Passenger @Fabrique, Milano | 28/09/16

by Federica Di Gaetano

Questa recensione comincerà dalla fine: con me che piango su un marciapiede appena fuori dal Fabrique dopo essermi resa conto che ci era stata scassinata la macchina e che mi era stato rubato l’iPad con dentro praticamente tutta la mia vita universitaria. Una menzione speciale, quindi, alle persone di merda che sono quasi riuscite a mandarmi in acido anche il concerto del mio artista preferito.
Ma, nonostante tutto, tenterò di estrarre il buono di questa situazione. Quanto meno, seduta alle due di notte in questura a Milano, fra racconti di furti in hotel chic e poliziotti a dir poco pittoreschi, ho avuto molto tempo per riflettere sullo spettacolo a cui, solo poche ore prima, ho avuto la fortuna di assistere.

Passenger, al secolo Mike Rosenberg, è tornato nuovamente nel nostro paese, riempiendo il Fabrique di Milano proprio come nel 2014. Il concerto si preannunciava già come un’esperienza speciale. Innanzitutto, sarebbero stati eseguiti la maggior parte dei brani estratti da “Young as the morning, old as the sea”, l’ottavo album in studio, pubblicato il 23 settembre (di cui, se avete voglia di perdere un po’ del vostro tempo, ho già blaterato qui //https://www.noisyroad.it/2016/09/recensione-young-as-the-morning-old-as-the-sea-passenger/ ); inoltre, Passenger, che conosciamo da anni come one boy band voce e chitarra, sarebbe stato accompagnato da una band.
Ma andiamo con ordine. Siccome ogni tanto è bello far finta di avere ancora quindici anni e, nonostante io cerchi sempre di reprimerlo, il mio spirito da fan girl , purtroppo, cerca di venire a galla, mi sono messa in fila praticamente all’alba, nonostante avessi la piena consapevolezza che per ore e ore non si sarebbe fatta viva un’anima. Ma sorvoliamo sulle infinite ore trascorse in fila e arriviamo al dunque (sì, ogni tanto sono professionale anche io).
Alle 8.30 spaccate sale sul palco il supporter scelto per questo tour: si tratta di Gregory Alan Isakov, cantautore folk di origini sudafricane. Dopo essersi scusato per non essere un gran oratore, regala al pubblico una manciata di canzoni dolci e malinconiche, terminando la sua performance con una frase che penso diventerà il mio mantra personale, ovvero: “sad songs make me happy“.

Subito dopo arriva il momento tanto atteso, le luci si spengono e Passenger fa finalmente il suo ingresso sul palco sulle note di  “Somebody’s love“, il primo singolo estratto dal suo nuovo album. L’artista si preoccupa immediatamente di constatare che quella di Milano è una data fondamentale per lui, perché suonare in Italia è sempre un piacere, ma soprattutto perché si tratta della tappa inaugurale del tour che segnerà una svolta decisiva nella sua carriera, avendo scelto per la prima volta dopo quasi dieci anni di mettersi in viaggio in compagnia di Pete Marin alla batteria, Ben Edgar alla chitarra elettrica, Rob Calder al basso e John Solo alle tastiere. Mike appare fin da subito in forma smagliante e inizia a interagire scherzosamente con il pubblico, rispondendo a un ragazzo che gli aveva urlato “I love you” con un simpatico “I love you too… but maybe our relationship started too soon, we should go out for a coffee before that”

