Anche noi eravamo a Finsbury: la Super Recensione

by NeevWilliams

Per leggere questo articolo bisogna partire da un piccolo presupposto: questi giorni a Londra, segnati dai concerti di Finsbury, si sono tramutati nel classico concetto del “momento giusto, nel posto giusto e, soprattutto, con le persone giuste”.

Noi di Noisy Road non siamo solo collaboratori per il sito ma anche amici, il che, chiaramente, ha portato all’avventurarsi tutti insieme in questo viaggio inglese della speranza, all’ennesima fuga italiana per sentire la propria band del cuore in un luogo magico e musicalmente storico come quello che è Finsbury Park.

Potremmo partire dal raccontarvi di come la sera del 22 tutto il gruppo si sia ritrovato a Piccadilly Circus per andare a bere qualcosa, di come si sia finiti a fare le 5.30am e della meraviglia che è Londra a quell’ora, o di come gli inglesi siano uno dei popoli più belli e cordiali al mondo, ma queste storielle da taverna, come sempre, ve le racconteremo in separata sede se mai avrete la sfortuna di incontrare qualche caso umano di Noisy Road.

Vi racconteremo invece delle due super date inglesi degli Arctic Monkeys, vi racconteremo di quei concerti che ci porteremo nel cuore per sempre, di quei concerti che non solo hanno segnato per sempre la carriera della band ma che l’hanno fatta direttamente entrare nella storia della musica.

Vi racconteremo di come noi, estasiati presenti, abbiamo fatto parte della storia.

FINSBURY PARK, 23 MAGGIO 2014, data n° 1.

La mattina del 23 trascorre nella bradipanza più assoluta: ci si sveglia tardi, ci si sente con gli altri e si va a Camden in modo da poter fare colazione/pranzare e poi prendere tranquillamente l’autobus per Finsbury. Questa volta l’amore per la transenna non è prevalso: l’idea era impossibile, impensabile, impalpabile. Fan da tutto il mondo si erano già accampati all’entrata di Finsbury, pronti a combattere per la transenna e no amici, questa volta non eravamo tra di loro. Che è, ci volevate morti? Eddai, siamo combattivi e tutto ma fronteggiateli voi 45.000 inglesi ubriachi ed assatanati (NB: qualcuno di noi lo ha già fatto a Benicassim 2013 e no, non lo augura)!

Dopo aver pranzato con tranquillità si incontra Theo Hutchcraft appoggiato ad un cassonetto dell’immondizia a Camden Town. E che è, vuoi mica lasciarlo li? Foto ricordo, qualcuna di noi sviene, torna dal resto della gang in notevole stato di shock, prova a riprendersi ed eccoci pronti a prendere il bus per Finsbury. Inutile dirvi come la tensione di ognuno fosse alle stelle: non importava che fosse il primo concerto o il nono (ehm), la sola idea di rivedere quella band mandava tutti in delirio. La sola idea di essere a Finsbury Park, culla di concerti rimasti nella storia, e di essere parte di un qualcosa di enorme con un sacco di persone che sono lì tutte per lo stesso motivo – persone che tra di loro sembravano tutte parte di una grande famiglia – riusciva a mettere addosso una sensazione di felicità, tremolio alle gambe ed ansia che nemmeno un uomo in attesa che la propria donna partorisca il proprio primogenito.

Migliaia di persone si dirigevano con calma verso l’entrata all’arena, decorata con impalcature in puro stile AM: installazioni riportanti le iniziali della band sovrastavano ogni entrata, un baretto portava addirittura l’insegna di “The Parrot’s Beak” (vedi: Cornerstone) e, in puro stile Glastonbury, niente e nessuno sembrava poter rovinare una giornata del genere. I controlli all’ingresso in puro stile inglese: veloci, efficaci e soprattutto SENZA IL BISOGNO DI DOVER BUTTARE IL MORTALE TAPPO DELLA BOTTIGLIETTA D’ACQUA. In molti potranno sentire la soddisfazione in queste mie parole.

Al nostro ingresso nel parco i Royal Blood (amichi, scusate ma è stata colpa di Theo se non vi abbiamo visti live) hanno quasi finito il loro set. Per quel poco sentito promettono bene, ma proprio benebene hey! Decidiamo inizialmente di piazzarci prima delle transenne del front pit poi, avendo visto che proprio il front pit era mezzo vuoto ed essendo delle bestie da concerto senza scrupoli o paura, abbiamo pensato bene di spostarci oltre e, siccome siamo dei bimbiminchia inside, abbiamo notato che tutti avevano un simpatico wirstband giallo con il logo della band e la scritta FRONT PIT. E grazie al cielo che abbiamo le manie da collezionismo, perché senza quel braccialetto non solo saremmo rimasti nel pit abusivamente, ma uscendo nemmeno avremmo più potuto rientrare!

giallo per il 23, rosso per il 24… evviva i colori poco appariscenti.

