LCD Soundsystem @ Ferrara Sotto Le Stelle, Ferrara

by Maria Vittoria Perin

Fa caldo, tanto caldo. Siamo al 13 di giugno e l’umidità ci strappa lentamente le forze, lasciandoci inermi e senza fiato lungo il tragitto. Direzione: Ferrara. A solcare per primi Piazza Castello quest’anno sono gli LCD Soundsystem, grandi assenti dai palinsesti italiani da ben 8 anni. Ma prima di raccontarvi come è andato il concerto, fatemi fare una breve digressione su chi sono gli LCD Soundsystem, perché a giudicare dal minuto pubblico e dall’età media superiore ai 30, al popolo dello Stivale questa band è sfuggita. Con un ritardo di una ventina d’anno, sappiate che il gruppo è tra i fondatori dell’indie made in New York degli inizi del 2000, insieme ad altre band cult come The Strokes, Yeah Yeah Yeahs ed Interpol. Capitanati dal timido James Murphy, il gruppo ha sempre mescolato l’elettronica più pura proveniente da sintetizzatori e campionatori al punk rock più grezzo, dando vita ad un filone musicale senza il quale l’indie contemporaneo non avrebbe mai visto la luce: l’indietronica. Nel corso di una lunga carriera, la band ha raccolto consensi iper positivi da gran parte della critica, ha in repertorio una canzone natalizia e un video con Kermit dei Muppets e ha suonato un epico live al Madison Square Garden, rimasto negli annuali della storia del gruppo anche perché avrebbe dovuto decretare lo scioglimento degli LCD Soundsystem.

Invece ci ritroviamo nella piazza principale di Ferrara, su cui si staglia un enorme disco ball. Buon segno, significa che stasera si balla. Sul palco regna una giungla di cavi, microfoni, sintetizzatori, macchinari complessi e affascinanti, capaci di riprodurre e produrre qualsiasi suono l’ingegno umano sia capace di inventare. Talmente delicati che per l’improvviso guasto di uno di essi, la band è costretta a posticipare di 10 minuti. Salgono sul palco e quell’immensa sala macchine si popola di 8 elementi pronti e carichi a creare uno show adrenalinico e impeccabile. Fin dall’inizio ho l’impressione di trovarmi di fronte ad una pseudo quarta parete trasparente tra pubblico e performer: tutti si muovono sul palco come se ci vivessero, i vari attori escono e rientrano al tempo di una canzone, James Murphy si sposta a suo agio, impugnando, a seconda delle vicissitudini, bacchette, fili, una cowbell oppure il suo singolare microfono. Quei pochi metri quadrati sembrano diventare contemporaneamente un laboratorio musicale, una sala registrazione e la sala prove di casa Murphy, in cui i musicisti, incuranti di cosa succede al di fuori, si scambiano opinioni, scherzano, si danno alla pazza gioia. E il risultato è uno spettacolo spontaneo in cui tutti, pubblico e band compresa, perdono ogni inibizione, ballano senza vergogna, cantano a pieni polmoni, si abbandonano all’ebbrezza elettronica governata dai raggi provenienti dalla grande sfera rotante che irraggia tutti i lati della suggestiva ambientazione.

