Per un'ora e venti i Deadletter si sono caricati sulle spalle il pubblico che è accorso ai loro concerti italiani. È come trovarsi in una bolla compatta, quasi autosufficiente, dove la musica torna a essere il centro. Il pubblico sorprende fin dall’inizio: è tutta gente che conosce i pezzi - non dei curiosi randomici - il che giustifica il sold out morale, oltre che quello reale: si canta, si anticipano i cambi, si riconoscono anche le code strumentali meno immediate.

I Deadletter partono con The Ecstasy of Gold sparata in tape (una scelta quasi ironica, ndr.), come a voler dichiarare subito un certo gusto per la teatralità. E poi entrano secchi con Purity I. Da lì non scendono più. L’impatto è immediato, senza concessioni: il suono è quello di un post-punk teso, ma più groove delle aspettative. Basso in prima linea, batteria che gioca con tempi dispari senza mai risultare cervellotica e chitarre taglienti che però soffrono leggermente di un’acustica non sempre all’altezza (soprattutto alcuni pezzi con la chitarra acustica, che ci è sembrata inesistente e troppo coperta dal wall of sound generale).
Il frontman Zac Lawrence è quanto di più vicino a un predicatore urbano: nervoso, magnetico, costantemente in bilico tra controllo e abbandono. Sale e scende dal palco, si contorce, attraversa lo spazio scenico con movimenti - e non vogliamo scomodarlo per puro gusto estetico - che inevitabilmente riportano alla memoria un certo Ian Curtis. La fisicità è chiaramente più contemporanea e decisamente meno tragica, ma il taglio comunicativo sul palco è il medesimo.

Ad un certo punto si fa anche spazio tra il pubblico e arriva nelle retrovie. Il pubblico non tradisce, è super fidelizzato e risponde presente a brani come To the Brim, Mere Mortal e More Heat!, che alzano progressivamente la tensione.
La folla, però, non deflagra subito, anche per una certa consapevolezza: si percepisce che molti lì dentro di concerti ne hanno visti parecchi e ne hanno consumate di suole. Ma proprio per questo, quando arriva il momento - perché arriva - la risposta è ancora più significativa. I Deadletter conquistano definitivamente la sala con Deus Ex Machina e What the World Missed: da lì in poi è un pogo a pressione continua. Colpisce una media età che, talvolta, supera anche la cinquantina, segno di una scena che non è solo giovanile ma trasversale (e forse proprio per questo più resistente, ma alla critica specializzata l’ardua sentenza).

Fuori fa ancora freddo e uscire sudati dal parterre non è per cuori pavidi. Ma è anche il segno che qualcosa ha funzionato davvero. Il live risulta molto più solido di quanto ci si aspetti da una band UK in tour europeo: niente cali, niente momenti interlocutori, solo una progressione costante. Sarà stato l’amore ricambiato da un pubblico italiano di fedelissimi, sarà stata la fame della band, ma - anche se soltanto per un’ora e venti, sia chiaro - è sembrato di stare al Shacklewell Arms di Londra.
Fotogallery del concerto all'Arci Bellezza di Milano a cura di Maria Laura Arturi.