13 settembre 2017

L'estate di NoisyRoad: Home Festival, Treviso

Per un appassionato di musica, non c’è azione più ardua dello slacciare un braccialetto di un festival, quando questo ormai è un vago ricordo: meglio vederlo logorarsi, con le scritte o i loghi cancellati alla stregua di una damnatio memoriae straordinaria perché involontaria. Rientro a casa dopo aver sorvolato mezza penisola, inizio a sentire i primi acciacchi dovuti alle botte prese per accaparrarmi una bella visuale, riapro i libri che esplicano la poetica del mio caro amico Dante Alighieri...mi balenano nella mente i versi 121-123 del quinto canto dell’Inferno: «[...] Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria» e sorrido: non sono poi così disperata! Risfoglio gli appunti e contatto delle amiche per cercare di essere esaustiva: il mio primo festival non è una mera vacanza, non è per nulla paragonabile agli sguazzi nel bel mare della mia regione, è un turbinio di immagini e musiche registrate sia mentalmente che tecnologicamente che mi devono rimanere immortali. È un racconto atto a rendere noto al popolo italiano che a livello musicale, «in Italia si sta bene» (citando in parte il compianto Rino Gaetano). Piagnoni, leggete un pochino, io mi sono divertita tantissimo all’Home Festival di Treviso.

Svoltasi dal 30 agosto al 3 settembre, l’ottava edizione è stata segnata dall’eclettismo: non doveva deludere nessuno. Un anno di lavori pensati alla grande, una line-up da capogiro che avrebbe fatto invidia ai festival europei più “piccini” quali il Rock en Seine, il Pukkelpop, l’Open’er, il Rockwave. Treviso è come un porto di mare: vicinissima a Venezia, che accoglie migliaia di turisti da tutto il mondo, è la patria del prosecco, degli Ezzelini (e qui Dante riaffiora nuovamente), dello scultore neoclassico Antonio Canova (nato in provincia, a Possagno). Quest’anno Amedeo Lombardi, il padrone di “Casa”, ha pensato persino di scomodare l’artista Michelangelo Pistoletto e l’astronauta Paolo Nespoli. Il primo ha fatto collocare nell’House of Arts del festival la sua opera più celebre che quest’anno compie cinquant’anni, la Venere degli stracci, mentre il secondo dall’alto della sua “casetta” ISS ha scattato delle foto che sono diventate (grazie ai visitatori del Terzo Paradiso, un’area polivalente che si è trasformata in rifugio durante il breve ma fastidioso temporale di domenica 3) un’unica opera d’arte collettiva. Il messaggio del festival si comprende senza indugi: le arti non sono solo un passatempo, sono anche parti integranti della formazione di una persona. Un secondo obiettivo promosso era la solidarietà, che si esprimeva nel provare assieme a degli sconosciuti le emozioni trasmesse dai musicisti, facendo la raccolta differenziata nel rispetto della natura e nell’informarsi del mondo presso i gazebo allestiti dalle associazioni di volontariato. Solidarietà, questa sconosciuta: estranea ad alcuni visitatori di questa edizione. Chiacchiericci da vecchine che prendono il fresco, insulti pesanti...pure io ci sono cascata nell’amarezza, ma poi immediatamente ho ripreso conoscenza.

La Venere degli stracci.

 

Home festival, giorno 0.

