Crawling back to you: come gli Arctic Monkeys han conquistato, di nuovo, l’Italia

by NeevWilliams

Chiedere alla sottoscritta di scrivere qualcosa di sensato sugli Arctic Monkeys sarebbe come chiedere ad una madre di sparare al suo primogenito.

Insomma, se avete letto “Una vita in transenna”, se avete inquadrato la sottoscritta grazie alla bio, o, ancora meglio, mi conoscete, sapete benissimo di come stia per scrivere uno di quei report visti dalla prospettiva di una ventenne-dodicenne.

Ognuno nella sua vita ha descritto una band come “sua” o ha sentito d’essere legato in qualche modo ad essa in un modo speciale. Solitamente succede con la band preferita, avete presente? Si che avete presente.

Ecco, a me accade con gli Arctic Monkeys.

Sono quella band che seguo da sempre, quella band che è cresciuta pari passo con me, quella band a cui ogni volta dico di no, basta vostri concerti oh, e irrimediabilmente mi ritrovo ad inseguire ovunque, che mi fa rinunciare ad avere un tetto sulla testa per 4 giorni e mi fa vagare senza sonno per altrettanti giorni tra centro e nord Italia, quella band che mi ha spinto ad inseguirli in 4 stati europei diversi in 3 mesi e che mi ha spinto ad intrufolarmi abusivamente in un backstage ad un festival svizzero facendomi passare per una fessura tra dei cessi chimici. Quella band che mi ha rovinata, in poche parole.

 

Con lo stesso spirito combattivo e rassegnato descritto nei precedenti articoli, io e le mie fedeli compari di disgrazie decidiamo quello che segnerà definitivamente la nostra vita e ci farà cadere in quel baratro chiamato follia: noi, come da tradizione, vogliamo la transenna. E’ il 13 novembre 2013, giochiamo finalmente in casa ed, amici, in questo caso si ha una reputazione da difendere! NO TRANSENNA, NO PARTY.

Vabbè, direte voi, per che ora siete andate li? Le 8?

Amici.

Amicissimi.

Noi siamo atterrate davanti al Forum di Assago alle 4.30 di notte del 13 Novembre 2013 direttamente volando giù da un taxi con i vetri oscurati come se i veri vip della serata fossimo noi.

Davanti al Forum, ovviamente, la desolazione.

Ci accampiamo come delle vere fan dei One Direction ed osserviamo quello che per le prossime 16 ore sarà il nostro loft con vista: le scale della metropolitana di Assago con tanto di sconosciuto che tenta di scassinare il lucchetto per entrare.  Amici, che vista! Che pace e silenzio! E che romanticheria vedere le stelle con -70° avvolte in parka e coperte di pile gentilmente fornite da Tiger a 5€!

Incredibilmente il tempo vola (leggasi: cadiamo in uno stato di sonno rem mixato a bestemmie) e il nuovo loft prende vita, tanto che alle prime luci dell’alba (quante cose romantiche, eh? Le stelle, l’alba…) fanno la loro comparsa nella nostra casetta di villeggiatura improvvisata 3 dolci gattini che passeranno tutta la mattinata a cercare di uccidersi reciprocamente. Dolcissimi.

E’ ancora mattina presto e noi pensiamo quasi di aver sbagliato entrata quando i primi avventurosi fan iniziano ad arrivare. Con certezza non so dirvi se sulle prime ci abbiano scambiate per senzatetto, fatto è che incredibilmente subito si fa gruppo, cosa personalmente mai successa ad un concerto degli Arctic, e nemmeno alle 10 di mattina siamo quasi a più di cento persone incodate.

