L’estate di NoisyRoad: Home Festival, Treviso

by Silvia Rizzetto

Per un appassionato di musica, non c’è azione più ardua dello slacciare un braccialetto di un festival, quando questo ormai è un vago ricordo: meglio vederlo logorarsi, con le scritte o i loghi cancellati alla stregua di una damnatio memoriae straordinaria perché involontaria. Rientro a casa dopo aver sorvolato mezza penisola, inizio a sentire i primi acciacchi dovuti alle botte prese per accaparrarmi una bella visuale, riapro i libri che esplicano la poetica del mio caro amico Dante Alighieri…mi balenano nella mente i versi 121-123 del quinto canto dell’Inferno: «[…] Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria» e sorrido: non sono poi così disperata! Risfoglio gli appunti e contatto delle amiche per cercare di essere esaustiva: il mio primo festival non è una mera vacanza, non è per nulla paragonabile agli sguazzi nel bel mare della mia regione, è un turbinio di immagini e musiche registrate sia mentalmente che tecnologicamente che mi devono rimanere immortali. È un racconto atto a rendere noto al popolo italiano che a livello musicale, «in Italia si sta bene» (citando in parte il compianto Rino Gaetano). Piagnoni, leggete un pochino, io mi sono divertita tantissimo all’Home Festival di Treviso.

Svoltasi dal 30 agosto al 3 settembre, l’ottava edizione è stata segnata dall’eclettismo: non doveva deludere nessuno. Un anno di lavori pensati alla grande, una line-up da capogiro che avrebbe fatto invidia ai festival europei più “piccini” quali il Rock en Seine, il Pukkelpop, l’Open’er, il Rockwave. Treviso è come un porto di mare: vicinissima a Venezia, che accoglie migliaia di turisti da tutto il mondo, è la patria del prosecco, degli Ezzelini (e qui Dante riaffiora nuovamente), dello scultore neoclassico Antonio Canova (nato in provincia, a Possagno). Quest’anno Amedeo Lombardi, il padrone di “Casa”, ha pensato persino di scomodare l’artista Michelangelo Pistoletto e l’astronauta Paolo Nespoli. Il primo ha fatto collocare nell’House of Arts del festival la sua opera più celebre che quest’anno compie cinquant’anni, la Venere degli stracci, mentre il secondo dall’alto della sua “casetta” ISS ha scattato delle foto che sono diventate (grazie ai visitatori del Terzo Paradiso, un’area polivalente che si è trasformata in rifugio durante il breve ma fastidioso temporale di domenica 3) un’unica opera d’arte collettiva. Il messaggio del festival si comprende senza indugi: le arti non sono solo un passatempo, sono anche parti integranti della formazione di una persona. Un secondo obiettivo promosso era la solidarietà, che si esprimeva nel provare assieme a degli sconosciuti le emozioni trasmesse dai musicisti, facendo la raccolta differenziata nel rispetto della natura e nell’informarsi del mondo presso i gazebo allestiti dalle associazioni di volontariato. Solidarietà, questa sconosciuta: estranea ad alcuni visitatori di questa edizione. Chiacchiericci da vecchine che prendono il fresco, insulti pesanti…pure io ci sono cascata nell’amarezza, ma poi immediatamente ho ripreso conoscenza.

La Venere degli stracci.

 

Home Festival, giorno 0.