Lo dice il nome: è un provino, un soundcheck, un «pronti, partenza, via!» del tutto gratuito, perché sponsorizzato dalla ditta che produce la bevanda più “in” della città. I piccoli inconvenienti non hanno fatto sprecare a nessuno del denaro, ad esclusione di quelli che perdono subito la pazienza. C’era mezza Treviso, pure i parenti degli amici dei miei parenti. Insomma, avete capito: per un grande della musica italiana come Max Gazzè questo ed altro; con lui c’erano i Bastard Sons of Dioniso, i Rumatera, Los Massadores ed Omar Pedrini. Eppure, i post su Facebook della nottata avevano un unico tema: c’è una sola cassa di cambio lira-euro. Nostalgici sino al midollo, questi trevisani: hanno chiamato i fantomatici token (gettoni creati appositamente per evitare le code e il circolo di resto presso gli stand food and drink) «lire». Nonostante i prezzi lievitati, leitmotiv di ogni festival, era facile fare i calcoli; nel caso rimanessero allo spettatore dei gettoni in più, si poteva fare cambio all’uscita. Il pienone della data zero ha sì impedito un decorrere fluente, ma negli altri giorni si è proseguiti più tranquilli. Le due file non erano così inutili: chi aveva voglia di portarsi monetine da casa? Se proprio era necessaria una protesta, bisognava gridare «il prezzo della birra è un furto!»: sei euro, e non era nemmeno artigianale (main sponsor, ti bevo lo stesso, ma cogli l’antifona). Giovanotti, ringraziate Home Festival che ha pensato di risarcirvi i token non spesi.

Max Gazzè immortalato da Davide Carrer.

 

Home festival, giorno 1: la quiete prima della tempesta.

Tra promoter, piantine, orari che sfuggivano alla mente, si correva in un campo di centomila metri quadrati. I sei gruppi scelti e appuntati accuratamente avevano in serbo per me molte sorprese. Il duo italiano I’m Not A Blonde, composto da Chiara “Oakland” Castello e Camilla Matley, ha la passione per le pedaliere, i sintetizzatori e le mossettine sincronizzate. Il loro nome è spesso accompagnato da una parentesi (But I’d Love To Be Blondie) che specifica le loro influenze: Debbie Harry, i Cure, l’elettropop e un po’ di sano riot grrrl, genere spesso sottovalutato perché branca tutta al femminile del punk rock (e del grunge, aggiungerei). If, Bad Buke Good Gaze, Forest (cover singolare dei Cure, il loro gruppo preferito), A Reason sono stati i brani da me ascoltati con piacere.

Un quarto d’ora dopo i Cure tornavano a fare capolino tra i giochi di intelligenza dell’area di un main sponsor del Tennessee, riecheggiando nelle note di un gruppo di Southend-on-Sea. «Io vado perché non mi posso perdere gli Horrors», ho detto alle mie compagne di serata fuggendo sotto il palco principale, quasi senza aspettare una risposta. A me questo gruppo di giovani nati negli anni Ottanta mi ricorda alcuni ragazzi cresciuti negli anni Ottanta: i Pulp, i Joy Division, i Depeche Mode. Apro una parentesi sdolcinata sul cantante, voce soave e bassa, vestito male come il Ken di Barbie, con l’aria un po’ bohémien, con il suo nome che sembra uno scioglilingua…se avessero suonato di più, me ne sarei sicuramente infatuata, in mezzo a quella calca ondeggiante di signore plaudenti che non aspettavano altro che il protagonista della serata facesse «cucù» da dietro le quinte (quello sì che è un Ken a tutti gli effetti). L’impresa degli Horrors è stata a dir poco titanica, sono riusciti a colpire il segno, ma ahimè, non hanno vinto la prova contro gli headliner. Il tempo è stato tiranno: hanno compresso i singoli di maggior successo in quarantacinque minuti, un assaggio per chi non era avvezzo a loro. Prima di quest’anno, la band non era nostra ospite fissa: il 22 settembre uscirà il prossimo album e torneranno a trovarci il 5 e il 6 dicembre a Milano (Circolo Arci Magnolia) e a Bologna (Locomotiv Club). Ecco la brevissima scaletta: Machine; Who Can Say; Hologram; Mirror’s Image; Sea Within a Sea; Still Life; Endless Blue; Something To Remember Me By.

 

Gli Horrors.

