“Una volta smarrito nel blu del crepuscolo, non troverai la tua strada, la strada troverà te” così Josh Homme apriva Someone’s In The Wolf millenni fa, quasi sicuramente ignaro che questi versi di presagio sarebbero stati parte anche del suo cammino a decadi di distanza.
Dopo essere sprofondato in una spirale di sregolatezza incarnata nel contrappasso dantesco del tour di Villains, il leader dei Queens of the Stone Age spergiurava, in primis a sé stesso, e poi al pubblico, di aver ricucito tutte le ferite grazie alla scrittura catartica di In Times New Roman..., ultimo album nato tra le fiamme di una grave malattia (mai resa nota ufficialmente) e contemporaneamente di un divorzio. Pugni chiusi, riff serrati, cappa e spada e via a conquistare il mondo, palco dopo palco: una rinascita dalle ceneri che rasentava un patto col Diavolo.
La discesa nelle Catacombe
E così infatti parve quando a luglio 2024, dopo un ultimo concerto imbottito di antidolorifici a Milano, Homme fu costretto ad annullare il tour estivo pressappoco agli esordi, per gravi complicazioni di salute (si vociferava un’ernia) in modo da poter essere operato d’urgenza negli Stati Uniti. Ma prima di battere la necessaria ritirata e malgrado la morsa straziante del dolore? Coronare quella che per anni era stata la chimera della band: suonare una curata scaletta di brani sotto lo sguardo eternamente vigile delle anime che infestano le Catacombe di Parigi.
Un trio di archi, composizioni acustiche e i crudi Queens of the Stone Age che riecheggiano tra la roccia, le ossa e il tempo.
Il successo dell’esperimento è così lampante che una nuova strada si manifesta e chiama a sé Homme: i Queens sono pronti. Pronti per il livello successivo, per approdare a venue minuscole, quasi intime e non consone rispetto ai bestioni che sono. Pronti per consacrare un ristretto numero di città con il Catacombs Tour.
Avanti veloce sul nastro di qualche mese e siamo a Milano, schierati in uno stormo di ombre avvolte dal silenzio e dal velluto profondo rosso dei sedili del Teatro Lirico Giorgio Gaber, in attesa di squarciare questa finta e nervosissima quiete. Di colpo, dal fondo del teatro, voci fra la platea iniziano a scaldarsi. A frangere il pubblico è proprio lui, un rinato Josh Homme, due metri e passa di gigante che avanza inesorabile fino al palco con uno sgabello sulle spalle, prima di scaraventarlo in scena violentemente per prendere posto e aprire la serata, armato dell’unica fonte di luce che squarcia il buio della sala.

Atto Primo
A poco a poco, compaiono sul palco gli archi che avevano accompagnato i nostri a Parigi, insieme al resto della band: Atto 1, “Il Mio Hobby? La resurrezione” direbbe a sangue freddo qualcuno.
Senza alzare il sipario, viene ripercorso interamente l’esperimento acustico di Alive in the Catacombs, dal medley di Running Joke e Paper Machete fino all’eccelsa Kalopsia, con tanto di Homme che in I Never Came ci ricorda che “i cani sono ormai sciolti, vi sto addosso”, chiudendo così a dovere la spettrale ouverture prima di nascondersi dietro al sipario e portarci nel suo nuovo mondo.
L’atmosfera è lugubre, tesissima. Nessun’ombra osa fiatare.
Che potessimo prevedere questa prima fase di scaletta? Sì. Ma da qui in poi cosa aspettarsi?
Atto Secondo
Un monologo in sottofondo, quasi flusso di coscienza, riconquista la nostra attenzione mentre la scena si palesa: luci dannatamente rosse alla Kubrick abbracciano una mini-orchestra, da cui emerge di nuovo anche Homme, ciondolante con in mano una lattuga e una mannaia: Atto 2, “Vieni a giocare con noi?” direttamente dall’Overlook Hotel.
