Foals @Fabrique, Milano | 28/01/2016

by Maria Vittoria Perin

Ieri sera ho imparato 3 cose:

  1. Yannis Philippakis è folle
  2. Il pubblico italiano deve ancora distinguere il pogo da concerto indie da quello da concerto death metal
  3. Le corde vocali possono avere una resistenza al di fuori dell’immaginabile

Aprono gli Everythig Everything. La curiosità per il loro ultimo lavoro pluristellato da tutte le testate musicali era alta e le aspettative non sono state deluse. Alle 20:15 si presentano sul palco i quattro in skinny jeans neri e casacca argentata. In 45 minuti suonano 10 tra i pezzi più belli del loro repertorio, tra cui: Regret, un botta e risposta tra il cantante e il resto della band, Cough Cough con la sua sfilza di parole allacciate da una electro tastiera, l’ipnotica No Reptiles dalla batteria sintetica e chiudono con la più celebre Distant Past. Jonathan Higgs riesce ad alternare falsetti (sfortunatamente coperti dagli strumenti in alcune canzoni) a una voce più matura, e lyrics velocissime a testi più miti e lenti. Clap clap clap!

Entrano poi in campo i Foals. La band è nota per non essere molto tranquilla sul palco e ce lo fa capire già con la prima canzone. Non appena si spengono tutte le luci del Fabrique, parte un suono metallico, martellante , e pian piano spuntano tutti i componenti del gruppo, per ultimo il piccolo Yannis Philippakis: la tigre, l’anima, la miccia, che fa partire Snake Oil: il pubblico solo dopo qualche minuto è già sovraeccitato e alle note di chitarra di Mountain At My Gates si forma un coro compatto tra chi sa ogni singola parola e chi ha un inglese tutto suo. Dall’ultimo “What Went Down” si torna indietro al 2008, all’esordio della band chiamato “Antidotes” con Olympic Airways e Baloons in cui si infila in mezzo quello che doveva essere un pezzone, IL pezzone: My Number, partita in sordina, con una voce un po’ meno presente e flebile rispetto al solito. Il ritmo trascinante però (You don’t have my number dududu) è capace di farci saltare tutti insieme appassionatamente. Si prosegue con London Thunder, il cui piano malinconico ci porta alla commozione e porta i Foals a raggiungere una delle vette più alte della serata.

Credit: Francesco Prandoni/Vivo Concerti
Credit: Francesco Prandoni/Vivo Concerti

Poi pausa. Dopo 6 canzoni? La band lascia il palco, rifugiandosi nel backstage, mentre i tecnici vanno avanti e indietro, frenetici. Sento i commenti alle mie spalle: “Beh se fa pausa ogni due canzoni, finiamo domani mattina”, “Ora escono e ci dicono che il concerto è annullato”. Il quintetto, vero animale da palcoscenico, si ripresenta dopo qualche minuto e Philippakis sventolando una Heineken si scusa dicendo che era andato dietro le quinte per prendere una birra. La birra dà sollievo alle corde vocali? Proverò in caso di mal di gola. Si riparte, le sei canzoni seguenti sono state un vero e proprio caos. “I’m an animal just like you” risuona per tutto il locale, è Providence e come le parole del testo, il cantante dà inizio ad una guerra: si muove su e giù per il palco, scuote la testa, fa tremare la chitarra che ha in meno e il pubblico reagisce di conseguenza. L’ottava canzone è la mia preferita. È tutto, è sacra, è intoccabile. Se fanno Spanish Sahara perfettamente, vincono tutto. Già all’attacco iniziano a venirmi i brividi sulle braccia e sento le palpebre tremare. La prima volta che sento “It’s future rust and then it’s future dust” chiudo gli occhi e so che quando canterò “I’m the fury in your head, I’m the fury in your bed, I’m the ghost in the back of your head” la lacrima scenderà. E invece no. Quell’atmosfera poetica che si era creata nella mia testa si spezza: non appena il pubblico sente un accenno di batteria inizia a battere le mani a tempo, ovviamente. Il pathos, eh? Sappiate che questa cosa è grave quanto aver spoilerato il finale di Star Wars. La batteria su cui bisogna battere le mani è quella di Red Socks Pugie che apre alla tripletta finale prima dell’encore. Il penultimo lavoro “Holy Fire” la fa da padrone: Late Night parte piano, in un crescendo sale, sale, sale, finchè non esplode con “Staaaaay with me”, che lascia spazio ad una scelta un po’ azzardata A Knife in the Ocean, introdotta da un invettiva contro Donald Trump e che si allunga per 7 minuti; personalmente l’ho trovata troppo lunga, si poteva sostituire con Birch Tree o Albatross. Se con My Number non hanno fatto scintille, con Inhalter pretendo i fuochi d’artificio: sono momenti di pura follia. Le urla di Yannis sono letteralmente bestiali, credo che le sue corde vocali siano composte d’acciaio, fanno tremare ogni singola persona nella sala. Come se non bastasse a far impazzire il pubblico che ormai si era dato ad un pogo esageratamente esagerato, si butta su di loro e viene sospeso da terra da decine di mani che fremono per toccare il loro idolo.

Credit: Francesco Prandoni/Vivo Concerti
Credit: Francesco Prandoni/Vivo Concerti

Dopo la rituale pausa la band ritorna accompagnata da due note di tastiera e danno il via ad una versione ancora più cattiva di What Went Down, durante la quale i pogatori seriali hanno il coraggio di creare un vuoto in mezzo alla sala in cui voleranno braccia, gambe e chissà cos’altro. La band ci lascia con Two Steps, Twice, durante la quale Philippakis sparisce dallo stage per fare un salto al bar e lo si vedrà a tratti alzato dalla gente, a tratti risucchiato da essa.

Alla fine, ieri sera, ho imparato una sola cosa: i Foals sono l’equivalente live di una belva feroce tenuta in gabbia pronta a scatenarsi quando viene lasciata libera, Yannis Philipakkis nasconde dietro il broncio una voce capace di rompere i vetri di una stanza (problemi di gola esclusi), ma il pubblico italiano ha bisogno di una dose massiccia di Valium per godersi come si deve un concerto.

Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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