A un certo punto, per una band con più di trent’anni di carriera, la scaletta smette di essere soltanto una sequenza di canzoni e diventa un modo di fare i conti con la propria memoria. I Wilco, alla Cavea dell’Auditorium di Roma, scelgono la soluzione meno comoda: ricordare senza conservare.

Lo si capisce già da Handshake Drugs, che apre il concerto senza grandi cerimonie e lascia emergere progressivamente quello che sarà il principio della serata. Le canzoni hanno una forma riconoscibile, spesso persino rassicurante, ma non sono mai completamente al sicuro. Jeff Tweedy scherza sul suo baffo tagliato male, tiene i pezzi al centro mentre intorno gli altri cinque musicisti possono allargarli, sporcarli o, quando serve, farli quasi crollare.
Via Chicago è l’esempio più evidente. La voce procede placida sopra una ballata che potrebbe appartenere alla tradizione americana più lineare, mentre Glenn Kotche comincia a sabotarla con esplosioni improvvise e il resto della band gli si muove dietro. Per qualche secondo sembra che due canzoni stiano suonando contemporaneamente, una contro l’altra. Poi il rumore scompare e ciò che rimane è ancora Via Chicago, come se nulla fosse successo. È una dinamica che i Wilco praticano da decenni e che potrebbe ormai essere diventata maniera. Dal vivo, però, continua a funzionare perché è parte del modo in cui queste canzoni respirano.
La cosa interessante è che la serata non vive soltanto nell’ombra dei dischi più celebrati. Evicted, Bird Without a Tail / Base of My Skull e Annihilation attraversano la produzione più recente senza assumere il ruolo ingrato dei brani nuovi da aspettare pazientemente prima del ritorno ai classici. La continuità sta soprattutto nel suono: country, folk, pop e rumorismo non appaiono come fasi diverse della carriera ma come strumenti che la band continua a combinare.

A tenere insieme tutto è una formazione che suona ormai con una confidenza quasi pericolosa. John Stirratt si prende la voce in It’s Just That Simple, Kotche lavora continuamente sui margini ritmici dei pezzi e Nels Cline rimane l’elemento capace di spostarne più bruscamente il baricentro. Succede soprattutto in Impossible Germany: l’assolo si allunga senza trasformarsi in esibizione e porta lentamente la canzone fuori dal suo perimetro, prima che Tweedy la riconsegni al pubblico.
È anche qui che emerge il piccolo limite di una macchina tanto oliata. Nel blocco centrale la successione dei brani procede talvolta con una naturalezza tale da ridurne il contrasto e il concerto sembra preferire la continuità allo strappo. Ma è una sensazione che dura poco, perché Jesus, Etc., Heavy Metal Drummer e I’m the Man Who Loves You spostano progressivamente il peso verso l'ahinoi contenuto (ma molto vivo) pubblico e mostrano il lato più immediato di una scrittura che, dietro tutta la fama di irrequietezza e sperimentazione, ha sempre saputo produrre grandi ritornelli.

Il bis evita poi qualsiasi tentazione contemplativa: The Late Greats riapre la serata, Spiders (Kidsmoke) la trascina nella ripetizione quasi ipnotica delle chitarre e la doppietta Monday-Outtasite (Outta Mind) riporta tutto al rock più diretto e fisico degli inizi. Dopo quasi due ore, i Wilco escono così come erano entrati: senza trasformare la propria storia in una cerimonia.
Forse è proprio questo ad averli fatti invecchiare meglio di molti loro contemporanei. I Wilco non provano a suonare come trent’anni fa e nemmeno a dimostrare di essere ancora moderni. Continuano semplicemente a entrare dentro le loro canzoni per vedere cosa succede se spostano qualcosa.
E finché una canzone può ancora cambiare sotto le mani di chi la suona, non è ancora diventata un ricordo.