 

Altra corsa per un gruppo consigliatomi dallo staff del festival, gli Slydigs di Warrington, che hanno presentato sotto un tendone da circo il nuovo EP How Animal Are You? (Estupendo Records, 2017). Era da cinque anni che non registravano un disco: che sia questa la volta buona per diventare famosi? Sembrano la versione misconosciuta di Miles Kane o dei Jet. I loro suoni non sono nuovi, ma un condensato di elementi mancuniani e del Merseyside urlati e suonati con chitarre già presenti ai tempi della british invasion. Si ispirano agli Who: sono un garanzia. Il trofeo della giornata è stata la loro scaletta autografata. Dopo di loro, nuovamente sotto il main stage, perché loro erano già arrivati, sì, quelli che una come me non avrebbe mai scommesso di vedere dal vivo, quelli che negli anni Ottanta producevano singoli che schizzavano sino all’alto delle classifiche, la seconda band più nota per aver fatto impazzire le adolescenti: i Duran Duran. Il termine adatto per descrivere la loro esibizione è «spettacolo»: dal cielo cadevano coriandoli; delle palle gonfiabili rimbalzavano sopra le teste del pubblico; le hit Wild Boys, Notorius, Pressure Off, Girls On Films, Rio facevano muovere i piedi anche involontariamente; sono passati più di trent'anni dalla fondazione del gruppo ma Simon Le Bon aveva ancora una voce limpida, che si accompagnava con turniste straordinarie.

Gli Slydigs immortalati da Andrea Bertocchi.

La notte era ancora giovane, ed era arrivato il momento di Frank Carter & The Rattlesnakes, e lì non si scherzava mica. Avevo appena trovato una meravigliosa bestia da palcoscenico che sapeva mandare in visibilio la folla, un pogo pesante che giocava a creare cerchi lungo la parte sinistra del parterre. Dettava il ritmo il tatuato Frank Carter, già frontman dei Gallows e dei Pure Love, piccoletto mingherlino dai capelli rossi e dalla voce stridente che è persino riuscito a sgattaiolare dal palco per fare stage diving e per cantare dentro l’occhio del ciclone di uomini. Juggernaut, Wild Flowers, Jackals rischiavano di far cadere il tendone del SUN68 Stage. Durante il concerto, God is my friend è stata dedicata a chi purtroppo non riesce a tornare a casa dopo una serata divertente, perché nella rotta di casa incontra la morte, non solo fortuita, ma anche voluta da qualche fanatico religioso; I hate you è stata trasmessa al pubblico con l'ammonimento di appropriarsene ogni volta che qualcuno tenta di mettergli i bastoni fra le ruote (Frank ha ripetuto le stesse parole che ha scritto come commento al video su YouTube della canzone: «This track is for that one person, that single person in your life that keeps you going and pushing forward just so that you can hang on long enough to see them fall. We've all got that person, so listen to this song and take a minute to enjoy how much you hate them. You'll feel better for it») : è intrisa di rabbia e frustrazione, il testo è alquanto cattivo e per questo è una perfetta “sveglia” per i timidi. Ma Frank ha anche un altro dono: l’umiltà, qualità che spesso vado a cercare negli artisti che stimo, e che quando è scovata, mi fa rimanere inesplicabilmente sorpresa. Tra una foto ed una chiacchierata, il cantante si è dichiarato disponibile per leggere ogni mail spedita dai suoi ammiratori.

Sapendo che il giorno successivo sarebbe stato più faticoso, mi sono ritirata a mezzanotte come una pessima Cenerentola, tra i suoni metallici di Sir Bob Cornelius Rifo, mente dei Bloody Beetroots, artista amatissimo nel mondo e per questo premiato la mattina dalla Camera di Commercio di Treviso-Belluno. Nella notte erano attesi i Moderat, che fortunatamente hanno deciso di non interrompere il loro progetto e di diventare una band a tutti gli effetti. Il 5 settembre hanno scritto nella loro pagina Facebook:

Hi everybody,

It’s hard to explain how it felt waking up after this last show knowing a chapter of our lives has just came to an end. After so many months spent touring, you might end up taking all this for granted. But then you walk on a stage like that and you suddenly realise you are going to keep this moment forever.

