C’è qualcosa di paradossalmente perfetto nel fatto che gli American Football abbiano suonato ieri sera in un Alcatraz dimezzato. Due anni fa avevano fatto sold out nella stessa location; ieri la venue è stata configurata in versione ridotta, per una vendita dei biglietti che non ha replicato quei numeri. Eppure non avrebbero potuto fare scelta migliore: gli American Football sono una band da camera, e il pubblico raccolto attorno al palco — selezionato, silenzioso nei momenti giusti, di fan veri fino al midollo — lo sapeva benissimo.

La serata si apre con Man Overboard e bastano le prime quattro battute di Steve Holmes e Mike Kinsella per capire il tono della serata: precisione chirurgica al servizio dell’emozione. La progressione verso Blood On My Blood e Uncomfortably Numb costruisce un arco lentissimo e inevitabile, mentre Nate Kinsella al basso lavora in sottrazione con una naturalezza impressionante, collante invisibile di un suono che non si spiega mai del tutto ma si sente sempre. Home Is Where the Haunt Is e My Instincts Are the Enemy scorrono come capitoli di uno stesso romanzo ambientato in un autunno del Midwest che non finisce mai, con Steve Lamos alla batteria che tiene poliritmie e tempi dispari senza che pesino mai sull’etere della musica.

Il set si chiude — prima dell’encore — su Never Meant, vera pietra miliare del canone emo: i tremoli di chitarra intrecciati, il tempo in sospensione, tutto il pubblico che accompagna Mike con i testi e anche qualche lacrima. L’encore porta The One With the Piano e una quiete quasi liturgica, prima che Patron Saint of Pale, No Feeling e Bad Moons chiudano il cerchio.
Quindici canzoni, nessuna di troppo. Una band che, dopo trent’anni, ha creato un vero e proprio culto, la cui Mecca è la casa a Urbana, e il pubblico di ieri i suoi adepti.
Fotogallery del concerto a cura di Giovanni Cantamessa.