Tante domande e un po’ di timore sulla presenza scenica della combo lattuga-mannaia, ma un’unica certezza sulle note: l’orchestra sta intonando un nuovo e unico arrangiamento di Someone’s In The Wolf, tra il grottesco e La Fiera Delle Illusioni di Del Toro. Un po’ tanto sbalorditi e ormai soprattutto abbindolati dalla messa in scena, non facciamo a tempo ad innamorarci di questa nuova versione che sfocia in un medley con Song for the Deaf e Straight Jacket Fitting. La mannaia agitata minacciosamente diventa quindi parte integrante del set quando, lasciata cadere di punta, si incastra nelle travi del palco, ricalcando i coltelli affilati nel brano originale e dando il via alla successiva Mosquito Song, suonata nella sua interezza con l’intero appoggio orchestrale.
Qui, con tanto di spiegone di Josh, viene anche chiarita la suddivisione in atti e il senso del concerto: celebrare la caducità umana, accettarla e renderla parte del nostro quotidiano per andare oltre. “Se stai attraversando l’inferno, non fermarti” disse il frontman mesi prima nel live album annesso. Seguiranno Keep Your Eyes Peeled e addirittura Spinning In Daffodils, brano dell’altro supergruppo firmato Homme, David Grohl e John Paul Jones, per gli amici i Them Crooked Vultures. Palleggiato il lattughino, abbiamo ormai colto che ci attendono quasi esclusivamente perle dalla discografia del deserto, riarrangiate ad hoc per l’occasione e alcune addirittura mai suonate dal vivo. Loro complici sono anche la produzione, l’acustica e il mixaggio di ogni strumento, qui ad altissimo livello, da lasciar senza parole.
Atto Terzo
Si tira dunque il fiato un’ultima volta; l’orchestra si nasconde sullo sfondo, mentre i QOTSA imbracciano i loro strumenti e si schierano nella classica formazione d’attacco a diamante: Atto 3, “Quei Bravi Ragazzi”, dato lo scorsesiano aplomb davanti ai nostri occhi. Due colpi secchi di cassa e parte la traccia cool per antonomasia, You Got A Killer Scene There, Man…, accompagnata poi da tracce dimenticate dai tempi di Villains, quali Hideaway, Fortress, a loro volta intervallate nel mezzo dalle mitiche The Vampyre of time and Memory e Auto Pilot, qui cantata interamente da Michael Shuman.
A sorpresa compare anche una nuova traccia mai rilasciata, Easy Street, dove Homme incanala il suo Bowie interiore: molto narrata e ritmata, un susseguirsi continuo di giochi di parole, da chiedersi come sarà effettivamente una volta rilasciata la versione in studio.
Infine, lo spettacolo si chiude con le note di ...Like Clockwork e i suoi versi “One thing that is clear, it's all downhill from here” racchiudono perfettamente lo stato d’animo di un pubblico che ha appena assistito a una delle esibizioni migliori della recente memoria, sia dal punto di vista di sonorità che presenza scenica.
A gran voce, i più sottopalco chiamano un encore, che verrà esaudito da Homme in solitudine (salvo Shuman di rinforzo) con una versione solo voce e sigarettina di Long Slow Goodbye, non prima di aver confuso la mannaia rimasta sul palco per il microfono.

Carpe Diem / Carpe Demon
In contrapposizione a quanto raccontato sopra, “indescrivibile” sarebbe l’aggettivo più consono per riassumere quest’esperienza del Catacombs Tour.
Da che sembrava stesse calando il tramonto sulla band con il precedente tour, The End Is Nero, una nuova e naturale evoluzione ha ora raggiunto i Queens nelle tenebre in cui erano sprofondati: non a caso, il gene della teatralità è da sempre stato parte del DNA spaccone della band ed in questa veste trova spazio per uno sviluppo implosivo. Songs for the Deaf, Lullabies to Paralyze e …Like Clockwork qui si riconciliano agli esponenti più freschi della discografia, in un connubio spettacolare che ricorderemo per anni.
Il desert rock, massiccio nel suo essere graffiante e graffiato, ha mutato in modo sacrale la sua austerità da fuoriclasse in un esorcismo di massa, atto a ricordarci che anche nella notte più oscura un fruscio, per sua genesi sibillino, può guidare e gonfiare le vele anche ai più dannati dei marinai: carpe diem e carpe demon.