Lo dice il nome: è un provino, un soundcheck, un «pronti, partenza, via!» del tutto gratuito, perché sponsorizzato dalla ditta che produce la bevanda più “in” della città. I piccoli inconvenienti non hanno fatto sprecare a nessuno del denaro, ad esclusione di quelli che perdono subito la pazienza. C’era mezza Treviso, pure i parenti degli amici dei miei parenti. Insomma, avete capito: per un grande della musica italiana come Max Gazzè questo ed altro; con lui c’erano i Bastard Sons of Dioniso, i Rumatera, Los Massadores ed Omar Pedrini. Eppure, i post su Facebook della nottata avevano un unico tema: c’è una sola cassa di cambio lira-euro. Nostalgici sino al midollo, questi trevisani: hanno chiamato i fantomatici token (gettoni creati appositamente per evitare le code e il circolo di resto presso gli stand food and drink) «lire». Nonostante i prezzi lievitati, leitmotiv di ogni festival, era facile fare i calcoli; nel caso rimanessero allo spettatore dei gettoni in più, si poteva fare cambio all’uscita. Il pienone della data zero ha sì impedito un decorrere fluente, ma negli altri giorni si è proseguiti più tranquilli. Le due file non erano così inutili: chi aveva voglia di portarsi monetine da casa? Se proprio era necessaria una protesta, bisognava gridare «il prezzo della birra è un furto!»: sei euro, e non era nemmeno artigianale (main sponsor, ti bevo lo stesso, ma cogli l’antifona). Giovanotti, ringraziate Home Festival che ha pensato di risarcirvi i token non spesi.

Max Gazzè immortalato da Davide Carrer.

 

Home Festival, giorno 1: la quiete prima della tempesta.

Tra promoter, piantine, orari che sfuggivano alla mente, si correva in un campo di centomila metri quadrati. I sei gruppi scelti e appuntati accuratamente avevano in serbo per me molte sorprese. Il duo italiano I’m Not A Blonde, composto da Chiara “Oakland” Castello e Camilla Matley, ha la passione per le pedaliere, i sintetizzatori e le mossettine sincronizzate. Il loro nome è spesso accompagnato da una parentesi (But I’d Love To Be Blondie) che specifica le loro influenze: Debbie Harry, i Cure, l’elettropop e un po’ di sano riot grrrl, genere spesso sottovalutato perché branca tutta al femminile del punk rock (e del grunge, aggiungerei). If, Bad Buke Good Gaze, Forest (cover singolare dei Cure, il loro gruppo preferito), A Reason sono stati i brani da me ascoltati con piacere.

Un quarto d’ora dopo i Cure tornavano a fare capolino tra i giochi di intelligenza dell’area di un main sponsor del Tennessee, riecheggiando nelle note di un gruppo di Southend-on-Sea. «Io vado perché non mi posso perdere gli Horrors», ho detto alle mie compagne di serata fuggendo sotto il palco principale, quasi senza aspettare una risposta. A me questo gruppo di giovani nati negli anni Ottanta mi ricorda alcuni ragazzi cresciuti negli anni Ottanta: i Pulp, i Joy Division, i Depeche Mode. Apro una parentesi sdolcinata sul cantante, voce soave e bassa, vestito male come il Ken di Barbie, con l’aria un po’ bohémien, con il suo nome che sembra uno scioglilingua…se avessero suonato di più, me ne sarei sicuramente infatuata, in mezzo a quella calca ondeggiante di signore plaudenti che non aspettavano altro che il protagonista della serata facesse «cucù» da dietro le quinte (quello sì che è un Ken a tutti gli effetti). L’impresa degli Horrors è stata a dir poco titanica, sono riusciti a colpire il segno, ma ahimè, non hanno vinto la prova contro gli headliner. Il tempo è stato tiranno: hanno compresso i singoli di maggior successo in quarantacinque minuti, un assaggio per chi non era avvezzo a loro. Prima di quest’anno, la band non era nostra ospite fissa: il 22 settembre uscirà il prossimo album e torneranno a trovarci il 5 e il 6 dicembre a Milano (Circolo Arci Magnolia) e a Bologna (Locomotiv Club). Ecco la brevissima scaletta: Machine; Who Can Say; Hologram; Mirror’s Image; Sea Within a Sea; Still Life; Endless Blue; Something To Remember Me By.

 

Gli Horrors.

