliori gruppi degli ultimi decenni. Ed in effetti scegliere soltanto un brano degli Oasis per questa lista è stata un’impresa abbastanza problematica. Uscita all’ombra di Wonderwall e scritta da Noel Gallagher con una chitarra in un hotel in Giappone perché a corto di lato B da consegnare alla casa discografica per fare uscire i nuovi singoli, The Masterplan si rivelerà invece presto essere uno delle migliori creazioni della penna degli Oasis, al punto di decidere di farla nuovamente uscire come singolo soltanto qualche anno dopo alla sua prima pubblicazione. Una canzone da un potente e regale arrangiamento orchestrale che parla del destino e dell’esistenza, della vita e del vissuto, del perchè e del come. “We are all part of the masterplan” ripeterà Noel Gallagher ad ogni concerto introducendo questa canzone e noi non possiamo che domandarci cosa sarebbe successo se questa meraviglia non avesse effettivamente trovato spazio.

 

COLDPLAY – Gravity

Spesso mi ritrovo a pensare che qualunque lato B dei Coldplay prima del 2005 guarderebbe dall’alto verso il basso qualsiasi recente produzione del gruppo di Chris Martin, e Gravity (uscita in occasione del singolo Talk) ne è forse l’esempio migliore. Probabilmente la b-side la cui carica intimistica ed emozionale assume connotati di più ampio respiro, alla luce della delicatezza della musica e della dolcezza del suo testo, il quale è pronunciato quasi come un sussurro. L’atmosfera per alcuni versi toccante è di gran lunga guidata dalle linee sonore del pianoforte, che domina la scena fin dai primi secondi di esecuzione ricercando sicuramente un alto coinvolgimento emotivo. Il testo ci descrive come quando ci si senta andare giù, si riesca a sentire il cuore dell’amata/o come l’unica certezza a cui aggrapparsi e in cui confidare. Alla fine è proprio la gravità che ci tiene uniti su questa Terra, spingendoci forzatamente a ritornare ognuno dall’altra, è la gravità che “ci fa andare avanti a tutti” (“gravity pushes on everyone”). La gravità non è da intendersi solo come mera forza attrattiva universale, ma anche come prodotto genuino dell’amore, di così tale intensità da unire due persone, seppur lontane l’una dall’altra, in un unico sentimento, l’amore, visto come legame che non, come la forza di gravità, non può essere spezzato.

 

BEN HOWARD – Depht Over Distance         

Impressionante come un brano del genere, probabilmente uno dei migliori del cantautore londinese, sia stato fatto uscire soltanto all’ombra del singolo Keep Your Head Up. Ciò che colpisce immediatamente è l’abilità tecnica di Ben Howard: chitarrista mancino che fa del fingerpicking la sua arma migliore e delle accordature aperte il suo habitat naturale, in questo caso, abbandonato il sound decisamente acustico, rende questo brano più scuro e introspettivo, con le chitarre acustiche ed elettriche che si fondono in un concerto di voci ed echi lontani, anticipando quello che sarà lo stile dell’album successivo I Forget Where you Were. Un brano meraviglioso che, paragonando la relazione amorosa ad un albero, descrive l’importanza di avere radici profonde per poter mantenere un rapporto a distanza e superare le difficoltà e che è capace di entrare dentro chiunque fin dal primo ascolto.

 

RADIOHEAD – Talk Show Host

Apparso inizialmente come B-sides di Street Spirit questo brano rappresenta senza dubbio uno delle migliori tracce dei Radiohead, al punto che ci si è sempre chiesti come mai sia stato relegato ad una semplice canzone di supporto ad un singolo di successo. Con pochi versi viene descritta la corruzione di un’anima persa attraverso la propria narrazione di eventi: se i primi versi descrivono qualcuno che sta lottando con sé stesso, implorando di essere un’altra persona rispetto a quella che si è già, le ultime righe mostrano, invece, la rinuncia alla speranza, con la perdita di fatto dell’anima del protagonista ed il suo nascondersi dietro una porta in attesa che questa venga abbattuta. Rilasciata successivamente tra le soundtrack del film Romeo and Juliet, questo brano rappresenta sicuramente una prima ricerca di nuove sonorità, più congeniali allo stile del gruppo, che anticiparono poi l’uscita dell’acclamato OK Computer, che si spinse la band verso generi più sperimentali come il rock progressivo e l’elettronica.

