Sziget Diaries: I 5 Top e i 5 Flop musicali nell’isola della libertà

by Sara

Chi scrive avrebbe voluto passare le ultime 72 ore a dormire, o al limite in una specie di stato comatoso di atarassia uscendo dalla penombra della propria stanza solo per aprire il frigorifero. Come spesso accade nella vita, i piani sono andati miseramente in fumo: dopo 6 giorni di musica e stimoli costanti di ogni tipo, in cui l’ebbrezza in ogni sua forma dominava corpo e mente, si è stati ricatapultati nella realtà,  trovandosi ad avere a che fare con la noia delle faccende quotidiane tediati da un raffreddore con i fiocchi e da muscoli indolenziti.

"Lasciate ogne speranza, voi ch' intrate"
il telo recita “Sziget’s on fire, your liver is terrified” .. ci sentiamo di aggiungere “Lasciate ogne speranza, voi ch’ intrate”

Se il rientro dalle vacanze è sempre traumatico, immaginatevi come può essere stato il rientro a casa da un festival di 6 ginorni che si presenta come “L’isola della libertà”, un posto magico dove si può fare tutto, ma proprio tutto quello che si vuole. Come accade per pochissimi altri festival (diciamocela tutta: forse solo per Glastonbury), anche per lo Sziget vale la pena comprare il biglietto a scatola chiusa, decidendo di andarci per l’esperienza in sé, dove la musica è solo uno degli ingredienti. Laboratori artistici, danze, spettacoli circensi, cinema, spiagge, mostre, discoteche, giostre e chi più ne ha più ne metta. 12 palchi per quasi 24 ore di musica non-stop di ogni genere, dove tra una pausa e l’altra si può fare una partita a scacchi, decorare pietre, fare bungee jumping o partecipare ad una lezione di danze africane. Dimenticatevi le preoccupazioni, l’ansia, la privacy e il silenzio: l’isola di Obuda per una settimana vuole essere quello che fu Woodstock per 3 giorni nel 1969, un’oasi di peace&love che come Glastonbury si vanta di poter contare su una line up stellare ma molto più varia, sia dal punto di vista del genere che della nazionalità degli artisti che si esibiscono (spirito olimpico a parte, gli artisti italiani che hanno suonato erano un trentina!). La regola è una sola: divertirsi il più possibile, sempre nel rispetto dell’altro e del buon senso.

uno dei panorami più instagrammati del festival: il viale con gli ombrelli colorati. Nella remota possibilità in cui non l'abbiate ancora visto, eccolo qua
uno dei panorami più instagrammati del festival: il viale con gli ombrelli colorati. Nella remota possibilità in cui non l’abbiate ancora visto, eccolo qua

Prima di arrivare alla parte dell’articolo dove con uno sforzo immane si cerca di fare un bilancio (dal punto di vista musicale, si intende; se volete sentirvi raccontare innumerevoli aneddoti sui casi umani incontrati e varie storie disagio ci vediamo per una birra) va detta una cosa: il pubblico dello Sziget è composto al 98% da giovani non necessariamente recatisi sull’isola di Obuda per la musica. Me ne sono resa conto definitivamente durante lo show dei Muse, quando anche sulle canzoni più famose la voce del pubblico non risuonava nell’aria chiara e forte come ad altri festival. Ma del resto, proprio a differenza di altri festival, lo Sziget non è solo musica bensì un’esperienza a 360°.

Cari amici di NoisyRoad, siamo ora giunti alla parte dell’articolo che ha richiesto profondi momenti di riflessione svolti quando ormai le capacità psico-fisiche di chi scrive erano state recuperate al 100%. Eccovi dunque un mio personalissimo TOP 5 e FLOP 5 , tenendo ovviamente conto che:

a) non possiedo il dono della bilocazione indi per cui avrò perso mille concerti fantastici (peraltro già parzialmente rinfacciati dagli amici);
b) la scelta dei concerti e della top 5 è chiaramente influenzata da gusti personali;
c) la valutazione è stata influenzata anche da fattori ambientali quali la compagnia, la posizione, il disagio circostante e il tasso alcolemico nel sangue.

TOP 5

Skin con outfit discutibile prima del crowd surfing
Skin con outfit discutibile prima del crowd surfing

Skunk Anansie – La band capitanata dall’ormai italiana d’adozione Skin ha infiammato gli animi durante la prima giornata del festival. Della band conoscevo solo qualche pezzo e la maggior parte del nuovo album, ma devo dire che nonostante la scaletta sia stata una sorta di “best of” che ha spaziato nel loro ventennio di carriera non mi sono mai annoiata. Skin è una front(wo)man coi fiocchi: la sua energia e la sua voce sono rimaste immutate per tutta l’ora e un quarto di concerto, mai scalfite né dalla pioggia battente né dal correre su e giù per il palco. Anzi, più pioveva più Skin era felice di bagnarsi in mezzo alla folla, regalando al pubblico diversi crowd surfing. Grazie di cuore Skunk Anansie, siete stati l’unica gioia del day 0, dove con -15 gradi, bagnate fradice e con un vento che asciugandoci ci benediceva con una broncopolmonite ci siamo limitate a ballare a caso in mezzo al fango con i Die Antwoord.