We're sad but enthusiastic, exhausted but longing for more. After so many years, Moderat finally has become a real band and even more: a family. We won't let it die.

Thank you so much for all the love.

It’ll take us a while but we’ll be back!

Stay tuned!

Szary, Sascha & Gernot.

>>> Parte seconda: la tempesta, il calvario


<<< Parte prima: la quiete prima della tempesta

Home festival, giorno 2: la tempesta.

Tuoni e scrosci impetuosi si sentivano dal di fuori. Mi agitavo sul letto per i crampi e per il freddo, che di routine mi fanno sognare strane cose, infatti è stata la seconda volta che Noel Gallagher veniva a farmi visita nei miei sogni. Ma che c’entrava, quella patata? La giornata pareva tranquilla (infatti non è piovuto): peccato che non si sapeva ancora che a Nord di Treviso una tromba d’aria aveva deciso di dare noie all’organizzazione di Home Festival e a tutti noi che avevamo macinato chilometri per assistere al concerto di Liam Gallagher. Una disgrazia che si è fortunatamente abbattuta in un orario in cui non era presente nessuno, alle sei del mattino. Nel pomeriggio, l’amarezza generale è dilagata nell’ignoranza, e i messaggi più sereni come il mio spediti ad Home Festival, «Cioè avete fatto venire Liam Gallagher per niente? E anche me», sono stati fraintesi. Cari ragazzi, ciò che speravo era che qualcuno prendesse l’headliner per la giacca, gli desse un microfono e lo facesse cantare in un parco per consolarci del maltempo. Ma ero amareggiata, quindi mi ero scordata che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare: è indubbiamente impossibile a livello burocratico e di sicurezza. Non si trattava del concerto di Jerry Calà organizzato in occasione del Palio di Montebelluna (TV). Quel giorno ero triste, ora sono indifferente, anche del “sogno premonitore”.

Home Festival, giorno tre.

 

Home festival, giorno 3: la calza della befana.

Avete presente quella volta che Le Iene di Italia Uno organizzarono un cattivissimo scherzo a Fedez? Ve la ricordate la sua faccia straziata? Ecco, il mio volto era così, la mattina del due settembre, non appena avevo realizzato che i protagonisti del giorno tre sarebbero stati proprio J-Ax e Fedez. Mi ero addormentata di pomeriggio senza sveglia, quasi non avessi dato peso al rischio di restare chiusa in casa per due sere di seguito. Appena smise di piovere, mi diedi da fare: nella mia agenda c’era segnato l’appuntamento con i Minis, che rischiavo di perdere. Sono stata l’unica, assieme alla loro mamma, a registrare qualche secondo delle loro canzoni spensierate. Caterina Caselli, quella volta ero stata più brava di te, avevo trovato un gruppo di under 15 che faceva cover dei Clash e dei Ramones, era stufo delle premure dei genitori (della serie: “piccole pesti crescono”) ed amava sfrecciare sulle loro biciclette. La maggior parte dei testi di Julian Loggia (voce e basso), Zak Loggia (chitarra) e Mattia Fratucelli (batteria) è composta in inglese, ed è in fase di registrazione sotto l'occhio vigile di Alex Loggia, chitarrista degli Statuto, gruppo ska di Torino degli anni Ottanta. Siccome i miei video non rendono a loro giustizia, guardate che sapevano fare due anni fa, con l'ex batterista Luca Canale:

Vagavo senza meta, ero sola: i segni della tromba d'aria si intravedevano sulla ghiaia non più appianata dalle ruspe. Urban area per gli skateboarder, casette dell'acqua per gli assetati, bungee jumping per gli impavidi, Elvis stage per i nostalgici: davanti a me tutto era stato risistemato a tempo di record. Ero appena tornata all'Home **ck Bar Stage, il palco dedicato agli artisti emergenti italiani, quando ho visto salirvi la bellissima Crista di Cattolica, che imbracciava la sua Gretsch bianca. Le avevano dato poco tempo per presentarsi: si è scoperto che lei è una ragazza ribelle ma un po' masochista in amore (Oscar Wilde; Io non godo più), è l'amica punk dei Nobraino, è schietta nella sua elegante irriverenza: «Non m'importa se domani sarò viva oppure no / Se l'Inferno non mi vuole / In Paradiso non ci sto», cantava dolcemente. È un meraviglioso ossimoro come l'artista che l'ha seguita di poco nell'Isko Stage, il trasformista Mudimbi, portavoce del trap assieme a Sfera Ebbasta, che avevo visto cantare mentre erravo infreddolita tra la gente, e a Ghali, che si sarebbe esibito il giorno successivo. Michel Mudimbi ama affrontare temi seri con la leggerezza dei saltelli a ritmo di dubstep o reggae: Scimmia ha come argomento il delirio imperante nelle discoteche; Risatatà è una velocissima filastrocca autobiografica, un inno alla risata. La base è ideale per le piste da ballo, il rapping è comprensibile. Avevo lasciato la nuova promessa per sincerarmi della bellezza di Tommaso Paradiso, in quanto da sempre non avevo mai messo in dubbio la presenza di lacune nella musica dei Thegiornalisti, inguaribili romanticoni. Mi ero ricreduta: Tommy Paradise non è folgorante come si dice. Per quanto riguarda la musica, avevo ragione io: è la simpatia da varietà televisivo del frontman che cattura il pubblico; i ritornelli sono espressi con toni alti, alla Lucio Battisti, ma con testi che ricordano più Vasco Rossi che l’impareggiabile Mogol. Una cosa non riesco a digerire: l’attacco iniziale delle tastiere pare lo stesso ad ogni brano. Mi guardai attorno sbigottita appena sentii le frasi: «Oh ciao Matilde. E’ tardissimo, sto tornando a casa e ti volevo dire che sono completamente fatto. Fatto di te». Ma chi le aveva scritte? Federico Moccia? Beh, ciao Tommy Paradise, che mi avevi fatto persino commuovere al momento della dedica della scontatissima cover Don’t Look Back In Anger a chi il giorno prima era rimasto deluso della “tempesta”. Ciao Leo Pari dal cappellino obbrobrioso con la scritta «DYO», vi ho lasciato per vedere i vostri "cugini" di Genova: gli Ex-Otago.

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Il sei di gennaio, alcuni bambini ricevono in dono una calza, che prevalentemente contiene dolci acquistati al supermercato: l’Epifania è una festa più povera del Natale. Ma i più fortunati, se affondano bene le manine all’interno del tessuto, riescono a trovare anche un regalino più prezioso delle caramelle al mou. Questa similitudine può essere adatta a descrivere il mio 2 settembre 2017, iniziato con un «chi se ne frega», conclusosi con un «se non fossi qui, me ne sarei pentita sicuramente dopo» grazie all’atmosfera amicale di Maurizio Carucci e compagnia. Non era solo il loro concerto, era un’esibizione in cui la cosiddetta «quarta parete» era caduta giù dai balzi dei grandi palloni bianchi lanciati sotto alle luci suffuse. L’apertura (Sognavo di fare l’indiano), da me registrata, è una trasposizione al Marassi, tempio di gioie e dolori del Genoa. Nonostante la sua carriera sia pluridecennale, Maurizio ha cantato i brani del quinto album (Marassi, appunto, INRI, 2016), il più noto; l’atmosfera è stata intima durante Mare e i titoli di chiusura Cinghiali incazzati, spensierata in I Giovani D’Oggi, quando salivano i palloni e Francesco Bacci faceva stage diving. Fanno sorridere, ballare, urlare a squarciagola. La mia canzone preferita è Quando Sono Con Te, indimenticabile anche live, perché Maurizio si è avvicinato al pubblico affinché potesse cantare con lui la parte finale: i ritornelli degli Ex- Otago sono caratterizzati dalla ripetizione di singole strofe che tuttavia non hanno l’accezione da tormentone radiofonico.