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La scaletta è perfettamente amalgamata, brani estratti dal nuovo album, come If you go”, “When we were young”, brano incredibilmente dolce che live trasmette un grande senso di nostalgia e “Anywhere”, certamente il brano più ritmato e spensierato di questo lavoro, si alternano ad alcuni dei singoli estratti dai lavori precedenti, come la splendida “Life’s for the living” (chi di noi non riuscirebbe a riconoscersi nell’immagine dei ragazzi persi fra libri e vinili scricchiolanti di cui parla la canzone?). Successivamente si passa a “27”, che Mike introduce ricordando che, prima della pubblicazione di quel singolo che gli ha portato tanta fortuna (questione che affronteremo un po’ più avanti), ha passato cinque anni della sua vita a suonare per le strade delle cittadine inglesi e incoraggiando tutte le ragazze e i ragazzi che coltivano una passione in ambito artistico a non abbandonarla mai e a provare sempre e comunque a realizzare i loro sogni. E’ poi il turno di “Everything”, che Mike introduce scherzosamente affermando: “the next song is sad and depressing, but also one of my favourites. Oh, come on, you’re listening to Passenger, you had to expect this”. Si arriva poi a quello che è stato senza ombra di dubbio il momento più intenso e toccante di tutta la serata; dopo essere rimasto solo sul palco, Passenger introduce l’unico brano estratto dall’album “Whisper II” ad essere presente in scaletta, ovvero “Travelling alone” raccontando al pubblico come è nata questa canzone. I protagonisti del brano sono due persone che l’artista ha davvero incontrato per la sua strada e che gli hanno raccontato la propria storia. Il primo è  un anziano uomo australiano, che dopo aver ascoltato a occhi chiusi una sessione di busking a Copenaghen , ha scelto di confidargli di essere partito da solo per il viaggio che lui e la moglie avevano sognato da sempre, poiché la donna con cui aveva condiviso tutta la sua vita era morta poco prima. La seconda, invece, è una giovane donna che, in lacrime, ha raccontato di essere stata lasciata dall’uomo che amava e con cui, per dieci anni, aveva condiviso tutto. Al termine dell’esecuzione Mike, visibilmente emozionato, ha ringraziato il pubblico per essere stato tanto rispettoso ed aver ascoltato in silenzio.
Per alleggerire l’atmosfera si passa a “I hate”, una sorta di filastrocca in cui, fra un la lalalala e l’altro, vengono elencate tutte le cose che l’artista non sopporta, partendo dai razzisti, passando da chi paga per vedere i concerti e poi passa tutta la serata a parlare non curante di chi si sta esibendo, fino ad arrivare ai talent show (“and I hate the X-Factor for murdering music, you bunch of money grabbing pricks“).
Dopo “Young as the morning, old as the sea”, il brano che da il titolo al nuovo album, si arriva a “Beautiful birds”, che Mike ricorda aver inciso insieme a un’artista incredibile, cioè la giovanissima Birdy.
Ed ecco che arriva, quando ormai mancano una manciata di canzoni al termine del concerto, il momento di quella che lo stesso Mike definisce “la mia unica canzone famosa” e che, ci tiene precisare, si intitola “Let her go” e non “Let it go”, aggiungendo che la colonna sonora del celebre film Disney gli ha praticamente rovinato la carriera. Prosegue affermando che in ogni intervista la prima domanda che gli viene posta è sempre la stessa, ovvero se sia arrivato ad odiare il brano che lo ha lanciato. La sua è la migliore delle riposte possibile. Afferma che no, non potrebbe mai odiare la canzone che gli ha permesso di fare tutto ciò che sta facendo da un paio di anni a questa parte, ma che nel suo repertorio c’è molto altro. A tal proposito, se volete farvi due sane risate, vi consiglio di guardare questo video: http://https://www.facebook.com/PassengerOfficial/?fref=ts (“I really hope that I can show that I’ve got more songs that Let her fucking go”). E’ questo, come si poteva immaginare, il momento in cui tutti i presenti, dal fan in prima fila che conosce ogni singola parola a memoria (ssh, non ho detto che sto parlando di me), a chi è stato trascinato al concerto non per propria volontà urla a squarciagola, si accendono le varie torce degli iphone, si chiama l’amicadelcuginodelfidanzatodellasorella per far ascoltare il brano in diretta. Parte persino un imbarazzante quanto immancabile coro di “Sei bellissimo”, e la mia voglia di ricordare ai presenti che non siamo a un concerto di Marco Mengoni è tanta, ma faccio finta di niente.
E’ poi il turno di una cover, ovvero “Loosing my religion” dei Rem, per passare poi a “Scare away the dark” prima della quale Mike sprona il pubblico a non permettere mai a nessuno di condurci nel buio, con un riferimento diretto a Donald Trump.  L’artista e la band escono di scena, facendo ritorno dopo qualche minuto, accompagnati dall’instancabile coro del pubblico. Passenger regala gli ultimi due brani: si tratta di Home“, che a mio parere è uno più belli contenuti in “Young as the morning, old as the sea”, e la sempre verde “Holes”, con la quale l’artista si congeda definitivamente, fra gli applausi scroscianti dei presenti.

Che dire? Probabilmente mi sono lasciata trascinare e ho parlato fin troppo, ma ci tenevo a far emergere tutto quello che questo concerto mi ha trasmesso. Tirando le somme, la prima cosa che si percepisce osservando Passenger sul palco è la sua capacità di intrattenere il pubblico in modo spontaneo, senza artifici, divertendosi a sua volta: purtroppo, nel caso di concerti importanti, vi garantisco che non è affatto scontato che sia così. Credo che ciò sia dovuto al grande amore di Mike per la musica, che lo ha portato ad affrontare anni di gavetta e busking prima di diventare l’artista affermato che è oggi. Guardandolo suonare, si ha la sensazione che per lui la musica non sia solo un lavoro, bensì vita, nonché fonte di una felicità che non fa nulla per nascondere.
Sono finalmente arrivata alla fine di questo sproloquio. Non mi resta niente d’aggiungere, se non che vi consiglio vivamente l’ascolto di “Young as the morning, old as the sea”, che è un disco bellissimo e, se ne avete l’occasione, la partecipazione a un live: di questo sono certa, non ve ne pentirete.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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2 Comments
  • Enrico

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    Anche a me rubarono l'Ipod 4 anni fa. A pensarci ho ancora un brutto ricordo?

    1. Fort

      Fort

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