 

Altra corsa per un gruppo consigliatomi dallo staff del festival, gli Slydigs di Warrington, che hanno presentato sotto un tendone da circo il nuovo EP How Animal Are You? (Estupendo Records, 2017). Era da cinque anni che non registravano un disco: che sia questa la volta buona per diventare famosi? Sembrano la versione misconosciuta di Miles Kane o dei Jet. I loro suoni non sono nuovi, ma un condensato di elementi mancuniani e del Merseyside urlati e suonati con chitarre già presenti ai tempi della british invasion. Si ispirano agli Who: sono un garanzia. Il trofeo della giornata è stata la loro scaletta autografata. Dopo di loro, nuovamente sotto il main stage, perché loro erano già arrivati, sì, quelli che una come me non avrebbe mai scommesso di vedere dal vivo, quelli che negli anni Ottanta producevano singoli che schizzavano sino all’alto delle classifiche, la seconda band più nota per aver fatto impazzire le adolescenti: i Duran Duran. Il termine adatto per descrivere la loro esibizione è «spettacolo»: dal cielo cadevano coriandoli; delle palle gonfiabili rimbalzavano sopra le teste del pubblico; le hit Wild Boys, Notorius, Pressure Off, Girls On Films, Rio facevano muovere i piedi anche involontariamente; sono passati più di trent’anni dalla fondazione del gruppo ma Simon Le Bon aveva ancora una voce limpida, che si accompagnava con turniste straordinarie.

Gli Slydigs immortalati da Andrea Bertocchi.

La notte era ancora giovane, ed era arrivato il momento di Frank Carter & The Rattlesnakes, e lì non si scherzava mica. Avevo appena trovato una meravigliosa bestia da palcoscenico che sapeva mandare in visibilio la folla, un pogo pesante che giocava a creare cerchi lungo la parte sinistra del parterre. Dettava il ritmo il tatuato Frank Carter, già frontman dei Gallows e dei Pure Love, piccoletto mingherlino dai capelli rossi e dalla voce stridente che è persino riuscito a sgattaiolare dal palco per fare stage diving e per cantare dentro l’occhio del ciclone di uomini. Juggernaut, Wild Flowers, Jackals rischiavano di far cadere il tendone del SUN68 Stage. Durante il concerto, God is my friend è stata dedicata a chi purtroppo non riesce a tornare a casa dopo una serata divertente, perché nella rotta di casa incontra la morte, non solo fortuita, ma anche voluta da qualche fanatico religioso; I hate you è stata trasmessa al pubblico con l’ammonimento di appropriarsene ogni volta che qualcuno tenta di mettergli i bastoni fra le ruote (Frank ha ripetuto le stesse parole che ha scritto come commento al video su YouTube della canzone: «This track is for that one person, that single person in your life that keeps you going and pushing forward just so that you can hang on long enough to see them fall. We’ve all got that person, so listen to this song and take a minute to enjoy how much you hate them. You’ll feel better for it») : è intrisa di rabbia e frustrazione, il testo è alquanto cattivo e per questo è una perfetta “sveglia” per i timidi. Ma Frank ha anche un altro dono: l’umiltà, qualità che spesso vado a cercare negli artisti che stimo, e che quando è scovata, mi fa rimanere inesplicabilmente sorpresa. Tra una foto ed una chiacchierata, il cantante si è dichiarato disponibile per leggere ogni mail spedita dai suoi ammiratori.

Sapendo che il giorno successivo sarebbe stato più faticoso, mi sono ritirata a mezzanotte come una pessima Cenerentola, tra i suoni metallici di Sir Bob Cornelius Rifo, mente dei Bloody Beetroots, artista amatissimo nel mondo e per questo premiato la mattina dalla Camera di Commercio di Treviso-Belluno. Nella notte erano attesi i Moderat, che fortunatamente hanno deciso di non interrompere il loro progetto e di diventare una band a tutti gli effetti. Il 5 settembre hanno scritto nella loro pagina Facebook:

Hi everybody,

It’s hard to explain how it felt waking up after this last show knowing a chapter of our lives has just came to an end. After so many months spent touring, you might end up taking all this for granted. But then you walk on a stage like that and you suddenly realise you are going to keep this moment forever.

We’re sad but enthusiastic, exhausted but longing for more. After so many years, Moderat finally has become a real band and even more: a family. We won’t let it die.

Thank you so much for all the love.

It’ll take us a while but we’ll be back!

Stay tuned!

Szary, Sascha & Gernot.

>>> Parte seconda: la tempesta, il calvario

Silvia Rizzetto

Uno sfortunato insieme di atomi amante del passato, dei cimiteri e del Romanticismo.

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