Forse è proprio vero che nel 2011 stavamo bene e non lo sapevamo. Probabilmente tra i pochi pensieri che avevamo c'erano le interrogazioni al liceo o gli esami all'università, le inspo le prendevamo da Tumblr e NME era ancora la Bibbia per tutte le nuove scoperte musicali che contavano. Tra i suggerimenti di quell'anno c'era anche una giovane band inglese, i Vaccines, che si erano fatti notare con un album di debutto essenziale, fresco, velocissimo e un po' caciarone: What Did You Expect From The Vaccines?. Con la loro estetica minimale e dal sapore analogico (quella copertina a distanza di anni fa da sfondo al mio PC), una manciata di brani dalle chitarre affilate e dai testi che condensano l'essenza della giovinezza, hanno fatto breccia nei cuori di molti adolescenti dell'epoca, cresciuti a pane e indie sleaze che ieri si sono radunati al Fabrique di Milano per il quindicennale dell'album. Una sera in cui riascoltare dal vivo le 12 tracce che lo compongono e rimpiangere i bei vecchi tempi.

In 15 anni di cose ne sono cambiate: noi abbiamo occhiaie più marcate, un lavoro e forse pure un mutuo; i Vaccines nel mentre hanno perso qualche membro per strada e hanno smesso di fare canzoni degne di nota dopo il terzo album. Ma non appena entrano in scena e intonano Blow It Up, mettiamo tutto da parte e torniamo ad avere 18 anni.
Ho visto la band inglese diverse volte in tutti questi anni: il tempo si nota e il cambio di formazione non aiuta, ma Justin Young tira fuori tutta l'energia che ha in corpo, infilando uno dopo l'altro i numerosi successi dell'album d'esordio, da Post Break-Up Sex a Nørgaard, fino a If You Wanna. Il pubblico si anima, salta a ritmo di quelle chitarre rapide ed essenziali, sa i testi di tutto il disco a memoria e li canta con genuino trasporto, fa volare birre.
Un venerdì sera dove si mette in pausa tutto per godersi 40 minuti di pura nostalgia, che sui brani più lenti si fa particolarmente sentire: c'è chi ha rischiato di far scendere qualche lacrima sentendo "We all got old at breakneck speed" durante Wetsuit e "Well, you wanna get young but you're just getting older" in Family Friends, e chi mente.

Arriviamo alla fine dei 35 minuti del disco e realizziamo che i vent'anni sono finiti per davvero, Justin conclude augurandosi che, come queste canzoni hanno cambiato la loro vita, l'abbiano fatto anche per qualcuno dei presenti. Dopo un tuffo nel passato di questo tipo e la potenza di quei vecchi singoli, la seconda parte è inevitabilmente più scarica. Nonostante il repertorio sia andato calando e l'attenzione e l'energia del pubblico non sia più quella dell'inizio, i Vaccines riescono comunque ad animare gli animi con brani come Handsome, I Can't Quit, Teenage Icon e la romantica I Always Knew che chiude il set prima dell'encore.
Il frontman ritorna sul palco a suon di "one more song!" imbracciando un'acustica e intonando una speciale versione intima di No Hope. Prima di concludere con All My Friends Are Falling in Love, c'è anche spazio per un inedito, Ten Years Too Far, che farà parte del nuovo, settimo, album, che Justin ci confida inizierà a registrare la prossima settimana.
Usciamo che sono appena le 22.10 (benedetti siano i concerti che iniziano presto), per una volta non abbiamo la fretta di andare a prendere mezzi e auto e ci diciamo che è venerdì, abbiamo appena visto una delle band con cui siamo cresciuti e possiamo tornare a casa presto. Vista così, l'età adulta non è male, ma è stato bello tornare ragazzini, anche solo per un'ora e mezza.