Recuperato il braccialetto, da bravi bimbi felici ci svacchiamo su uno dei pochi sprazzi di prato ancora integro sotto il raro sole inglese in attesa di mr. Miles Kane.

Puntuale come pochi e nel suo tartan blu, Miles Kane compare sul palco accompagnato dal resto della band. Inutile citare gli ormoni impazziti causa George Moran (ndr chitarrista di Miles) da parte del pubblico femminile, certe cose nemmeno vanno dette o prese in considerazione. Per quanto riguarda Miles il commento è stato: “ma che diamine gli prende?”e infatti Miles sul palco, il 23 maggio, era SPENTO. Sarà stata l’ansia da prestazione? La carenza di coca? Non lo sapremo mai, ma Miles Kane quel giorno proprio non era Miles Kane.

Essendo per qualcuno tra di noi la prima volta con Miles (che detto così sembra bruttissimo) la perplessità non è venuta a mancare. Per quello che si è visto di lui in vari concerti in video (e live da parte di chi con Kane oramai ci va a braccetto), mezz’ora di performance è relativamente poca. Una media di otto/nove canzoni per lui sono davvero, davvero poche! Se aggiungiamo il fatto che fosse praticamente teso come una corda di violino, ha interagito pochissimo col pubblico e sembrava essere sul palco solo perché doveva farlo… diciamo che come prima impressione non è stata delle migliori rispetto a quello che tutti hanno sempre raccontato. Comunque tutti carichi, l’hype era palpabilissima. Highlight del set di Miles: Give Up e Rearrange. Top musician: Moran (EH OH, concedetecelo…).

Tame Impala… MEH, il prossimo che ci parla dei loro live pazzeschi vince una seduta dallo psicanalista con noi. La noia pura, l’esodo del pubblico agli stando di cibo ed alcool pur di passare il tempo. N o i a. Ora, non vogliamo dire che i Tame facciano cagare perchè mentiremmo, ma… no: la prima data a Finsbury anche loro proprio no, non ce la facevano. EPIDEMIA? Parker SENZA VOCE non si può sentire, che miagolio supremo e continuo. Kevin ci leggi? Kevin, una bella tisana prima di andare a nanna al posto della droga la prossima volta, grazie. Carino il cardigan giallo però, l’Ape Maya apprezza.

Dopo questa tortura, sugli schermi del palco iniziano ad essere proiettate immagini del cazzo.
Letteralmente.

Cose senza senso tipo immagini di occhi, vagine, riproduzioni tra coppie di cose, uomini ed animali, nascite di bambini… cose assolutamente creepy e psichedeliche intervallate a scene tratte dal video di Do I Wanna Know, che prevedibilmente scatenavano urla non poco sobrie da parte della folla. Questo siparietto erotico ci ha tenuti occupati a lungo, finché, a -9 minuti, su tali schermi vengono proiettati senza il minimo preavviso i profili di ogni membro degli Arctic Monkeys in stile artwork di AM.

Panico.

Urla.

… bestemmie.

Però, dando uno sguardo sul palco ci siam detti: “ma questi quando suonano? Non c’è niente sullo stage!

ED INFATTI, ECCO IL TRUCCO. Alle 21 PRECISE (PRECISE EH, manco un minuto in meno o in più. Oh, inglesi, siete così efficaci!) ecco partire l’intro-ansia di Do I Wanna Know?. Il battito del cuore è a mille, la tensione è palpabile un po’ ovunque e c’è un assurdo silenzio tombale. Ve le immaginate 45.000 persone in silenzio rapite dall’ANSIA? Bene.

Le luci scendono, il palco è buio ma soprattutto APPARENTEMENTE VUOTO. Ma, sorpresa sorpresa: il kit di Helders era invece sistemato su una piattaforma girevole e quindi MAGIAAA girata tale piattaforma, era tutto bello sistemato. Prime pennate di chitarra e si comincia. Mica siamo qui a perdere tempo, siamo in UK!

