Ci sono concerti che non cercano mai davvero l’esplosione. La data romana di Aldous Harding al Monk ha costruito una forma di attenzione lenta, in cui ogni minimo spostamento finiva per avere un peso. Una serata in cui la cantautrice neozelandese ha confermato quanto il suo linguaggio dal vivo sia difficile da incasellare: un incontro sghembo tra folk e art-pop, fondato sul controllo e sulla possibilità continua di smentirlo.

Harding entra in scena alle nove e mezza, senza forzare il rapporto con il pubblico. Non c’è bisogno di grandi dichiarazioni, anzi. Per tutto il live mantiene una postura rigida, quasi trattenuta, attraversata da smorfie improvvise e da sguardi lasciati sospesi un secondo più del previsto. Poi però inizia a cantare e tutto quel corpo, apparentemente chiuso, diventa parte della musica. È una presenza scenica straniante, naturale e precisissima insieme, mai del tutto rilassata davanti a un Monk stracolmo e vicino al sold out. Il rischio, con un’artista così, sarebbe quello di cadere nel manierismo, invece il concerto funziona proprio perché ogni gesto resta al servizio delle canzoni, senza diventare mai semplice posa.
La scaletta si apre con Train on the Island, brano che dà il titolo al nuovo disco e imposta subito il tono della serata. Pause, deviazioni melodiche, ritornelli che non cercano mai la soluzione più immediata. Eppure la vera hit naturale del concerto è Venus In The Zinnia, piccolo capolavoro con uno dei ritornelli più belli di questo 2026. Worms, What Am I Gonna Do? e Coats mostrano invece dal vivo la natura più irregolare della sua scrittura: canzoni attraversate da cambi di traiettoria continui, come se mutassero volto proprio quando sembrano essersi assestate.

Harding le canta quasi sempre da seduta, imbracciando la sua chitarra classica e nascondendosi tra le ombre delle luci. Per buona parte del live, metà sala fatica persino a vederla. A un certo punto, tra una pausa e l’altra, qualcuno prova a urlarle “Stand up!”, ma lei resta irremovibile. Ed è forse lì che si capisce qualcosa della serata: non c’è nessuna volontà di compiacere, nessun tentativo di rendere il concerto più leggibile di quanto debba essere. Harding sembra trovarsi a suo agio solo dentro una precisa misura di distanza.
La band accompagna con grande eleganza, fa il giusto e tutto resta essenziale senza diventare spoglio: una linea di basso, un ingresso di tastiera, una chitarra lasciata respirare, un equilibrio che permette alla voce di Harding di muoversi al centro senza dover alzare il volume emotivo. Anche quando non dà segnali evidenti per attaccare i brani, il gruppo la segue con una naturalezza sorprendente, come se la fragilità apparente del live fosse in realtà una forma molto precisa di disciplina.

Accanto al nuovo repertorio, i brani più conosciuti funzionano come aperture improvvise. Treasure arriva nella prima parte del concerto e viene accolta come una piccola apparizione, mentre il bis chiude la serata con due episodi fondamentali del suo percorso: Imagining My Man e Designer. La prima conserva una forza emotiva più classica, la seconda riporta tutto nel territorio enigmatico e laterale di Harding. È una chiusura perfetta perché non risolve nulla, anche se resta la sensazione che un concerto così avrebbe potuto permettersi di superare la canonica ora e un quarto.