Kodaline a Manchester: il mio primo concerto all’estero

by Fort

MANCHESTER – 19 Marzo 2014
Mi sono trasferito a Manchester da pochissimo, e nonostante fossi partito con già in tasca i biglietti per gli NME Awards del 20 marzo, i Kodaline mi sembravano un’occasione troppo ghiotta da gettare. Il sold out è un ostacolo di poco conto che riesco fortunatamente ad aggirare (sia lodato Twitter).
Biglietto in mano, prendo un taxi e mi dirigo verso il mio primo concerto in UK: sinceramente, non so cosa aspettarmi.

The Manchester Academy 1. (Ce ne sono altre due. Non ho idea dove.)
The Manchester Academy 1. (Ce ne sono altre due. Non ho idea dove.)

Giunto alla Manchester Academy dopo l’apertura dei cancelli, comincio a notare le piccolegrandi differenze rispetto all’Italia: perquisizione all’ingresso, carta d’identità chiesta rigorosamente per ogni drink alcolico. Un cartello appeso a fianco della porta principale dell’arena indica gli orari precisi (che saranno rispettati quasi al minuto) delle esibizioni.

In ogni caso non sono qui per fare un reportage sulle discrepanze culturali, quindi mi tuffo subito nella mischia: gli Amber Run sono appena saliti sul palco e l’atmosfera è già interessante.
Mi doto di una Carlsberg e seguo con piacere la mezz’ora di live: l’impressione è che la band abbia ottime potenzialità, ma sia ancora ferma nel limbo dell’ “indie rock generico”, e che debba ancora trovare la propria strada.
Subito dopo si esibisce James Bay: il ragazzo è giovane (22) ma già navigato, a vedere da come tiene il palco. Cantautore indie-folk, fedora hat e capelli lunghi, per certi versi mi ricorda Jason Mraz (ma non prendetemi troppo alla lettera).

 

Segue una pausa più lunga, e manca poco al momento dei Kodaline. Sono in una buona posizione, vicino al palco, così mi giro per dare un’occhiata al pubblico. Esattamente quello che mi aspettavo: UN’ORDA DI RAGAZZINE IN PIENA CRISI ORMONALE. In mezzo a loro, bambine, mamme, insomma: solo donne. A parte i fidanzati, probabilmente trascinati a forza o costretti ad accompagnarle per farsi perdonare qualcosa (a quanto pare, un fidanzato ha SEMPRE qualcosa da farsi perdonare).

E me.

Finalmente Steve, il biondino frontman, fa la sua comparsa, seguito dai tre colleghi, e si leva l’urlo dell’Academy. La tempesta ormonale ha inizio e da qui a fine concerto mi viene più volte il dubbio di stare assistendo involontariamente a qualche orgasmo.

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Si comincia con After the Fall, sicuramente una buona scelta per scaldare (per quanto ce ne fosse bisogno) la platea. Subito dopo si abbassano le luci e parte One Day, ultimo estratto del loro album. Il ritmo cala ulteriormente con Pray, sulla quale partono i primi limoni.
Steve sa tenere il palco molto bene, e di tanto in tanto urla “MANCHESTEEEER!”: la risposta sempre molto calorosa gli conferma di essere il principale desiderio sessuale di ogni essere umano di sesso femminile (ma forse anche maschile, siamo in UK, sapete com’è…) nel giro di 1 miglio.

Arriva il momento di due brani dallo stesso clima, leggero e spensierato: prima parte Brand New Day, con un ottimo sing-along del pubblico. Poi Steve tira fuori l’armonica e capisco che è arrivato il momento di Love Like This, la mia preferita in assoluto, che suonata a due giorni dall’inizio della primavera assume un sapore particolare.

Momento di “pausa” con due canzoni meno conosciute, Way Back When e Lose Your Mind, per permettere a tutti noi di riprendere fiato, prima di perderlo di nuovo: note di piano e “Broken bottles in the hotel lobby…”, tocca a High Hopes. Il coro che si leva dal parterre è impressionante, e grazie anche alla scenografia (le luci hanno dato un tocco speciale alla serata) il momento è memorabile. Avanti di nuovo con Big Bad World e Talk, dopo la quale il cantante irlandese annuncia da copione “This is the last song”, introducendo l’orecchiabile All Comes Down.

 

Si respira un clima di festa, coppie innamorate, amiche che si abbracciano, madri che sorridono insieme alle figlie. Sembra un film a lieto fine, quando mi trovo di fronte a una delle scene più tristi che abbia visto in tutta la mia “carriera” da concerti.
Non troppo lontano da me, avevo notato una ragazzina accompagnata dalla madre: si capiva a km di distanza che si trattasse di un concerto aspettato da mesi, probabilmente anche il primo in assoluto.
Trasportato anche dall’ottima musica dei Kodaline, per un attimo mi sono fermato a immaginare che bel momento dovesse essere per lei: l’annuncio del concerto a Manchester, l’acquisto dei biglietti con post obbligatorio su Facebook, il viaggio verso l’Academy, l’attesa in coda. E ora era lì, di fronte alla sua band preferita.

Poi il dramma. La band irlandese annuncia “the last song”, nessuno naturalmente ci crede. TRANNE LORO. Madre e figlia prendono e se ne vanno. Abbandonano il concerto. Escono. Tagliano la corda. Io sono a metà tra l’esterrefatto e l’angosciato. Purtroppo non sono così vicino da poterle fermare, e nessun altro sembra accorgersi della tragedia che è in atto.
NON HANNO ANCORA SUONATO ALL I WANT, CHE CAZZO VE NE ANDATE?

Dopo qualche minuto, ovviamente, i Kodaline ritornano, per la parte migliore di tutto il concerto. Povera ragazzina.

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L’encore comincia con All My Friends, cover degli LCD Soundsystem, dedicata a un loro amico recentemente scomparso.
Poi Steve ci chiede di tirare fuori i cellulari, noi obbediamo e ci regala The Answer, una canzone che non conoscevo così bene ma di cui mi sono innamorato dopo averla sentita live.

È giunto il momento dell’ultima canzone, questa volta per davvero. L’entusiasmo è a mille, dopo un concerto stupendo, e tutti non attendevamo altro che All I Want.
Loro danno il massimo, noi cantiamo dall’inizio alla fine, la scenografia è perfetta: cinque minuti di pura pelle d’oca. A concludere, un coro prolungato del pubblico, stile Viva la Vida, con cui salutiamo e ringraziamo per la bellissima performance.

 

Partito con un po’ di scetticismo, sono stato completamente smentito. I Kodaline ci sanno fare e live sono una bomba, se vi capita l’occasione andate assolutamente a vederli.

 

Fort

Ho passato metà della mia vita cercando di essere come gli altri, e l'altra metà per tornare ad essere me stesso.

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