Ha lottato tanto per uscire dal meme e ce l’ha fatta, ma è rimasto dentro lo schermo. Ad Assago un gigantesco led domina la scena con animazioni e scenografie dinamiche importanti che a breve capiamo essere il centro pulsante di questo Solaris Tour e del nuovo Joji, che dopo essere stato uno youtuber visionario con il nome di Filthy Frank, e poi ancora la parodia di un vero cantante con Pink Guy, ora vuole insistentemente essere solo persona artistica.
Di Joji – che si pronuncia “gio-gi” – sapete qualcosa anche se pensate di non sapere niente. Avrete almeno di sfuggita ascoltato la sua straziante (e viralissima) Glimpse of Us sotto qualche video di gattini, oppure, una decina di anni fa, nell’età dell’incoscienza, vi sarete cimentati insieme a un gruppo di amici nel realizzare un Harlem Shake: entrambi sono opera sua.

L’immensa popolarità di Joji, anche per vie traverse alla musica, rende facile sospettare l’affluenza di un pubblico di avventori e curiosoni più che di veri fan ma scopriamo presto con piacere che non è questo il caso. In platea passeggiano un paio di cosplayers con la tuta di Pink Guy e sorprendentemente parecchi metallari, molti di loro sono fan del suo canale youtube che hanno accetto di buon grado la trasformazione in cantante, altri l’hanno conosciuto così e se ne sono appassionati, tutti saranno in grado di cantare un buon 80% del suo repertorio.
Quando le luci si abbassano appare una nebulosa e un cono di luce rossa a contornare la comparsa di George Kusunoki Miller, metà giapponese metà australiano, classe 1992, corpo e mente delle mille personalità dette prima. Il rosso è il colore di Piss In The Wind, il suo ultimo album, dove un’elettronica rimbombante prende il sopravvento sull’R&B e sulle atmosfere più melodiche e profonde dei precedenti lavori SMITHEREENS (2022), Nectar (2020) e Ballads 1 (2018). Ed è con i bassi distorti di PIXELATED KISSES, seguita subito dopo dalle ballatone Sojurn e Sanctuary che ha inizio lo spettacolo.
Sul palco c’è il gusto asiatico per le cose fatte in grande, una serie di immagini digitali imponenti e vorticose che si muovono attorno a un performer entusiasta ma moderato, che fa da perno statico alle grandi scenografie che si è scelto come protagoniste e che ha rinunciato infine agli scketch triviali con cui intratteneva il pubblico, talvolta un po’ basito, nei precedenti tour.

Durante Love you less il suo faccione si ripete infinite volte sul mega-display come in un popolare filtro di Instagram, negli intermezzi tra un set e l’altro ci intrattiene con un’inquietante scenario in bianco e nero, a metà tra Blair Witch Project e Slender Man. Più volte appaiono iridi e occhi e pupille, come succede con l’iconico occhio di coccodrillo mentre ascoltiamo la trendyssima Hotel California, o con le decine di pupille verdi durante Last of a Dying Breed.
Al termine dello spettacolo - la cui chiusura viene affidata al lo-fi orientaleggiante di SLOW DANCING IN THE DARK accompagnata da una candida luce boreale - è chiaro che nonostante la viralità sia sempre stata centrale nelle mille vite di George Miller, la sua carriera musicale è per un pubblico di nicchia, un pubblico capace di cogliere la frequenza della sua malinconia moderna e la serietà intrinseca di tutto ciò che sembra futile, come proprio come meme o la trama di un videogioco.