Dove andiamo? – La playlist dedicata ai luoghi di NoisyRoad

by NoisyRoad Staff

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Un luogo può essere la propria città natale, quella per cui molto spesso proviamo odio, ma che chiameremo sempre casa. Può anche essere il cassetto dove racchiudiamo i nostri sogni e le ambizioni del futuro che bramiamo. Infine, un luogo può anche essere nientaltro che il guscio che contiene i ricordi legati a determinate persone che, casualmente, si trovavano proprio lì. Un luogo può essere una nazione, una città, un piccolo paesino nebbioso, una via, una panchina, un letto, le braccia della persona amata. Così come ogni altra forma d’arte, la musica ci permette di fuggire dalla realtà per rifugiarci in luoghi estrapolati dal tempo che cambiano, si evolvono o si creano a piacere. Con la playlist “Dove andiamo?”, lo staff di NoisyRoad vi propone 110 brani che parlano di metropoli, meandri sperduti, vie storiche e quartieri nascosti per perdersi tra i luoghi più famosi dell’indie.

Prendere una mappa sgualcita, uno zaino scolorito, una macchina decappottabile tutta ammaccata e una camicia hawaiana per un viaggio on the road nella terra rovente della West Coast con in sottofondo la voce calda di Stu Larsen; gonfiare un materassino e farsi cullare dalle calme onde della Costa Azzurra mentre in sottofondo i Pink Floyd ricreano la perfetta atmosfera da bordo piscina; perdersi tra le pagine di storia ascoltando le vicende narrate dagli Shins; oppure infilare i Dr Martens, tote bag, NME sottobraccio per una passeggiata a Carnaby Street e un pit stop da Rough Trade canticchiando i National. La musica permette tutto questo e molto altro. Allacciate le cinture, si parte.

Federica: San Francisco – Stu Larsen

Quando abbiamo pensato di realizzare una playlist contenente una serie di brani che avessero per titolo il nome di un luogo, la mia scelta è immediatamente caduta su San Francisco di Stu Larsen, che oltre ad essere la mia canzone preferita in assoluto è anche il brano per eccellenza che mi fa venire voglia di mettermi in viaggio. Fin dalla prima volta che ho premuto play, la voce del mio cantautore australiano del cuore mi ha trasportata in un viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti, con l’autoradio che trasmette rigorosamente brani indie folk semi sconosciuti e un braccio fuori dal finestrino, che ha come culmine l’arrivo a San Francisco. Si tratta di una città per la quale nutro da sempre una fortissima attrazione, sopratutto poiché si tratta di una vera e propria città di culto per chi, come me, ama la Beat Generation ed è fortemente legato al mondo LGBT+ e alla sua storia. Un giorno spero di riuscire finalmente a realizzare il mio sogno di percorrere il Golden Gate Bridge con questa canzone in sottofondo, visitare i luoghi in cui ha vissuto e lavorato Harvey Milk, perdermi tra le vie di Castro circondata da bandiere arcobaleno.
Chissà, magari alla fine troverò anche io l’amore a San Francisco (“maybe I’ll find love in San Francisco”).

 

Martina: Aberdeen – Cage The Elephant

Il brano, soprattutto con la prima strofa, potrebbe rappresentare fedelmente la me che cerca di capire perché non vuole rimanere nel posto in cui è nata. So che è insolito per una salentina essere attratta dalla Scozia, ma che ci posso fare se io sono in cerca della terra in cui è sempre autunno? Continuerò a chiedermi cos’hanno pensato i Cage The Elephant quando hanno scelto di citare Aberdeen, ma sono certa che a me incuriosisce perché è una piovosa e fredda città portuale, e i porti significano apertura e possibilità di partire.

 

Riccardo: London Skies – Jamie Cullum

Un diamante raro, incastonato in uno degli album a cui sono maggiormente legato, London Skies è una storia d’amore, un uragano come la città inglese, che può cullarti e stravolgerti, cambiando il proprio andamento nell’arco di pochi secondi. Dice che nulla è certo, tranne che tutte le cose possono cambiare. Questa è una verità che spesso coincide con la vita di chi si scontra con questa città, dalle mille opportunità e occhi da incontrare. Jamie Cullum, all’epoca 26enne, è tutto da scoprire, artista eclettico in grado di legare il jazz al pop melodico, emotivo e scatenato sul palco. Consiglio di lasciarsi trascinare da questo leggero viaggio tra i grattacieli, nuvole e immensi colori di Londra.