 

THE KILLERS – Daddy’s Eyes

Registrata durante le sessione per Sam’s Town, questa canzone venne fatta uscire soltanto come B-sides per il singolo Bones per poi apparire successivamente nella compilation del 2007, Sawdust. Rispetto allo stile che ne ha caratterizzato gli esordi, questo brano ha sicuramente un’anima più legata al suono esplosivo della chitarra di Dave Keuning piuttosto che ai synth di Brandon Flowers. Proprio quest’ultimo presta quindi la voce ad un padre che ha tradito la moglie e che si ritrova a spiegare la dolorosa situazione al figlio, cercando di scusarsi e sperando che un giorno il bambino dai “daddy eye’s” possa capirlo e perdonarlo.

 

DAUGHTERS – Smoke

Tormentato, inquieto, inteso, cupo: si può definire in molti modi l’esordio dei Daughter. E sicuramente non è da meno il lato B di quello che forse è stato il singolo che più di tutti li ha fatti conoscere ad un bacino di pubblico più vasto, Youth. La giovane Elena Tonra è capace di scavare nelle zone più recondite dell’animo e affrontare a viso aperto quelle angosce esistenziali che spesso, nel corso della vita, ci si ritrova a dover affrontare. Un viaggio interiore tanto coraggioso da intraprendere, quanto liberatorio una volta giunto alla conclusione. Come tutte i brani dei Daughter anche Smoke, che ha diversi richiami al tema dei disturbi da stress post-trumatico, ha come al solito più chiavi di lettura: la prima è quella riguardante la sfera più personale e intima dell’autrice, mentre la seconda è l’elaborazione individuale che ognuno può dare ai versi delle canzoni, che restano avvolte sempre da un certo alone di mistero, mettendo in luce l’universalità delle sensazioni, umori e passioni affrontate.

 

THE STROKES – Modern Girls & Old Fashion Men

È un peccato che non abbiano fatto un intero album insieme”. Così recita uno dei commenti principali sotto al video su YouTube di Modern Girls & Old Fashion Men, collaborazione tra gli Strokes e Regina Spektor uscita come lato B del celebre singolo Reptilia. E non potrei non essere d’accordo. Su un tappeto di chitarre e di batteria le due voci di Julian Casablancas e Regina Spektor si fondono e si alternano in un crescendo che li accompagnerà fino alla fine del brano. Probabilmente il segreto di questo brano sta proprio nei due differenti registri vocali che caratterizzano i due artisti e che rendono questo brano una piccola perla nella discografia di uno dei gruppi più importanti della scena indie.

 

ARCTIC MONKEYS – Despair In The Departure Lounge

Apparsa sul singolo di Fluorescent Adolescent, questa piccola perla è diventata presto uno dei pezzi preferiti dai fan ed uno dei brani giovanili a cui Alex Turner resta più affezionato. Pur apprezzando particolarmente la recente evoluzione stilistica della band di Sheffield, ascoltando questa canzone mi chiedo sempre come mai le loro nuove produzioni non riescano più a catturare questo tipo di intensità nonostante uno stile minimale. Su una base quasi grezza di chitarra Alex Turner usa un numero relativamente basso di parole per descrivere sentimenti e situazioni del tutto disarmati, catturando perfettamente il modo in cui ci si sente quando ci si separa da qualcuno che si ama. In particolare, i versi “the thought comes closely followed by the fear, and the thought of it makes you feel a bit ill” parlano a chiunque abbia rotto con qualcuno che amava veramente e che ora soffre di quella scossa ansiosa di paura nel momento in cui si insinua nella mente il pensiero di tutto ciò che si è perduto e non si ha più. Il timore di essere dimenticati dopo una rottura o una lontananza è qualcosa che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita, ma la capacità di catturare 3 minuti scarsi l’essenza di un sentimento che ci rende così vulnerabili è qualcosa che sicuramente in pochi hanno.

 

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Renato Anelli

Suono in conservatorio. Ma non mi aprono mai.

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