Mentre i gatti continuano a squartarsi con nonchalance e noi abbiamo quasi ripreso coscienza grazie all’orribile cappuccino del bar limitrofo alla venue, la gente inizia ad arrivare a valanghe ed a sistemarsi ordinatamente nella fila precedentemente creata. L’attesa sarà lunghissima, sia per noi povere sceme oramai incodate da ore indefinite, sia per le persone normali arrivate dopo, ma passerà in modo piacevole, tra qualche foto, gioco, chiacchierata e tappa bagno (apprezzatissimi i bagni dell’autogrill/bar citato prima. Un grazie di cuore per circa le 80 tappe a testa effettuate da ognuno di noi).

Alle 19.15 circa, quando oramai pensavamo che l’ipotermia si stesse per impadronire nuovamente di noi, la speranza torna a splendere: aprono i cancelli.

Ad Assago, sapete, c’è una particolarità: una volta strappato il biglietto, gli addetti ti diranno sempre una frase inutile, tale: “ragazzi, non correte!” Non correte? Aspetto qui da 16 ore per sta cazzo di transenna e tu mi dici di non correre? SERIAMENTE.

All’urlo di YOLO ci si fionda come razzi contro quel metallo dannato che è la transenna, si corre così veloce per tutta la lunghezza del Forum che nemmeno in 6 puntate di Holly e Benji, che nemmeno un ghepardo, che nemmeno Bolt, e no, nemmeno se si fosse rincorsi da un pazzo munito di motosega.

Io non lo so dove ho trovato le forze per quella corsa, davvero, fatto è che appena conquistata la prediletta transenna perfettamente centrale ho iniziato a tossire 20 minuti dichiarando al mondo che non avrei più toccato sigaretta in vita mia. Solita storia, regà!

 

Gli opener di questa sera si chiamano Strypes, sono 4 ragazzi irlandesi con l’età media di 16-18 anni ed una serie di supernomi alle spalle ad elogiarli. In completa sincerità, su disco non mi avevano fatto impazzire. Ok, bravi, bene, ma niente di speciale.

Live, sorpresona.

Il cantante, Ross Farrelly, è il perfetto incrocio tra 3 personalità musicali: Julian Casablancas, di cui prende in prestito le mosse, il cantato e l’immancabile occhiale da sole da indossare al buio; Jake Bugg, a cui ruba il taglio di capelli e la giovanissima età; ed il divo (diva) della serata, Alex Turner, a cui invece ruba l’outfit.  Insomma, un Casabugger.

Per essere così giovani, sia come band che come età, questi Strypes sorprendono. Buona presenza scenica, ottima tecnica e le canzoni prendono. Vero, alcune a tratti monotone, ma live fanno comunque una sporca figura e sarei contenta di rivederli in una loro data singola. Ma chi ci credeva? E dire che ero pure delusa dalla scelta degli Arctic di portarseli in tour…

Ora l’unico dubbio che mi rimane, riguardo agli Strypes, è: ma il loro cantante gli occhi li avrà? Mistero.

Casabugger in azione.
Io e l’Iphone, part 1: Casabugger in azione.

 

Sono le 21:15 quando finalmente il momento arriva e le luci del forum si spengono, lasciando spazio alla poraccissima coreografia degli Arctic Monkeys: due impalcature rubate in qualche cantiere navale di seconda mano, due braccia di gru smontate, una A ed una M illuminate da lampadine gialle. Ma dove li buttate tutti i soldi che vi regalo annualmente, in gel per capelli?

Poco male comunque, chi se la immagina una band del genere con un palco alla Muse?

Io e l'Iphone, part 2: E' un cantiere navale? O forse stan costruendo un nuovo edificio? No, è la scenografia degli Arctic Monkeys
Io e l’Iphone, part 2: E’ un cantiere navale? O forse stan costruendo un nuovo edificio? No, è la scenografia degli Arctic Monkeys

Quando la band sale sul palco il pubblico esplode e la classica adrenalina da live si impadronisce di chiunque, facendo dimenticare le innumerevoli ore di attesa.

