Ci stancheremo mai degli Slaves?

by Giulia
Foto dell'autrice
Foto dell’autrice

Il detto “save the best for last” potrà anche essere una verità universale in molti contesti, ma spesso e volentieri non vale quando l’evento in questione è l’ultima data di un tour europeo per un qualsiasi musicista o band. La crew è stanca, gli artisti pure, le capacità vocali e motorie non sono al massimo, tutti non vedono l’ora di finire, rintanarsi all’afterparty e bere tutto il bevibile fino all’indomani, crogiolandosi nel confortante pensiero di poter finalmente di nuovo dormire nel proprio letto anziché in quello a castello di un tour bus, che fa molto campeggio ma a ‘na certa anche basta.
Tutto ciò che ho detto sopra si potrà applicare al 99% delle band medio-famose esistenti. Certo è, non agli Slaves.
Sin dal loro esordio nel panorama musicale inglese e successivamente europeo li abbiamo recensiti innumerevoli volte su NoisyRoad, ed ogni volta non ci siamo risparmiati sui complimenti e sull’esternare quanto, in generale, ammiriamo e stimiamo questo duo di amabili cazzoni (pardon my french). Non solo perché hanno contribuito a riportare il garage punk come genere musicale sotto ai riflettori, ma perché rappresentano tutto ciò che, idealmente, una band dovrebbe essere: sono autentici, irriverenti, coraggiosi, non guardano in faccia nessuno ed anche se sfociano nel ridicolo o rasentano il nonsense rimangono comunque brillanti nella loro genuinità. Detto questo, nonostante l’apparenza e il genere musicale duro rimangono due ragazzi adorabili, di quelli che presenteresti tranquillamente ai tuoi genitori (chiaramente, sempre se i tuoi genitori non si fanno impressionare dai tatuaggi).
Quello dello Shepherds Bush Empire di Londra di qualche sera fa, il 30 Novembre, è stato il culmine di una serie di live che hanno portato gli Slaves a girare gran parte dell’Inghilterra e dell’Europa, in seguito all’uscita della loro seconda fatica discografica Take Control (potete trovare il nostro verdetto sull’album qui).
Dopo un breve intro durante il quale uno dei roadies nonché best mate della band si piazza davanti al microfono, birra in mano, farfugliando cose confuse (ve se ama) Isaac e Laurie salgono sul palco, aprendo con Sockets le danze per uno show energico, breve ma intenso. Grazie alla durata ridotta della maggior parte dei loro pezzi, i due si sono potuti permettere di concentrare in poco più di un’ora gran parte dei brani tratti sia dall’album d’esordio Are You Satisfied? Che da Take Control, includendo inoltre, per la gioia dei fan più hardcore che li hanno seguiti fin dagli inizi (noi compresi) tracce risalenti ai loro primi EP, come Girl Fight e White Knuckle Ride – durante la quale la tentazione di lanciarci dalla terrazza stampa direttamente nel moshpit è stata non indifferente.

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Se c’è una cosa in cui gli Slaves hanno impeccabilmente successo, è l’interazione con il pubblico. Sarà che quando si parla di loro la linea di confine tra musicisti e comici è molto labile, sta di fatto che sembrano nati per intrattenere. Laurie usa il palco come trampolino, Isaac sembra avere un fetish per i bagni di folla tra mani sudate di sconosciuti che urlano il suo nome, cerca i proprietari delle scarpe e degli oggetti random lanciati sul palco durante il moshpit, racconta aneddoti e picchia sulla batteria come una scimmietta impazzita. Ciliegina sulla torta, l’irruzione sul palco del roadie in un travestimento improvvisato da manta durante Feed The Mantaray.

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Il pubblico, d’altra parte, contribuisce sempre efficacemente a creare l’atmosfera giusta: l’età media è molto varia ma c’è un senso di unità dilagante. E ve lo assicuriamo, vedere ragazzini appena maggiorenni ed ultra cinquantenni fianco a fianco ad urlare “CHEER UP LONDON, IT’S NOT THAT BAD!” o ad ancheggiare durante People That You Meet è qualcosa di bellissimo.
Quello che ci piace degli Slaves è che non hanno bisogno di essere una full band per avere l’energia necessaria per riempire un palco. Sono un concentrato di adrenalina pura, ogni loro show è divertimento, lividi, sudore ma soprattutto musica di qualità: sono capaci di trattare temi politici e di disagio sociale rendendo omaggio a quello che originariamente era lo scopo del genere punk (The Hunter, Take Control, Consume or be Consumed) con la stessa irriverenza e leggerezza con cui parlano di esperienze personali o cose totalmente random (Where’s Your Car Debbie?).
E in tempi come questi, c’è davvero bisogno di riderci un po’ su.

Giulia

The pink-haired one. Quando non cerco di evitare la morte nei moshpit mi trovate a rovistare tra i vinili nei negozi di dischi pù polverosi di Londra. In quel di Albione ho studiato Music Management e ogni tanto scrivo la mia opinione in mondovisione. Potrei sembrare una persona seria e pacata, ma non contateci troppo. Sono pur sempre quella che preferisce andare ai concerti da sola per evitare che le persone vedano la sua vera natura.

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