 

Jack: San Tropez – Pink Floyd

In ogni libreria musicale esiste uno specifico girone per gli album che non andrebbero giudicati dalla relativa copertina, spesso colpevole di non rendere loro alcuna giustizia: proprio nella schiera del prog rock, Meddle dei Pink Floyd ne è un esempio plateale, malgrado sia al tempo stesso un elemento cardine nel cambio di marcia delle sonorità del gruppo. Le vaste e riecheggianti vocazioni paesaggistiche, che scandiscono le tracce, si perdono infatti in un confuso zoom: tra queste vi è anche Saint-Tropez, con le sue spiagge e le infaticabili cicale tra i pini marittimi. Composto in maniera quasi da solista da Roger Waters e forse uno dei brani meno sperimentali dei Pink Floyd, San Tropez è il sogno idilliaco anni ’60 di essere una decaduta rockstar, ormai rassegnata ad un esilio volontario in Costa Azzurra, ma con la velleità di mascherarsi a suo modo da tycoon qualsiasi che storpia nomi e ricordi, in quanto decisamente annebbiato da bottiglie di champagne alle quali non era mai destinato. L’unico contorno che non verrà mai saturato sarà quello della sua vecchia coupé, un tempo di lusso, ora nascosta dalle frasche della Plage de Pampellone.

 

Silvia: I Love LA – Starcrawler

Benvenuti a Los Angeles, luogo in cui tutto è possibile, persino l’acquisto di ciambelle discrete ad un prezzo stracciato. Stare qui è come fare una gita nel Paese dei Balocchi, poco importa se avanziamo per le avenue come degli zombie o se gli amici tediosi non vogliono più seguirci nella nostra avventura tra sole, mare, palme, macchine decappottabili, tipi strani, rettilinei ed anidride carbonica, noi siamo giovani e spensierati come la California. Questo è il sunto di I Love LA, cantilena glam al limite del tormentone degli Starcrawler, il volto nuovo di una generazione di artisti che non disdegna il passato, l’heavy dalle giacche in pelle pitonate, tacchi vertiginosi, capelli platino cotonati, assoli di chitarra infiniti. Primo singolo del debut omonimo uscito a gennaio del 2018, il brano celebra personalità opposte quali quelle dei Black Sabbath e dei Twisted Sisters. L’Europa sta iniziando ad apprezzarli: dopo un mini tour degli States in compagnia degli Uni (altra fresca band glam rock capitanata da Charlotte Kemp Mulh), la carica esplosiva degli Starcrawler è stata oggetto di chiacchiere a fronte dei piccoli palchi di due dei festival più importanti di questa primavera, il Primavera Sound di Barcellona e il Rock Im Park di Norimberga.

 

Jacopo: Cheer Up London – Slaves

Spesso, per un ragazzo di provincia come me, chiuso (ma non troppo) nella propria microrealtà di un paesino di pochi abitanti, il problema è sempre lo stesso: la noia, causata dalla monotonia e dalla routine del tranquillo paesello. Un paese che a noi giovani con la voglia di spaccare il mondo ci sembra, appunto, morto. Infatti noi tutti, raggiunta una certa età, invidiamo i coetanei in città, pensando che loro non soffrano di questi problemi. A quanto pare ci sbagliamo, almeno secondo gli Slaves, secondo i quali pure la mitica Londra abbia lo stesso problema, quindi perché non spronarla a ravvivarsi un po’, rompendo la monotonia della vita quotidiana?

 

Renato: Perth – Bon Iver

Perth rappresenta il brano d’apertura dell’omonimo album della band indie folk Bon Iver e commemora la città australiana di Perth, città natale dell’amico e attore Heath Ledger, la cui triste e precoce dipartita ha ispirato la scrittura di questo brano, fortemente permeato di una sensazione di isolamento che ha inevitabilmente indirizzato e influenzato anche il resto delle tracce dell’album, ognuna delle quali prende il nome o descrive un luogo. Bon Iver è infatti un album concettuale e circolare, che si apre con Perth, che casualmente fa rima con “birth” e che rappresenta l’inizio o la nascita, e che si conclude con Beth/Rest, il finale o la morte. In tal senso, Vernon ha spiegato al quotidiano britannico The Guardian: “Abbiamo questi intensi rapporti con i nostri posti, e questo è approssimativamente ciò su cui l’album è basato” spiegando poi come non tutti i luoghi siano semplici località geografiche ma incarnino piuttosto veri e propri sentimenti o stati d’animo: “Potrei andare avanti e avanti su come usiamo la parola ‘luogo’ in tanti modi diversi, di come qualcuno potrebbe chiederti ‘Dove sei?’ e non stare chiedendo dove sei seduto, dove vivi. Loro stanno chiedendo: ‘Come stai?'”.