La scenografia chiaramente diversa a partire dalla struttura del palco, una struttura classica come quelle normalmente usate per i grandi festival in giro per il mondo. Le classiche A ed M finalmente sostituite con una figata: l’oscilloscopio in frequenza AM impostato per illuminarsi di colori diversi a seconda della canzone. Grandi sforzi per le nostre Scimmie, abituate ad avere il palco più bucolico di un quadretto leopardiano. Il tutto sempre e comunque molto minimal, paragonato ad altri (lo avete presente il CONDOMINIO (joke) usato dai Muse per il loro ultimo tour? Per dire) grandi della musica… minimal anche e soprattutto LA GIACCA DI ALEX TURNER confezionata probabilmente poche ore prima da qualche indiano sfruttato nelle migliori taverne abusive di Caracas mentre beveva Pampero per rimanere sveglio e lavorare.

la giacca era talmente bella che è venuta male su qualsiasi dispositivo abbia tentato di fare una foto

Sempre sobio Alex, sempre sobrio. Maronnn. Però cosa dire, se lo può permettere!

Setlist buona anche se niente di speciale come molti si aspettavano, la mancanza di canzoni come Teddy Picker e Old Yellow Bricks (a cui siamo tutti molti affezionati per svariate ragioni) si è sentita parecchio ma la sottile variazione di scaletta si è apprezzata ugualmente. FINALMENTE Knee Socks live anche per noi poveri europei che, quel giorno, è stata sicuramente la canzone più riuscita della serata. La band visibilmente carichissima anche se molto tesa, particolare visibile soprattutto grazie ad Alex, “rigido” con il pubblico soprattutto all’inizio del live. Ulteriore highlight della serata: fuori battuta su Party Anthem, ha mancato un pezzo di testo. Bravo Alex, nemmeno hai 30 anni e già ci perdi i colpi peggio di Julian Casablancas. Best musician: Nick meraviglioso, aveva il basso pluggato a livelli allucinanti ed il cuore vibrava ad ad ogni accordo. Best dressed: Jamie Cook in bianco, praticamente pronto per correre a sposarsi. Lo staff femminile ha apprezzato MOLTO questa scelta stilistica. BRAVO!

Jamie angelo del paradiso perso tra la nebbia

Sarebbe inutile parlare del concerto in sé, descrivendolo momento per momento: qualcosa di così grosso ed emozionante è indescrivibile. Ci sarebbero così tante riflessioni personali da fare, così tante cose da dire e non riusciremmo comunque a trasmettervi tutta l’emozione provata! Riuscite ad immaginare 45.000 persone che cantano a squarciagola le stesse parole con un sorriso stampato sul volto ed il reciproco rispetto e serenità?

L’unica cosa è: se potete, almeno una volta nella vita, un concerto in UK o all’estero È DA FARE PER FORZA. Non è assolutamente come in Italia, non ci si ammazza per vedere la band ANZI, c’è un forte senso di comunità… che le persone siano lucide o meno. Gente che ti smolla birre e vino a caso, ti scatta polaroid e poi te le regala, ti chiede di dove sei e spende volentieri dieci minuti d’attesa a dire qualche cazzata che non ti fa pesare un’intera giornata di stanchezza, in barba al luogo comune che gli inglesi siano persone fredde, anzi! Un esempio? Durante l’encore un ragazzo ha attaccato From The Ritz To The Rubble e Fake Tales Of San Francisco e tutta la parte del pit attorno a noi ha iniziato a cantare. Per la cronaca… non eravamo proprio una decina. È stata una cosa meravigliosa, credeteci. E soprattutto, sapete cosa è bello dei live come questi? Non è una lotta all’ultimo sangue tra te ed il tuo vicino, nessuno ti spinge o cerca di uccidere. Perché? Perché si balla, si canta, ci si abbraccia, si abbracciano perfetti sconosciuti e si canta insieme a loro, si diventa amici per 2 o 3 canzoni e poi ci si perde di nuovo in attesa che qualche altro ragazzo randagio atterri nelle tue vicinanze per riprendere questo cerchio della vita da capo.

La chiusura con R U Mine? E tanto di ripresa di “she’s a silver lining…” solo voce, senza strumenti quando la canzone dovrebbe essere già finita… beh, la conclusione perfetta!

Concerto concluso relativamente presto, curfew previsto alle 22:30 sforato di un po’ anche perché il parco è praticamente in centro e i decibel erano molto alti (i residenti sentivano perfettamente il live nonostante abitassero a 15 minuti di distanza da Finsbury). A live finito, l’apparenza faceva presupporre che tutto il mondo si fosse riversato per le strade di Londra tra pub, off license per comprare alcool e negozi a caso per comprare cibo il tutto con tanto di intermezzo da parte di un tizio a caso che, arrampicatosi su un semaforo, ha deciso poi di buttarsi giù e farsi arrestare.

Troppa euforia?

