Blood Red Shoes a Roma: ottima band, pessimo pubblico (ma noi ci siamo divertiti)

by fraturner

“Finalmente dopo tanto tempo tornano in Italia!” è stato il primo pensiero in seguito ad aver letto le date annunciate dai Blood Red Shoes (per chi non lo sapesse, sono un duo di Brighton formato da Laura-Mary Carter -chitarra e voce- e Steven Ansell -batteria e voce-), pienamente cosciente del fatto che qui da noi non non abbiano un grande seguito, ma convinta che dopo l’uscita dell’ultimo album qualche più che meritato fan se lo fossero conquistato.

Arrivo un po’ (troppo) prima dello spettacolo sul posto, ovvero il Muzak, un locale sperduto in quel di Testaccio (rione romano) che personalmente non sapevo esistesse, e che, a prima vista sembra un normale garage, tanto che non sapevo se avessi sbagliato posto o meno. Intorno alle nove di sera arrivano le prime persone… cioè due. Ci fanno entrare per fare il biglietto e ci informano che lo spettacolo inizierà intorno le dieci “forse dieci e mezza”, forse.

Piano piano inizia ad arrivare qualcuno, e la preoccupazione di assistere ad uno spettacolo privato inizia a sparire; giunti finalmente all’orario ci troviamo in più o meno quaranta persone, ma date le dimensioni del locale direi che ci può stare.
Dopo una più o meno breve attesa arriva il gruppo d’apertura, gli Slaves. Senza che nessuno avesse capito chi fossero, prendono gli strumenti e iniziano a suonare; la gente confusa ha bisogno che Steven (ovvero il batteristacantante dei BRS) “apra le danze” e quindi timidamente inizia ad avvicinarsi al “””palco”””.

Finalmente è giunto il momento dei Blood Red Shoes. Entrano, Steven si siede, Laura prende la sua Fender Telecaster in mano e subito inizia la musica: le prime note sono quelle di Welcome Home, seguita subito da I Wish I Was Someone Better, quella che, almeno fino a quel momento, credevo essere la loro canzone più famosa. Il duo è carichissimo, estasiata, senza accorgermene, sto già urlando la canzone. Lancio un’occhiata intorno a me, e noto che nessuno osa fare una mossa, nemmeno battere un piede; l’unico movimento è dato dalle due ragazze davanti a me, intente a fare un servizio fotografico a Laura. Ahimé la situazione del pubblico rimarrà questa fino alla fine del concerto, tanto che Steven ad un certo punto chiederà se “Siete stanchi perché è domenica?”, ma andiamo avanti a parlare di musica.
La terza in scaletta è Don’t Ask e la carica guadagnata con i primi due pezzi continua ad essere presente ed a fare la differenza. è il momento di Speech Coma, Laura imbraccia una Harmony (la forma simile a quella della Jupiter Stratotone anche se il colore è bianco e nero) e questa volta le attenzioni di tutti sono su di lei. Seguono Everything All At Once e It Is Happening Again, che confermano la scelta del locale azzeccata dato il suono che si crea. In seguito parte Cold (altro brano tra quelli della band che la sottoscritta riteneva discretamente famoso, evidentemente sbagliando data la reazione del pubblico.) e in questo caso la scena è tutta di Steven: voce impeccabile, energia sempre crescente. A metà scaletta ci sono la recente The Perfect Mess, e Lost Kids dal penultimo album durante la quale intravedo anche l’addetto alle luci scatenare la testa a ritmo durante il “and I can’t find my way already buried anyway”.

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FINALMENTE(!11!) è il momento della nuova An Animal: a questo punto il pubblico sembra riaversi dallo stato comatoso in cui si trovava, un tizio in prima fila esulta quasi a dire “evvai questa la so!” e finalmente tutti cantano e ballano, ed io penso che è effettivamente è meglio tardi che mai.

Ma era solo un illusione: durante le successive Black Distractions e Light it Up si risabilisce la calma piatta precedente, e si inizia a vedere qualche segno di cedimento da parte di Laura e Steven.

Durante This Is Not for You e Say Something, Say Anything, dovete perdonarmi, ma non so bene cosa stessero facendo gli altri, dato che ero completamente presa dall’esibizione, soprattutto durante la seconda canzone (durante la quale credo di aver perso una corda vocale) tanto che se fossi stata presa a cantare a squarciagola forse avrei concesso ad una lacrimuccia di scendere. Colour Fade e Red River sono le penultime; dulcis in fundo, Je Me Perds durante la quale il pubblico di nuovo si sveglia. Il duo fa per andarsene ma ecco che parte il “please, another one!” che lascia perplessi sia Laura che Steven, i quali decidono di scambiarsi le postazioni e gli strumenti e ci lasciano andare a casa felici, contenti e con le orecchie che fischiano come non mai.

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Senza dubbio una band fatta apposta per suonare dal vivo, per gli amplificatori al massimo, e, senza dubbio, una band che si merita un pubblico migliore.

fraturner

Big brown eyes with a small small heart.

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