 

Maria Vittoria: England – The National

“You must be somewhere in London / You must be loving your life in the rain” ritornello immancabile durante tutti miei voli low cost verso la capitale Britannica con la sua poesia sonora di archi, fiati e grandi percussioni che scandiscono la voce malinconia e profonda di Matt Berninger. Fedele compagna del mio trasferimento in città lo scorso settembre, ogni volta che rimbomba in cuffia mi ricorda i verdi parchi londinesi attraverso cui ho bruciato chilometri a piedi, svariate pinte al pub, e tanti dolci e sinceri sorrisi tra amici. Questa canzone ha il potere di trasportarmi con poche note in Inghilterra, al momento in cui in attesa al gate numero 4, mi imbarcavo verso nuovi orizzonti. Le parole del ritornello mi fanno pensare a qualcuno che nonostante il grigiore costante della città, le gocce di pioggia che bagnano i capelli, è felice di ciò che lo circonda, ha trovato finalmente il suo posto nel mondo. England, a differenza di molti dei pezzi del gruppo, è un brano dai toni speranzosi, spensierati, teneri, che, nonostante un grande scetticismo iniziale, mi ha fatto innamorare dei National e a parer mio rimane una delle migliori del repertorio della band di Cincinnati.

 

Alessia: New York – St. Vincent

New York è il primo singolo estratto da “Masseduction”, ultimo album rilasciato l’anno scorso da St. Vincent. In un’intervista per Song Exploder, Anne Clark aveva detto: “Questa potrebbe essere la canzone preferita di qualcuno”. Beh, è sicuramente la mia canzone preferita del disco e Spotify mi ricorda che è anche una di quelle che ho ascoltato più volte nel 2017. New York spiega un ventaglio di emozioni contrastanti, dalla malinconia alla voglia di ballare, dall’amaro in bocca per le cose non dette ai sorrisi agrodolci. La parte strumentale viene costruita di verso in verso per poi esplodere nel ritornello con un climax di archi e sintetizzatori perfettamente in armonia, trasmettendo un’intensa carica emotiva. Penso al colore blu, alle note fredde, ad una stanza buia illuminata solo dalle luci della città. E penso che questa canzone, con i suoi 2 minuti e 35 secondi, racchiuda tutta l’essenza di sentirsi minuscoli in una città troppo grande, troppo luminosa, troppo rumorosa. Eppure, in quel labirinto di grattacieli, non possiamo fare a meno di pensare a quell’ancora di salvezza, quella persona a cui dedicare urlando o sussurrando il verso “You’re the only motherfucker in the city who can handle me”.

 

Birth: Hollywood – Gorillaz (ft. Snoop Dogg)

Uno dei pezzoni più importanti dell’ultimissimo album dei Gorillaz dedicato alla città dei sogni, fatta di lustrini e ville spaziali.
Nonostante sia una canzone fresh-outta-studio ha già preso il suo posto nella mia playlist delle canzoni preferite. Il ritmo coinvolge moltissimo e fa ricordare quasi l’onda di Demon Days. Il motivo per il quale io l’abbia scelta sta essenzialmente nel fatto che non avrei saputo descrivere meglio una città così complicata come Hollywood. Si vedono le sue due nature “She knows how to do it exactly the way I like“, dove si mostra fieramente appagante e “‘cuz she can be a bitch“, invece dove la nostra città dei sogni si mostra nel suo lato più brutale, come boia dei sognatori troppo avventati. A livello sonoro non ci sono parole, un po’ perché la collaborazione con Snoop Dogg calza a pennello e un po’ perché ti fa venire voglia di ballare fino all’alba con gli acciacchi degni di una novantenne in carrozzina. Cosa da fare aggiunta alla bucket list: ascoltare questa canzone quando cammino per le Avenues di Hollywood. Vi farò sapere com’è la sensazione. Stay tuned!

 