Post con foto relativi all'esibizione trevigiana degli Ex-Otago preso dalla pagina Facebook degli stessi: «Un anno e mezzo fa nasceva cinghiali incazzati abbiamo capito subito che era un pezzo forte ma sentivamo che mancava qualcosa. Mancavate voi. Le canzoni nostre sono niente se non arrivano nelle vostre bocche nelle vostre auto nei vostri cuori»

Una lunga pausa cena (con il sottofondo musicale di J-Ax & Fedez, che avevano ostacolato ogni movimento al centro dell’area dedicata al festival) aveva preceduto un altro evento animato: l’ultima data del tour europeo degli You Me At Six, freschi di LP (Night People, Infectious Music, 2017), amatissimi tra i giovani. Come gli Horrors, i ragazzi hanno dovuto stringere con i tempi, alternando brani adrenalinici perfetti per fare headbanging (Underdog; Bite My Tongue) con ballad strappalacrime (Give; Take On The World, anticipata da un’invettiva contro Trump). Devo essere sincera: per loro mi aspettavo più gente; probabilmente gli italiani avevano già fatto scorpacciata di loro durante l’anno. Anche Josh Franceschi ha dedicato la serata a chi ha perso Liam, con un’ottima Wonderwall a cappella. Ricordo inoltre che c'è stato un simpatico momento, quando Franceschi ha detto al pubblico di salire sulle spalle degli amici, azione immancabile nei festival della sua terra che non è comune in Italia. La giornata si è conclusa alla grande: Don’t You Worry Child nella consolle di Steve Angello (ex Swedish House Mafia) canzone facente parte della colonna sonora del mio Erasmus. Che uomo, gente; magari ci fosse lui ogni sabato sera!

Steve Angello immortalato da Alessandro Russo.

Home festival , giorno 4: il calvario.

Sono anziana ma non voglio andare in pensione: ho resistito al sole cocente, alla musica spaccatimpani dei disk jockey, alla pioggia torrenziale, agli ubriachi che mi hanno pestata; sette ore di attesa per un gruppo che conosco da dodici anni, le quali però sono state trascorse ascoltando un sottofondo musicale degno di nota. Sotto il Clipper Main Stage, le basi e il microfono per Ghali sembravano un po’ troppo alti, il che mi ha fatto considerare Mudimbi come il più bravo interprete rap di questo Home Festival ma non il più bravo scrittore perché Ghali Amdouni, nel suo trap alla Stromae, riassume concetti più importanti quali il razzismo che talvolta si nasconde dietro ad una finta forma di buonismo; la paura di diventare adulti; l'ipocrisia della gente; la fama, che fa aumentare il conto in banca ma non cambiare la persona. La spensieratezza di alcuni testi che hanno come protagonista Casper (spesso contro i Ghostbuster, e qui si coglie l’ironia dell’artista) o che alludono agli episodi di Dragonball, coinvolge i giovani, che a Treviso non sbagliavano una riga. Mi fa piacere che un ragazzo come Ghali sia l’idolo dei millennials, un po’ meno scoprire che essi adorano pure il duo Marracash - Guè Pequeno, “ragazzacci” senza peli sulla lingua che trovo un po’ superficiali e sessisti. Dicono di essere rimasti se stessi: questo però è tutto a loro vantaggio. Immaginatemi in mezzo a dei ragazzi delle medie ad alzare ogni tanto il braccio perché presa dal ritmo: sembravo il Signor Burns vestito da Secco Jones. Era la fine di un capitolo iniziato un anno fa, Santeria, disco più concreto che sciamanico, frutto di una lunghissima amicizia e non decisione presa a tavolino. C’è stato tempo anche per S.e.n.i.c.a.r., pezzo ormai storico, duetto trash che avevo scoperto guardando l’alquanto programma televisivo trash Chiambretti Night.

