Chissà cosa penserebbe la maestra Claudia di Giorgio Quarzo Guarascio. Non credo penserebbe male, così come un suo concerto non dispiacerebbe neanche alla sessuologa di TikTok, ai calciatori coi capelli rosa, ai presenti alle cene wannabe Carmelo Bene.
Dopo tre anni di commiato - che, a detta sua, è la regola sociale che ama maggiormente - Tutti Fenomeni ha chiarito di non essere una meteora passata lì per caso, tra guizzi letterari e follie sinestetiche. È fatto per restare: anche quando sparisce, quando si sottrae, dalla coltre di nubi riemerge. E basta. Perché a Roma va così.

Se per qualcuno la fine dei vent’anni coincide con l’essere quasi sempre in ritardo, Tutti Fenomeni è stato spesso in anticipo su tutto, godendo di sé e di chi gli stava attorno, fino a rischiare di dissiparsi. "Aveva vent'anni e aveva bisogno di storie", dice il poeta Tondelli in Camere separate, no? Con l’arrivo dei trenta, tre album alle spalle e dopo essersi guardato allo specchio senza più filtri, è iniziato il suo decennio lucido. Bisognava soltanto dargli un po’ di fiducia. E di tempo. Ieri l’Atlantico si è seduto per un’ora e quaranta ad ascoltare la sua storia. Quella di quando era un clown, con il naso da clown, ma - tra le luci soffuse che hanno accompagnato il suo monologo iniziale - il trucco ha cominciato leggermente a colare e sotto il cerone è emerso il suo vero volto. E allora la voce si è abbassata e, più umano rispetto a tre anni fa, ha lasciato qualche parola per strada, come se l'emozione avesse tolto qualche saldo appoggio.
Sul palco non c’era più nessun personaggio da sostenere, solo un corpo che attraversa le sue canzoni. Ed è forse lì che succede Tutti Fenomeni: in quell’equilibrio instabile tra il controllo e il rischio di perdersi. Le canzoni si allungavano, si piegavano, respiravano in modo diverso rispetto ai dischi. Alcune si facevano più sporche, altre quasi solenni (andare alla voce Morire vista mare, prego). Dentro c’era tutto. E soprattutto quella sensazione costante che niente fosse del tutto ironico e niente del tutto serio, come se ogni frase custodisse sempre un secondo fondo. Che è poi la caratteristica che ti fa apprezzare la sua amara follia.

Il pubblico conosceva già le regole del gioco. Da ascoltare con una specie di attenzione laterale, lasciandosi sorprendere quando meno te lo aspetti, come quando in Cantanti c'erano snippet di Se telefonando, Incoscienti giovani ed Eroina con Kid Yugi. Poi Love is not enough, che non è un vero momento di chiusura ma solo un lento spegnersi, come quando una conversazione importante finisce senza che tu riesca a individuare il momento esatto in cui è finita (anche perché molti si aspettavano un finale con Il Grande Modugno che, però, non è mai arrivato).
Quindi un attimo dopo sei catapultato in un universo, questo, in cui c'è della musica di sottofondo che ti accompagna all'uscita, un pannello led giallo fisso sul fondo del palco che indica che, sì, è tutto finito e non ci saranno altri bis e quindi ti ritrovi fuori, con la sensazione che non sia successo niente di clamoroso ma che in qualche modo ti abbia riempito.
Il miracolo, si sa, è la pigrizia di Dio e non certo la sua generosità.
Fotogallery a cura di Mariachiara Panone.