Albert Hammond Jr. @ Magnolia: “Where will we go? I don’t Care!”

by Riccardo Martinelli

Armato di blue jeans abbastanza stretti e degni della serata, sono andato a godermi nella verde e felice location del Magnolia uno dei sorrisi più influenti della musica indie-rock, qui per la sua unica data italiana, Albert Hammond Jr, cantautore e membro dei The Strokes.
Sorriso influente in quanto contagioso e linfa vitale sul palco per creare una particolare sinergia col pubblico e influente in quanto, con la sua carriera da chitarrista nella band newyorkese, ha influenzato in modo particolare i gruppi che hanno aderito a quel genere come mezzo comunicativo. E un po’ stile di vita.
Lo troviamo in viaggio per il tour del suo ultimo album “Francis Trouble”, uscito il 9 marzo di quest’anno e che ho recensito qualche mese fa. Un lavoro profondo e viscerale per l’artista stesso che si è trovato a dover affrontare un “duro incontro” con un fratello mai nato (nella recensione potrete trovare tutta la storia).

In apertura del concerto hanno suonato i Dead Visions, nuovo progetto nella dimensione degli anni ’70 capitanato da Francesco Mandelli, attore e cantante col quale ho scambiato qualche parola, sia per complimenti sia per sapere cosa stanno preparando per il futuro, affermandomi che finite le date in programma inizieranno a pensare in modo serio al primo album.

Dopo una buona mezzora di spettacolo in cui il front-man recita alla perfezione la parte dell’ ”americano”, la troupe del cantante originario di Los Angeles si precipita sul palco per preparare tutta la strumentazione e i microfoni, la situazione si rilassa dopo il rock-blues in stile The Doors, ci si prepara in serenità all’arrivo della band.

D’un tratto, noto Alber Hammond Jr. arrivare in corsetta da dietro il pubblico, col suo jeans nero stretto, converse, maglietta sgargiante e giacchetta da yankee che non può mancare e via, la corsetta prosegue fino sopra al palco. Mi giro e noto una quantità smisurata di magliette degli Strokes, che un po’ capisco e altrettanto mi dispiace.
Leggendo le interviste che hanno accompagnato sia l’album che il tour, il cantante ha sempre ribadito quanto si ritenga distaccato in questo momento dalla band che ha reso famoso il suo nome, questo progetto; questa carriera solista che è arrivata ora a 4 album è una cosa a sé, in cui lui si mette in gioco e partecipa attivamente.
Ma va beh, t-shirt a parte, l’atmosfera è molto bella, felice e sorridente come lui e attacca immediatamente con la canzone che apre il nuovo album, DvsL, dal ritmo incalzante e che alza immediatamente la temperatura.

L’immediata confidenza che concede e che si prende da parte del pubblico è quasi destabilizzante, salta tantissimo, guarda negli occhi e saluta chi sta filmando, si arrampica qua e là, succede di tutto. La questione che più colpisce è proprio la naturalezza e l’apparente rapporto di amicizia che pare decennale tra tutti noi lì sotto e lui lì sopra, immerso tra le sue canzoni e le corde della sua chitarra, a cui ha concesso pochi frammenti di solo e una canzone da solo sul palco con la sua Fender strato bianca, sempre lei.
Il concerto ripercorre un po’ tutta l’attività degli album da solista, con canzoni tratte da “Yours To Keep” e ovviamente largo spazio alle tracce che raccontano la strana storia di questo alter-ego che si sente vicino il cantante.
È all’interno di una fase più matura, sia per l’affermarsi dei cavalli di battaglia come In Transit che quasi tutto il pubblico ha cantanto, sia per l’esperienza ormai ventennale che si porta sulle spalle.
“Francis Trouble” dal vivo funziona, e tanto. Anche dall’ascolto sembra avere tracce scritte appositamente per l’esecuzione dal vivo e cosi è, poi va beh, inutile dire quanto sia importante la personalità di Alber Hammond Jr. in tutto questo, chiunque si immerge nel pubblico già alla terza canzone è sicuramente qualcuno che ci tiene davvero e che sa dove vuole arrivare all’interno di qualsiasi individuo si trovi per caso a contatto con la sua musica, la sua storia, il suo messaggio.
Il momento più intimo, dopo i vari salti con Harder, Harder, Harder e Far Away Truths, arriva con la scanzonata Tea For Two, dal significato molto denso e personale per il cantante, accompagnata nel finale da un solo di sax in questo caso riprodotto da una base.

Scendono e salutano senza aver eseguito Muted Beatings, e penso immediatamente, ma chi prendete in giro? Con il coro “one more song”, si ripresenta sul palco, con pronto un pacchetto di tre canzoni pronte da servire come atto conclusivo.
Tra tutte spicca appunto la canzone prima citata, il cui finale viene usato per radunare tutti in un unico salto e abbraccio. Salta giù tra il pubblico, si fa strada tra i vari corpi, la band spinge e sembrano aumentare anche i decibel, lui guarda tutti in faccia mentre scorrazza qua e là. Le parole che si ripetono nel finale sono:

“Where will we go? I don’t care!”

Letteralmente “dove andremo? Non mi interessa”, in questo leggero sbracciarsi e guardare negli occhi tutti noi pare cercare una reale risposta a questo interrogativo, che a mio parere, sta alla base del nuovo album e di quello che in futuro ci aspetterà da parte di questo folle, simpatico, commosso Albert Hammond Jr.

Tutte le foto sono di Maria Laura Arturi: http://www.arturized.com/

Riccardo Martinelli

People try to put us down! (talkin' bout my generation)

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