Note tecniche: gli inglesi hanno un simpatico gioco chiamato IL LANCIO DEL BICCHIERE PIENO D’ALCOOL in ogni istante dell’attesa per il live e durante il live stesso. Ma cosa sprecate birra? Passatela a noi, piuttosto. Un giorno approfondiremo questa tradizione anglosassone, promesso!

silenziosa contemplazione post-concerto


FINSBURY PARK, 24 MAGGIO 2014, data n° 2.

L’hype per sabato 24 maggio era palpabile sin da quando i biglietti sono andati in sold out durante la pre-sale, il tutto confermato dalla presenza di mamma Turner, dei genitori di Helders, Katie (moglie di Jamie Cook, la coppia si è sposata proprio pochi giorni dopo il live inglese) e forse anche la mamma di Miles nella galleria sopra il mix. Sostanzialmente il balconcino dei reali in puro stile Buckingham Palace.

Come sempre arriviamo scialli, questa volta ancora più tardi del giorno precedente… Royal Blood, chiediamo perdono ancora. L’autobus strapieno, perdiamo tempo per cercare dei biglietti per amici sprovvisti e ci rendiamo conto di una cosa: la giornata di sabato sarebbe stata infernale. Il doppio della gente, il doppio dell’euforia, la corsa contro il tempo per riuscire a procurarci il tanto desiderato braccialetto per entrare anche questa volta nel fangoso (eh) front pit.

Puntuale e preciso, “Mr. Kane everybody!” sale sul palco con una improbabilissima camicia, talmente brutta e schifosa da essere bellissima addosso a lui. Ma oramai siamo tutti abituati, poco importa soffermarsi sui discutibili outfit del cantante. Moran in giacca di pelle nera (si, sempre lui… SIAMO DONNE, TUTURURU e questo ha fatto sì che ogni volta che fosse inquadrato sui maxi schermi, partisse una ola, il tutto con suo fratello e  suopadre accanto a noi) e Jay in camicina bianca alla coreana. Miles carichissimo, finalmente tornato alle origini ha letteralmente distrutto il palco in quella mezz’ora di set ed il pensiero è subito: ‘‘cazzo, finalmente s’è ripreso e sta dando il meglio di sé, chissà cosa gli era successo!’’… beh, sì, un motivo dietro c’era e non ve lo diremo.

un’accozzaglia di colori sul palco che nemmeno vi stiamo a dire

Performance bellissima, Rearrange potentissima, una Inhaler in apertura che da sola ha tirato giù il palco ed il giochetto su Give Up che il giorno prima aveva fallito (scusa, Miles: teso tu, tesi noi!) sabato è andato a gonfie vele, con tanto di Kane felice ed intento a ridacchiare soddisfatto. Highlight dell’esibizione: tutta, una mezz’ora da 10+. Top musician: Jay, il nostro uomo in bianco.

Tame Impala… e ci risiamo, stesso discorso del giorno precedente. Pausa cibo, anche se ammettiamolo: buona la seconda! Parker si scusa per il raffreddore ed incredibilmente canta meglio del giorno precedente. Ma come funziona in Australia? Tame, vi siete salvati questa volta ma ci dovete ancora un vero e proprio live decente, ci rifiutiamo di credere che dal vivo non siate la potenza tanto descritta.

Mentre aspettiamo nel fango l’inizio del live, attorno a noi fanno capolino le prime bustine di coca. Mannaggia a voi inglesi, menomale che state comunque buoni e tranquilli nonostante tutto.

Rispetto al giorno prima eravamo già più preparati, sapevamo che ai profili dei quattro fatti come il logo di AM, sarebbe mancato pochissimo all’inizio del concerto. E infatti… intro-ansia e via! I mancamenti non sono mancati alla comparsa della band sul palco: ci rassegnamo, è sempre come la prima volta! Niente giacca ipnotica per Mr Alex Turner ma in compenso orribile maglietta del proprio merchandise per Matt Helders, ovviamente in tenuta “sono appena uscito dalla palestra e capitavo nei paraggi”… gli si vuole bene, sempre e comunque!

il secondo lavoro di Matthew Helders: sponsor del proprio “””bellissimo””” merchandising, povero uomo

Carichi anche loro, decisamente più sciolti del giorno prima: Alex interagisce col pubblico, fa il solito cazzone (e scusateci, qui c’è gente al nono live e non ultimo dell’anno, qualche insulto permettetecelo).

pora stella

Setlist quasi identica alla serata precedente e su 505 le speranze di vedere mr. Kane comparire sul palco e deliziarci con qualcosa dei The Last Shadow Puppets, stavano lentamente scivolando via nel fango di Finsbury, quando…

BOOM.