John Newman – John Newman è stato una bellissima sorpresa: un concerto pulito, senza sbavature, un’ottima performance sia dal punto di vista canoro che da quello della personalità e del carisma. E’ un perfomer a tutto tondo: mai la voce o i passi di danza sono stati messi in secondo piano rispetto ad altri elementi dello show. Un bel 10 va anche alla band che lo affianca, compatta e professionale, che lo rispecchia in tutto e per tutto. Degna di nota è stata anche la performance in acustico di una nuova canzone per l’occasione dedicata a Dan Panaitescu, uno dei padri fondatori dello Sziget morto in un incidente d’auto un mese fa.

Sum 41 – I Sum 41 hanno alle spalle 20 anni di carriera, molteplici cambiamenti nella formazione e intoppi vari, tra cui il rehab del frontman Deryck Whibley un paio di anni fa. Nonostante questo, con un album in uscita questo autunno si sono presentati all’isola della libertà più in forma che mai. Un po’ di sano pop punk che ha fatto ballare e cantare la folla al main stage per un’ora e un quarto, inclusi coloro che come la sottoscritta conoscevano a malapena il ritornello della loro canzone più famosa. Esecuzioni pulite e chiare come il biondo platino dei capelli del frontman, che qualche fortunato fan pescato a caso dalla folla ha avuto la fortuna di ammirare direttamente dal palco e non risucchiato in uno dei numerosi circle pits creatisi durante lo show.

The Last Shadow Puppets – Era la prima volta che assistevo ad un concerto dei TLSP e avevo grandi aspettative, che fortunatamente non sono state deluse. Un Kane e un Turner in forma che si prendono in tempo di 3 o 4 canzoni prima di scendere nelle vesti dei loro personaggi e regalare teatrini che facilmente stimolano l’immaginazione di gran parte del pubblico femminile presente (il tutto aiutato dal fatto che il caro Miles indossava una specie di vestaglia pitonata e il nostro Alex una camicia bianca sbottonata). L’ultimo concerto serio per chiudere in bellezza il festival prima di sprofondare di nuovo in livelli di ignoranza e tamarraggine indicibili con lo show finale di Hardwell. Un momento magico e colmo di delirio degno di nota, oltre agli ammiccamenti e ai quasi baci tra i due sul palco, è stato il “fuck it” di Alex rivolto ad una lattina di birra che volava via nel cielo ungherese attaccata a quattro palloncini. Migliaia di sguardi all’insù a rimpiangere 33 cl di birra sprecati e regalati da un pazzo al cielo rosso del tramonto. Magia.

soldato reduce dal color party
soldato reduce dal color party

Bastille – Okay, forse una che si è fatta il sesto concerto dei Bastille in transenna è un po’ di parte. Però si può affermare in maniera oggettiva che la band londinese è perfetta per i festival: grazie alle sue canzoni pop costruite sulla magica formula “ritornelli e melodie orecchiabili + testi deprimenti e mai scontati” raduna folle oceaniche. I segreti dei Bastille sono tanti: professionalità (sia nella loro puntualità che nella precisione dell’esecuzione), gentilezza e dialogo con il pubblico. Ma forse il vero segreto è un altro: hanno un repertorio di canzoni suonate dalle radio fino alla nausea, canzoni che si imparano dopo il primo ascolto o addirittura dopo il primo ritornello. Alla vigilia dell’uscita del secondo album la band capitanata da Dan Smith torna con nuove canzoni figherrime alle quali viene dedicato ampio spazio nella scaletta. Tra passi di danza (se così possono essere definiti) disagiati e le solite battute che il frontman recita da copione per evitare di essere divorato dall’ansia, in men che non si dica si arriva all’encore. Quando parte  l’”eh eh oh eh oh” di Pompeii ci si vorrebbe perforare un timpano con una matita, ma alla fine si finisce per ballarla e cantarla a squarciagola come se fosse la prima volta.

SCOPERTE: Aurora

Aurora è una giovane artista norvegese dalla voce e dall’aspetto angelico. Una voce e una personalità dolcissima che contrastano con i testi spesso malinconici e le atmosfere fredde del nord evocate in canzoni pop mai scontate. Oltre ad avere una bella presenza sul palco, quello che è stato maggiormente apprezzato è stato il dialogo con il pubblico: vere e proprie conversazioni su cosa è stato mangiato a pranzo o ringraziamenti personalizzati per i regali portati dai fan hanno avvolto il concerto in un’atmosfera piacevole di intimità, nonostante  i presenti fossero all’incirca un migliaio di persone.