Ad aprire il live ci pensa la oramai classica “Do I Wanna Know?”, apprezzatissima sino dal suo primissimo debutto ed ottima canzone d’attacco. Alex Turner, ingellato come l’erede di Danny Zuko, si presenta sul palco sfoggiando una orrenda camicia non definita, probabilmente decorata a fiori, che avrebbe fatto svenire anche Lady Gaga. (successivamente scopriremo che la suddetta camicia proverrà dalla Maison Cavalli e non dalla Maison Miles Kane. Roberto? Dobbiamo scambiare 2 paroline…) “Brianstorm” come sempre fa impazzire il pubblico e, sempre da tradizione, la transenna avrà il primo vero incontro ravvicinato con il mio corpo, nel senso che la transenna si imprimerà così tanto sul mio sterno da divenire una cosa unica. Poco male, qui abbiamo anni ed anni di transenne sulle spalle, il livido sottoseno oramai è quasi un tatuaggio! Con “Dancing Shoes” finalmente sentiamo Alexander (!) parlare con il pubblico ed esordire con le sue solite frasi clichè che pronuncia da inizio tour. Le avete portate le vostre scarpe da ballo? Si, dai, muoviti caro. “Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair” regala a tutti un momento di macarena selvaggia, i successoni “Teddy Picker” e “Crying Lightining” vengono accolti dalla folla a braccia aperte. Alex non si spreca in parole, ma il suo lavoro di frontman oramai lo ha imparato a fare alla perfezione. E non importa che oramai più che un ragazzino impacciato paia l’erede di Bobby Solo, non importa che sul palco si muova e balli con lo stesso stile di un vecchio zio ubriaco al matrimonio della nipote, a noi piace così: scemo.

Anche troppo.

C’è che a momenti il suo nuovo ego oscura anche gli altri componenti della band, che fortunatamente non vengono dimenticati dalla folla, in continuo richiamo prima di uno, poi dell’altro e dell’altro ancora. (Esempio: “JAMIEEEEEEEEEeeeeEEEhHH” cit: mia. Scusate, ognuno ha un proprio debole).

Io e l'Iphone, part 3: Alex Turner decide di interpretare un vecchio zio ubriaco e ballare in modo assolutamente NON sciolto. Un futuro al teatro della  Scala di Milano, insomma.
Io e l’Iphone, part 3: Alex Turner decide di interpretare un vecchio zio ubriaco e ballare in modo assolutamente NON sciolto.
Un futuro al teatro della Scala di Milano, insomma.

Finalmente, a sorpresa per la sottoscritta che ci sperava con tutto il cuore, parte una delle mie personali preferitissime del nuovo album: “Fireside”. La laringite del nostro Bobby Solo è oramai un ricordo e i pezzi nuovi live sono una bomba, ancora meglio che da studio. Qualche lacrima dopo è il turno di “Reckless Serenade” e della mia canzone, “Old Yellow Bricks” (indovinate un po’ perchè sono conosciuta anche come Dorothy? Bravissimi!) che riesce sempre a farmi urlare come una disperata. Grazie per averla rimessa in setlist, grazie.

“Why’d You Only Call Me When You’re High?”, penultimo singolo tratto da “AM” e dal ridicolo video, ci dona un attimo di calma prima che parta “Arabella”, sempre tratta dal nuovo album, e che ci lascia tutti senza fiato (dal ridere, ragà, che pensavate?) a causa dei precedentemente citati balletti del nostro Alex, oramai specializzato non solo in suonare e cantare ma anche a mimare le proprie canzoni in caso ci sia qualche sordomuto in sala. Bravo Turner! Ah, stavi ballando dici? Ops.