Sara: Arizona – Kings of Leon

L’atmosfera e l’immaginario che si celano dietro questo brano vengono evocati già dal titolo: solitudine, desolazione, malinconia. Quando parte la prima nota comprendiamo immediatamente che i nostri sensi daranno vita alle scene che la nostra mente si era immaginata. Il lento e sensuale movimento con cui si intrecciano i 4 strumenti crea una coreografia perfetta, il tempo scandisce il loro rincorrersi, che va creando una melodia di rara bellezza. L’orecchio scopre ad ogni ascolto una sfumatura nuova, concentrandosi di volta in volta su una delle linee melodiche e al tempo stesso sull’unione tra esse. La voce canta insieme agli strumenti, affiancandosi a loro e non dominandoli. La storia narrata in questa canzone, dove la parte strumentale fa da protagonista e il testo è quasi di accompagnamento, rispecchia i sentimenti che evoca il titolo: racconta infatti di un incontro di Caleb, frontman del gruppo, con una giovane prostituta in un bordello nel deserto. Un luogo misterioso, che spaventa ma che seduce al tempo stesso. Ma è la malinconia a fare da padrona: “It broke my heart when I walked in and saw this really pretty girl. She could’ve been doing anything with her life. Something must’ve happened to make her think all she could was sell herself. I ended up leaving without the sex.” Termina con questa nota, inaspettatamente, “Because Of The Times”, terzo album della band del profondo sud degli Stati Uniti, che racchiude in questa canzone la propria essenza. Arizona è da sempre la mia canzone preferita dei Kings Of Leon, non so bene perché. Non riesco a spiegarlo, come del resto tutte le magie.
Claudia: 40 Mark Strasse – The Shins
40 Mark Strasse degli Shins ci porta direttamente in Germania, più precisamente sulla strada che collega le cittadine di Kaiserslautern e Landstuhl. Mercer dipinge quindi in 4 minuti e 39 la vita che scorre in una cittadina tipo posta su questa superstrada, la Bundestraße 40, dove la presenza di militari americani era molto accentuata e la vita notturna altrettanto attiva. Il narratore infatti focalizza il suo sguardo sulla figura di una prostituta tedesca, probabilmente molto giovane e dal carattere tanto malleabile da farsi soggiogare dal militare d’oltreoceano di turno, segnando la sua vita per sempre. Quello che mi è sempre piaciuto di questo brano è come sia capace, con suoni semplici e dolci, di trasportare l’ascoltatore non solo in un altro paese, ma addirittura in un’altra epoca. Altro dettaglio degno di nota è appunto la sopra citata dolcezza: per quanto si stia parlando di una prostituta, il cui legame col narratore non è definito in modo cristallino, si percepisce il rispetto che quest’ultimo le porta e tutta la comprensione e preoccupazione sincera che nutre verso di lei, trasportando noi “spettatori” direttamente sulla Straße e lasciandoci col fiato sospeso riguardo il destino della giovane.
‘Cause every single story
Is a story about love
Both the overflowing cup
And the painful lack thereof
You got the heart of a dove
Chiara: Amsterdam – Nothing But Thieves

Oh lasciato il mio cuore ad Amsterdam, ho lasciato il mio cuore ad Amsterdam sì.

Io Amsterdam non l’ho mai visitata, però è ovvio che prima o poi ci andrò. Non penso sia solo una città tutta perdizione fisica e sensoriale, ma nemmeno una da cartoline con ponticelli sospesi tra case alte e colorate, bici e Van Gogh. Vorrei tanto visitarla per capire che cosa c’è di più, per innamorarmene, per capire come mai una canzone dalle sonorità così cupe possa essersi occupata di una cittadina così (apparentemente) solare. Questo brano, uno degli ultimi singoli rilasciati pre-album dai Nothing But Thieves, è una chiara presa di posizione contro tutto ciò che impone la società, un urlo, una richiesta di attenzione e di esame di coscienza per chi non riesce ancora a seguire la propria strada. Che sia essa totalmente differente da tutto ciò che le altre persone credono sia giusto.Io Amsterdam non l’ho mai visitata, ma solo cosa vuol dire lasciare il proprio cuore tra le mura di una città. E chissà che la mia prossima amante non sarà proprio lei.

Morgana: Spain – Blonde Redhead

Quella dei Blonde Redhead è la Spagna che si attraversa in macchina: un braccio fuori dal finestrino a disegnare l’orizzonte d’asfalto che fluttua e ondeggia al sole. É la Spagna di stanchezza ipnotica e solitaria, quella del mio Primavera Sound a Barcelona del 2015. Che poi loro neanche suonavano durante quell’edizione, ma tra un set di Casablancas e uno degli Interpol, mi ricordo come ci struggevamo sugli scogli di cemento che costeggiano il Forúm, a distruggerci con playlist inutili come se di musica non ne avessimo avuta abbastanza. Parte questa canzone, un pomeriggio di afa senza fiato, e poi diventa lei: la colonna sonora di un mese di una solitudine progressiva che poi si sarebbe prolungata attraverso la Francia e poi su, fino ai confine tra Belgio e Germania. Un testo che si compone di riverberi e tappeti sintetici, concentrici ed egocentrici I want, I just want, I only know, I only want the love. Non c’è altra canzone che possa descrivere meglio Barcellona, ma solo la Barcellona di quel 2015: il caldo umido di fine maggio, le preghiere per trovare una connessione wifi, qualcuno che parli inglese abbastanza bene da essere interessante, non così bene da farti sfigurare, che possa ricordarti e aggiustare nuove crisi ventenni che aspettano il tuo rientro, insieme a una linea internet a fibra ottica più stabile.

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