Ghali immortalato da Alessandro Russo.

Quarantacinque minuti di pausa e di cambio pubblico, quarantacinque minuti di pace? Macché: la gente spingeva pure per Mannarino e urlava «Alessandro ti amo!». Lui è stato davvero un raggio di sole sotto al cielo plumbeo e piangente, forse anch’ esso dispiaciuto della storia di Babalù, vicissitudine di un reietto. In lui e nella sua numerosa orchestra si racchiudevano tutta la bellezza e la sensibilità del Sud Italia e la voglia di superare la tristezza facendo festa. Molto suggestivo il momento in cui Alessandro ha sventolato una bandiera contenente le fantasie e i colori di tutte le bandiere del mondo (Arca Di Noè). Insomma, Apriti cielo, il brano che dà il nome all’ultima fatica di Mannarino, è stato profetico: alle otto e mezzo aveva smesso di piovere, e si era pronti a riscaldarsi con la voce di Hannah Reid, frontwoman dei London Grammar, la più applaudita di questo Home Festival. Ogni strumento musicale si prostrava alla tenerezza e all’intensità della voce di questa giovane donna; io da brava piagnucolona ho avuto gli occhi lucidi durante Rooting for you. I tre rendono meglio dal vivo che a casa propria all’interno di un disco che gira; chi non conosce bene l’inglese si sofferma sulla musica, e la ritiene monotona: l'amore narrato nel trio è ricerca di una verità di keatsiana memoria (il succo estratto da Truth Is A Beautiful Thing, Ministry Of Sound, 2017), è follia che li recide, come delle rose che però non presentano elementi di decadimento. Ecco la loro scaletta: Hey Now; Big Picture; Nightcall (cover di Kavinsky); Non Believer; Sights; Rooting For You; Wasting My Young Years; Who Am I; Strong; Hell To The Liars; Oh Woman Oh Man; Metal & Dust.

I London Grammar.

Sesta e ultima ora di attesa: avrei voluto lasciare per poco la transenna per urlare dal lato opposto del campo The Only One I Know assieme ai Charlatans, ma la calca si infittiva sempre più. Non sono stata la sola ad aver perso quest'occasione unica: se il mondo fosse perfetto la band di Tim Burgess avrebbe suonato nel palco principale, ma nessuno dei gruppi da me visti fino ad allora avrebbero potuto ospitare i loro fan sotto agli altri palchi. I vaneggi sparirono appena venne riprodotta How soon is now? degli Smiths e appena comparve sul led la scritta «THE LIBERTINES». Tutto ancora taceva, ma c'era già un disturbatore che aveva intenzione di rovinare la serata ad almeno una ventina di persone. Non aggiungo altro su di lui, non mi interessava la sua condizione, anche perché mi preoccupava maggiormente quella dei Libertines, che parevano già scarichi all'attacco di Barbarians, come rinchiusi in una bolla che impediva una chiara uscita di suoni e voci. Di Pete Doherty non mi affascina la sua dissolutezza, ma i suoi testi, concretizzazione della sua sete di conoscenza e della sua vita, adattata in forma di monito a chi solo pensasse di seguirlo. Con Carl Barât al suo fianco, Pete era più disinvolto, scherzoso, "demolitore" di impianti audio, attratto dalle birre che teneva in mano il venditore ambulante.

Pete Doherty e Carl Barât immortalati da Elisa Moro.