“I Want It All” studio non mi ha mai fatto impazzire e l’idea di sentirla live non mi entusiasmava per niente, soprattutto visto che speravo in una Piledriver Waltz, ma live è riuscita non solo a farmela piacere da morire, ma anche a farmela rivalutare su disco. Old dogs, new tricks, ed eccoci a “Pretty Visitors” che mette alla prova, come sempre, tutto il pubblico per la velocità del suo testo. “I Bet That You Look Good On The Dancefloor”, che come da tradizione viene dedicata alle ragazze, fa impazzire la platea che si scatena al massimo e riconferma questa canzone uno degli inni degli anni 2000. “Cornerstone” assicura il momento limone selvaggio alle coppiette in sala e “One For The Road”, nuovo singolo della band, riesce a strappare consensi generali tra un “UUUH UUH!” e l’altro.

“Fluorescent Adolescent”, cantata a gran voce ed immancabile in scaletta, ci riporta momentaneamente a quando quei 4 ragazzi sul palco si presentavano in programmi televisivi vestiti da pagliacci. La nuova “I Wanna Be Yours” chiude il set prima dell’encore lasciandoci con l’orribile immagine di Turner che vorrebbe essere un aspirapolvere e contemporaneamente con la voglia di urlare al primo essere a portata d’occhio di volergli bene.

Le luci si spengono e si riaccendono, la band risale sul palco ed attacca “Snap Out Of It”, altra mia favorita del nuovo album. Tra un colpo d’anca ed un colpo contro la transenna si arriva al momento “Mardy Bum”, un mix di lacrime, limoni spinti e bestemmie (mie: perchè dopo la 7′ volta che senti sta canzone live, per quanto sia sempre bella, inizi a sperare che quel famoso treno fosse arrivato con almeno 10 minuti di ritardo).

A chiudere la serata ci pensa “R U Mine?” con la solita, solitissima frase di Alex: io sono vostro, Milano, ma voi siete miei? SISI MUOVITI DAI. La mancata comparsa di 505 in scaletta lascia un sapore amaro in bocca, perchè quella è la canzone che da tradizione chiude ogni set degli Arctic Monkeys oramai da secoli e l’idea di non avere la lacrimuccia ad angolo occhio pronta a scendere per la consapevolezza che non rivedrai quei 4 scemi ancora per un po’… ecco, manca. In ogni caso R U Mine si fa valere e il live finisce con il botto.

Gli Arctic Monkeys scendono dal palco dopo 90 minuti di live piacevole, carico e si confermano una delle migliori band in circolazione. Non hanno bisogno di una super coreografia o di stadi per suonare, loro stanno ancora a pennello nei palazzetti esattamente come sul palco di Glastonbury e nonostante l’apparente distacco con il pubblico riescono comunque ad arrivare dove vogliono, riescono comunque ad arrivare al cuore degli spettatori, come dimostrato dai volti felici e dalle parole entusiaste di ogni persona che lentamente si sta avviando verso l’uscita del forum di Assago.

Per me, chiaramente, si riconfermano LA band.

Perchè insomma, sono sempre la prima a prenderli in giro e guardarli storta ma l’idea che quella fosse l’ultima mia data del 2013 mi lasciava non poco triste. A tal proposito ho pensato bene di rimediare prendendo i biglietti per il loro recentemente annunciato live a Finsbury Park, andato sold out in pochi minuti, e non contenta, di inseguirli anche in qualche festival estivo. Il lupo potrà anche perdere il pelo ma mai il vizio…

Ciao mamma, ciao papà, potrei avere una strana sorta di dipendenza.

A tutti gli altri: non cadete nel mio tunnel che poi sennò son cazzi, ma prima che Alex Turner si digievolva per sempre in Albano gli Arctic Monkeys andateveli a vedere, oh!

 

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NeevWilliams

Ho i capelli bianchi come gli anziani, i tatuaggi come i carcerati e nonostante il mio vero nome derivi da una regina guerriera sul campo di battaglia saprei difendermi esclusivamente a colpi di sarcasmo. Un'antica leggenda narra che sotto i miei innumerevoli braccialetti da festival musicali esista addirittura un braccio... ma nessuno è mai vissuto così a lungo per poterlo provare.

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