Tra un “guys we need to go to the toilet but we will come back” e l’introduzione di ogni singolo membro del collettivo LCD Soundsystem, la setlist è un mix di vecchi cavalli di battaglia e pezzi del nuovo disco, “American Dream”. Il filo conduttore di tutti i brani e la loro caratteristica principale è sicuramente la lunghezza: canzoni lunghe, lunghissime, 6-7-8 minuti. Nonostante il loro tempo, gli LCD non strappano nemmeno uno sbadiglio. I ritmi sono sempre serrati e danzanti, spesso sul più bello nascondono un’esplosione o un’accelerazione improvvisa, in grado di far riattivare la concentrazione e spararla a mille come una dose di caffeina pura. Personalmente i pezzi a cui sono più legata sono quelli dell’ultimo disco, che quella sera è intonato alla t-shirt azzurrina del cantante. Tonite, per esempio, arriva con il suo ritmo super cadenzato, più spinta della versione registrata, appare come la colonna sonora di un cartone animato nipponico, in cui robottoni enormi e squadrati emanano raggi laser fluorescenti e solcano i cieli di Tokyo. Quel “That’s all lies” a scandire meccanicamente il finale esce con un urlo dalla mia gola, quasi a voler svuotare giorni di frustrazioni e pensieri non pronunciati. Con dei bassi letteralmente da cavalacare invece arriva how do you sleep?, uno dei gigante di “American Dream”, alto 9 minuti e caratterizzato da delle percussioni ripetitive e ipnotiche su cui le mani battono unisono senza il controllo razionale della mente. Minuto dopo minuto, Murphy sembra incantare la folla; serrando le mani attorno al microfono, appare come un predicatore intento a indicare la retta via tramite freddure e parole dannatamente acute nascoste dietro una voce soave e dei riverberi. La foresta oscura di suoni di questa canzone viene addolcita dal candore che segue la pausa tramite oh baby, una ninna nanna elettronica da sussurrare e usare per tranquillizzare il proprio amato, chiudendo gli occhi e intrecciando le dita delle mani. Non sono da meno nemmeno i vecchi pezzoni della band, grazie ai quali sono diventati dei riempipista, piazzate lì alla fine, giusto per sparare i botti più forti di un concerto che è stato uno spettacolo pirotecnico elettro-indie. “Talking like a jerk, except you are an actual jerk” mi esce spontaneo quando mi faccio trascinare in modo dionisiaco da Dance Yrself Clean, su cui le mani della tastierista orientale dal caschetto tagliato al millimetro battano con rigore quasi a generare note improvvisate a cui fa seguito la voce di Murphy che da parlata diviene urlata e strascicata. Le tastiere sono anche al centro di All My Friends, pochi accordi ripetuti, alzati e abbassati di tonalità a dovere, che caricano il pubblico come una bomba ad orologeria. La gente balla, si lascia andare, poga e si spinge su quella perfetta e apparente monotonia sonora, si regola con quel suono che man mano cresce e diventa sempre più eccitante e confusionario e perde ogni controllo al “Where are your friends tonight?”, urlo disperato, da ore alcoliche, su cui si vorrebbe sbattere la testa e collassare a terra stremati. Ed è tutto finito, salutano e il frontman, dopo il suo comizio psichedelico, si rifugia a bordo palco a dare un bacio in fronte alla sua bambina.

Il concerto degli LCD Soundsystem si conclude ai miei occhi proprio con questa scena, che rispecchia perfettamente l’indole di una delle figure chiave della generazione di indie kids in skinny jeans. Nonostante la velata timidezza, Murphy è capace di intrattenere il pubblico, strappando più di un sorriso ai pochi che colgono il suo inglese della Grande Mela, ma soprattutto è capace di ipnotizzare tutti i presenti con una miscela punk talmente distorta da diventare musica da club. Anche se non hanno suonato Daft Punk Is Playing at My House (cosa che non gli ho ancora perdonato) e il cielo era minaccioso, secondo me gli LCD Soundsystem si meriterebbero ben di più, si meriterebbero di riempire Piazza Casello fino a farla strabordare e a farla diventare una gigantesca dancefloor a cielo aperto. Si meriterebbero di essere riconosciuti come la grandissima band di innovatori che sono. Il mio consiglio? Abbandonate ogni pregiudizio sulla musica elettronica, mettetevi le scarpe più comode che avete e andate a ballare live con gli LCD Soundsystem.

Setlist

You Wanted a Hit

Tribulations

I Can Change

Call The Police

Get Innocuous!

Yr City’s a Sucker

Movement

Someone Great

Tonite

Home

How do you sleep?

Oh baby

Emotional Haircut

Dance Yrself Clean

All My Friends

Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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