BORDERLINE tra TOP e FLOP

mood che pervadeva le strade dell'isola di Obuda
mood che pervadeva le strade dell’isola di Obuda

Sia – Sull’esibizione di Sia si potrebbe scrivere un papiro intero. Partiamo con il dire una cosa: dall’inizio alla fine si è stati in un perenne stato di confusione e perplessità. Quello che stavamo guardando ci piaceva o no? Un’ora stringata di performance (a dir poco imbarazzante per un artista headliner) in cui la cantante è rimasta immobile al lato del palco a cantare mentre  i riflettori erano puntati sui ballerini. La lontananza dal palco ci impediva di capire cosa stesse succedendo; ci siamo affidati, come spesso accade ai giorni nostri, alle immagini che scorrevano sui maxischermi.  Immagini e inquadrature perfette, luci studiate, il tutto visibilmente curato alla perfezione da film maker hollywoodiani e non certo da cameramen del festival. Insomma, un vero e proprio spettacolo più che un concerto, con una scaletta basata su una forte impostazione narrativa che designava i movimenti dei ballerini e i testi delle canzoni come unico strumento comunicativo in grado di scavalcare il muro –volutamente- eretto dalla cantante verso il suo pubblico. Un muro che parte innanzitutto dall’immagine della cantante, che si presenta al mondo con una parrucca bicolore che le copre il volto, oggetto che rivela una doppia identità ma anche l’assenza della stessa. L’impressione generale era quella di stare guardando un corto: si oscillava tra l’estasi provocata dalla bellezza delle immagini e dall’incredibile espressività di ballerini e attori (nelle immagini sugli schermi c’erano Maddie Ziegler, la celebre bambina ballerina prodigio e doppelgänger della cantante australiana e gli attori Paul Dano e Kristen Wiig.. ma sul palco chi c’era?) e la lampadina della razionalità che a intervalli regolari si accendeva nel cervello per farci tornare in noi e guardare con occhio scettico quello che accadeva (o che pensavamo stesse accadendo) davanti ai nostri occhi. Si è arrivati perfino a sospettare che fosse in playback (a tratti la voce era troppo perfetta per essere live) o addirittura a dubitare della presenza della cantante australiana sul palco. Sotto quella parrucca poteva esserci chiunque, così come chiunque poteva essere al posto di Maddie Ziegler e degli altri attori/ballerini. Ad oggi non sono ancora sicura di quello che ho visto, di cosa fosse finzione o cosa realtà. Ma del resto “This is acting”.

 

FLOP 5

Rihanna – Le aspettative per il live della protetta di Jay-Z erano basse, anzi bassissime, influenzate per lo più dalle recensioni del suo recente concerto a San Siro. La superstar americana si è presentata con ben 30 minuti di ritardo per poi esibirsi per un’ora scarsa, un’ora dove è successo il tutto e il nulla. Un playback neanche troppo nascosto, le hit abbozzate e unite in mash-up che non davano nemmeno il tempo al pubblico di riconoscerle e iniziare a cantare. La principessa delle Barbados pensava di farsi desiderare sparendo dal palco per poi tornare dopo interminabili minuti senza essere giustificata nemmeno da un cambio d’abito, ma in realtà finiva solo con il far innervosire il suo pubblico. La scaletta è rimasta quella dell’Anti Tour, con troppo spazio dedicato al nuovo album semisconosciuto (come è giusto che sia) da una platea di un festival. Neanche il twerking su Work (unico momento degno di nota del live) è riuscito a soddisfare il pubblico scontento, che si ricorderà di questo live deludente nonostante le alterazioni provocate dall’alcool e l’hype accumulato.

Bring Me The Horizon – Il metalcore non è un genere per tutti, ma tutti siamo dotati di un sistema uditivo e di un minimo di senso critico per capire se una persona sa cantare o meno. Per dirla in parole povere, Oliver Skyes oltre ad essere pieno di tatuaggi e a sfoggiare dei baffetti da preadolescente come se nulla fosse, dal vivo non ha voce. Okay, magari la voce ce l’ha perché su disco suona bene, ma a mio parere se fai un concerto ok e altri 5 così così c’è qualche problema. Le uniche canzoni che ho apprezzato sono state quelle dell’ultimo album That’s The Spirit, più orecchiabili e destinate ad un pubblico mainstream. Per il resto dei quasi ridicoli 50 minuti di live mi sono intrattenuta a guardare la gente ammazzarsi nei circle pit mentre mangiavo un dolce ungherese dal nome impronunciabile.