Encore, luci spente e tutto. Si sente un primo boato di urla, sul palco ancora tutto buio poi improvvisamente si accendono le luci: Alex e Miles sul palco, INSIEME, abbracciati. Le mani sono corse istintivamente a coprirsi i volti increduli, il corpo percorso da tremolii come se la peggiore crisi epilettica fosse in arrivo. Tutto il parco si è unito in un insieme di urla, lacrime, risate, gente che si abbracciava (tra amici e sconosciuti) saltellando incredula davanti ad una cosa del genere.

Noi siamo rientrati in tutte queste reazioni sopra descritte.

una foto che dice tutto

Erano bellissimi, bellissimi come non li si vedeva da un bel po’, tra le tante cose: solo loro due, due microfoni e una chitarra, delle luci soffuse e basse. E basta. Guardandosi attorno non si poteva far altro che sorridere, anche se sotto il più totale stato di shock: gente con le mani davanti alla bocca, nella nostra stessa espressione di incredulità e gli occhi che da soli urlavano ‘‘mio dio, sto per assistere a questa cosa, sta succedendo davvero’’.

E sapete quando ad un concerto qui da noi fanno qualche perla rara e nessuno canta facendo calare un silenzio imbarazzante? Lì, più di 40.000 persone erano in totale silenzio, ma non c’era niente di imbarazzante: era un silenzio religioso. Nessuno avrebbe osato contaminare una cosa del genere: tutti lì, raccolti nello stesso parco e sotto lo stesso piovigginante cielo londinese, chi abbracciato, chi mano nella mano, chi con il viso preso tra le mani a sussurrare le parole di Standing Next To Me insieme a quei due sul palco. Non so quanto questa sia una descrizione comprensibile o logica di quello che è successo in quei due minuti e mezzo, ricordiamo solo di aver cantato con loro, piano e a bassa voce urlando soltanto quell’ultimo ‘‘and your love is standing next to me’’ per poi scoppiare in lacrime.

Andando via dal concerto, dopo una delle R U Mine? più potenti di sempre, l’argomento principale della folla non era niente che meno dei Puppets e di quello a cui avevamo appena assistito chi dopo aver aspettato qualche mese, chi dopo aver aspettato anni e anni. (ED ANNI ED ANNI ED ANNI…)

E insomma, come dire… concerti della vita? Sì, decisamente, ma ogni concerto è il concerto della vita proprio perché porta con sé cose e sensazioni irripetibili. Vai a spiegarlo a chi ti chiede ‘‘ma come, vedi mille la stessa band nell’arco di nemmeno un anno e nello stesso tour? Ma non ti annoi?’’… beh, no. Ogni concerto porta con se emozioni, persone ed esperienze diverse, a prescindere da quella che può essere una setlist. Londra è stata la cornice più bella del mondo per i due eventi che, ad oggi, sono sicuramente nel cuore di ogni presente e li rimarranno a lungo, se non per sempre.

Possiamo dunque paragonare questi due live a quelli di altre grandi band in altrettanti luoghi sacri? Possiamo.

Finsbury Park per gli Arctic Monkeys si può paragonare ad i Muse a Wembley, agli Stone Roses a Spike Island, gli Oasis a Knebworth? Assolutamente si.

Gli attuali gioiellini inglesi di Sheffield (a detta degli inglesi stessi, e non fan: “gli Arctic Monkeys sono il nostro tesoro nazionale”) sono entrati nella storia da anni, ed ora sono cementificati in essa più che mai. Sperando che questo non sia l’ultimo gradino della loro scalata, noi siamo ancora qui pronti a seguirli sino alla fine ed ad augurare solo il meglio a questi ragazzi che abbiamo visto crescere e maturare come persone e musicisti.

Per concludere… che dire, sarà la magia di Londra? Non sappiamo, ma per quanto stancanti e assolutamente irripetibili anche per gli animi più forti, noi rifaremmo tutto da capo. TUTTO.

Lunga vita agli Arctic Monkeys, la band che ha fatto incontrare a tutti noi (e forse anche a voi, cari lettori) qualcuno di speciale.

PICCOLE NOTE A FONDO PAGINA: Questo pezzo è stato scritto a più mani da tutti i membri dello staff presenti all’evento.

NeevWilliams

Ho i capelli bianchi come gli anziani, i tatuaggi come i carcerati e nonostante il mio vero nome derivi da una regina guerriera sul campo di battaglia saprei difendermi esclusivamente a colpi di sarcasmo. Un'antica leggenda narra che sotto i miei innumerevoli braccialetti da festival musicali esista addirittura un braccio... ma nessuno è mai vissuto così a lungo per poterlo provare.

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