Ho avuto modo di assistere alle loro famose condivisioni di microfono, alla loro mascherata durante il bis come omaggio al luogo che li ospitava (Treviso è vicinissima a Venezia). John Hassall teneva costantemente il broncio (spero non fosse perché la gente non aveva occhi che per il frontman!), Gary Powell era semi-invisibile come tutti i batteristi, ma mi è parso quello più energico. In un'ora di concerto, i Libertines hanno suonato: BarbariansThe DelaneyHeart Of The Matter; Boys In The BandFame And FortuneThe Milkman's Horse; You're My WaterlooCan't Stand Me Now; Death On The StairsWhat Katie DidGunga DinThe Good Old DaysMusic When The Lights Go OutTime For HeroesDon't Look Back Into The Sun. Vedersi sfilare la propria infanzia ha provocato altri pianti e movimenti strambi da atleta olimpica che solo l'entusiasmo mi poteva far realizzare.

Del tutto differente era l'ambiente presentatomi all'Isko Stage durante il concerto degli Afterhours, ormai miei "amici" di vecchia data perché si trattava della terza volta che li vedevo dal vivo. Nessuna pressione, ma molta gente assonnata che ha abbandonato il tendone dopo mezz'ora; io li ho ammirati a braccia conserte, e come al solito i miei occhi si soffermavano più su Manuel Agnelli, che personalmente ritengo una delle menti più brillanti del panorama underground italiano. Lui non dimentica di essere delicato nelle tematiche più mature ed esplicite, e la musica è per tutti i componenti arte pura, abilità e dialogo. In occasione dei trent'anni di carriera, la scaletta del tour estivo era un'antologia dei loro brani storici, che però non ometteva l'album più recente Folfiri o Folfox (Universal Music Italy, 2016): Rapace, Non Voglio Ritrovare Il Tuo Nome, Voglio Una Pelle Splendida, 1.9.9.6. (ho notato che il gruppo ha una predilezione per Hai Paura del Buio?, Mescal, 1997) sono alcuni tra i titoli scelti. Non c'è scelta più azzeccata di chiudere con Bye Bye Bombay, canzone dagli assoli distorti che tutti almeno conoscono di ritornello («Io non tremo / è solo un po' di me che se ne va»). Si chiude così la mia estate, con quell'uomo che rivedremo in TV nelle prossime settimane ad interpretare la parte del maestrino spocchioso (quando in realtà è affabile).

Xabier Iriondo e Manuel Agnelli immortalati da Davide Carrer.

Per provare empatia con l'organizzazione di un festival, bisogna vivere intensamente l'intero festival: ovvietà che non tutti riescono a maturare nella propria testa. Quando l'Italia offre un prodotto degno di essere in competizione con realtà straniere dello stesso livello, gli italiani stessi sono i primi a criticare l'italianità dalle fronde alle radici. Non si può giocare con Madre Natura, e credo che ogni persona intelligente ne sia al corrente, dunque reputo alquanto impertinente che delle persone si siano fatte vincere dalla psicosi. L'impianto, se ben costruito, cede lo stesso, perché come purtroppo sappiamo, l'uomo è debole di fronte ai fenomeni atmosferici straordinari. Non sono un'esperta di ingegneria edile, quindi non è il caso di aggiungere altro. Home Festival è un festival a misura d'uomo e ne dobbiamo essere fieri: è straordinaria la presenza di quaranta concerti al giorno facilmente raggiungibili tramite una camminata a passo svelto. Tra i curiosi, c'erano tantissime famiglie, e lo staff era cordiale, dei veri homies; i controlli (due) erano severi. E per quanto riguarda l'acqua...beh, la prossima volta ricordatevi di portare un tappo in più, perché la colpa non è dei baristi! Non temete, Liam Gallagher tornerà presto (il 14 settembre sarà a Milano per la Vogue Fashion's Night Out...per tre canzoni trasmesse in Duomo su un maxischermo). E chissà, magari in quella casetta devastata dal tornado...ci spero. «There is no place like Home (Festival)», recita quel braccialetto che non riesco a sfilare dal braccio: magari non troveremo solo Dorothy ad aspettarci, ma anche lo Spaventapasseri, l'Uomo di latta e il Leone.