Il Lightstage, uno degli angoli più belli di tutto il festival. Luogo ideale dove rilassarsi con sottofondo musicale praticamente 12 ore al giorno. Nella foto i London Grammar nostrani: i Landlord
Il Lightstage, uno degli angoli più belli di tutto il festival. Luogo ideale dove rilassarsi con sottofondo musicale praticamente 12 ore al giorno. Nella foto i London Grammar nostrani: i Landlord

David Guetta – Premessa: lo show di David Guetta è stato uno dei momenti del festival in cui mi sono divertita di più. Questo perché è stato una delle rare occasioni in cui è socialmente accettabile toccare livelli di ignoranza che in altri momenti della vita quotidiana non sono ammessi. Andando oltre i piccoli dettagli del disagio, l’ormai cinquantenne Davìd Guettà ha sicuramente sfigurato di fronte ai mille altri DJ (Zedd, Afrojack, Nicky Romero solo per citarne alcuni) che si sono esibiti durante il festival. I brani sembravano addirittura preremixati (cosa peraltro già successa nella carriera del DJ francese) e la scaletta, benché fosse un bel pastiche delle sue hit più famose, era costruita in modo prevedibile e ripetitivo: dal nulla le canzoni venivano interrotte dallo schiacciare un tasto sulla consolle che dava loro un effetto “esplosione” fastidioso che sembrava provenire direttamente dagli anni novanta. Troppi mirabolanti passi di danza interrotti sul più bello.

The Lumineers – Forse dire che il concerto dei Lumineers è stato un flop è esagerato, ma pensare che al 99% non andrò mai più a sentirli dal vivo per me è una ragione sufficiente per inserirli in questa classifica. E’ innegabile che i Lumineers facciano ottime canzoni da cantare in coro in macchina d’estate con i finestrini abbassati, ma dal vivo sono di una noia mortale. Sguardi attoniti quando partono le note di “Ho Hey” a un quarto d’ora dall’inizio del concerto. Addio encore tanto atteso, addio hype. Solo la noia ci ha accompagnato per i successivi 45 minuti di concerto, e la pigrizia era troppa per spostarci da un’altra parte. Probabilmente anche il cantante si stava annoiando visto che verso la fine ha deciso di farsi un giro tra la folla.

Cover band Arctic Monkeys – Ebbene sì amici, c’era anche un palco dedicato alle cover band. Qualunque essere umano sano di mente ha basse aspettative nei confronti di una cover band, ma visto l’inaspettato successo dei sosia dei Maroon 5 di qualche sera prima ci si aspettava qualcosa in più dai fake di Alex Turner e soci. Già alla prima canzone (mi pare fosse R U Mine.. delle altre ho un ricordo confuso, ma forse è meglio così) sanguinavano orecchie e l’istinto era quello di contorcersi a terra. Voci di corridoio narrano che il vero Alex (esibitosi qualche ora prima sul main stage) fosse dietro le quinte a farsi quattro risate o a tentare il suicidio. Ciò che è certo è che non ha fatto irruzione sul palco per salvare la situazione e chi come me non aveva abbastanza alcool nel sangue per sopportare quello scempio ha abbandonato il campo migrando verso altri territori.

Buda FKN Pest. Vi metto questa perché la scritta "Sziget" era praticamente assediata 24 ore al giorno e impossibile da fotografare
Buda FKN Pest. Vi metto questa perché la scritta “Sziget” era praticamente assediata 24 ore al giorno e impossibile da fotografare

Se siete arrivati a leggere fin qui probabilmente avranno già messo in vendita i biglietti per lo Sziget 2017. Quello che mi sento di dirvi è: radunate un gruppo di conoscenti o amici (anche uno solo: non ho mai visto un posto dove è più semplice parlare o stringere rapporti interpersonali di varia intensità con sconosciuti), comprate il biglietto anche solo conoscendo 1/5 della line up e partite. Lo Sziget è il ritratto dell’Europa del 2016, dove i confini sono più labili che mai: tra persone, forme d’arte e divertimento. E’ davvero l’isola della libertà, dove per una settimana il tempo e le distanze sembrano azzerarsi e l’unica routine quotidiana diventa quella del divertimento. Ne uscirete distrutti e anche un po’ nauseati dai vostri simili ma con la voglia di comprare subito il biglietto per l’anno dopo.

Ah, a proposito: nel 2017 il festival compie 25 anni. Ha ancora un po’ di strada da fare in termini di piccoli miglioramenti qua e là per diventare davvero il miglior festival in assoluto. E se in un futuro non poi così lontano e distopico la sacra patria della musica dal vivo diventerà sempre più difficile da raggiungere.. beh, noi abbiamo il nostro Glastonbury  Sziget.

Sara

Ventenne con la testa tra le nuvole ma i piedi sempre per terra. Costantemente in bancarotta a causa del “carpe diem” in fatto di concerti, (troppo) spesso preferisco la musica alle persone.

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