Call Me By Your Name: la playlist a tema nomi di NoisyRoad

by NoisyRoad Staff

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Alzi la mano chi ha sempre desiderato che qualcuno gli dedicasse una canzone. Ammettetelo, la fantasia di avere un partner dall’anima creativa che possa rendervi omaggio nei propri testi non vi ha mai abbandonato. Oppure immaginate di essere voi stessi gli artisti e di venire ispirati giorno e notte dalla vostra dolce metà. L’ha fatto Dante con Beatrice, Petrarca con Laura, Boccaccio con Fiammetta: nessuno è qui per giudicare. C’è chi continua a sognare ad oggi aperti, chi è riuscito a farsi dedicare qualche brano strimpellato dal fidanzato chitarrista e chi, invece, ha effettivamente scritto canzoni che sono passate alla storia. Che siano fittizi, di amici, di amanti, di familiari, di eroi, a noi non importa: abbiamo scelto 100 delle più importanti canzoni esistenti con un nome nel titolo. Ci sono quelle memorabili che scaldano il cuore, come Anna E Marco di Lucio Dalla; ci sono quelle da ballare attorno ad un falò con gli amici, come Cassie O’ del nostro caro George Ezra; ci sono quei guilty pleasures nascosti in ogni iPod, come Iris dei Goo Goo Dolls; ci sono quelle che emozionano fino alle lacrime, come Alan di Perfume Genius. Più che una playlist, il nostro è un viaggio lungo più di sei ore alla scoperta delle storie dei protagonisti narrati nei pezzi di Glass Animals, Verdena, Sufjan Stevens, Lana Del Rey, Frank Ocean e tanti (ma davvero tantissimi) altri. E per non farsi mancare nulla, lo staff di NoisyRoad vi spiega qui sotto il significato e la motivazione di alcune delle canzoni incluse, così forse capirete un po’ meglio le nostre menti disagiate.

P.S. Potete usarla anche come ottima guida per scegliere il nome dei vostri figli o per battere tutti i vostri amici a Nomi Cose Città.

Ulysses – Franz Ferdinand (scelta da Jack)

Per una playlist dal nome così classico non potevo astenermi dall’aggiungere un riferimento…altrettanto classico. A ricoprire quindi questo incarico ci pensa l’ennesima ed inevitabile reinterpretazione secolare del mito di Ulisse, direttamente dal greco cantore per eccellenza fino al contemporaneo Kapranos. Tuttavia l’Ulisse del ventunesimo secolo non poteva che essere il più lontano possibile dal suo avo dal multiforme ingegno: a metà strada tra la sua personalità dantesca e joyciana, si sente così svogliatamente annoiato alla Tennyson al punto da cedere consapevolmente ai “Lotofagi” insieme ai suoi compagni d’avventura in provincia della Città del peccato. Quel sangue sempre stato adrenalinico che di colpo raggela per l’ansia e l’improvvisa epifania di non poter tornare sui propri passi, perché in fondo di Ulisse ce n’è stato solo uno e di certo non è il nostro protagonista. Non che questi avesse mai avuto bisogno di compassione altrui.

 

Laura Palmer – Bastille (scelta da Alessia)

I Bastille sono il mio tallone d’Achille e chi mi conosce bene sa che non vedo l’ora di infilarli in tutte le playlist possibili. Fortunatamente, si aggiudicano uno spazio anche qui grazie alla canzone Laura Palmer, secondo singolo estratto dall’album di debutto “Bad Blood” che fece esplodere il gruppo londinese nel 2013. Oltre ai riferimenti storici e letterari (Pompeii, Icarus, Daniel in the Den) presenti in questo primo disco, i Bastille mescolano nella loro musica elementi della cultura pop con cui sono cresciuti. Laura Palmer, infatti, non è altro che un omaggio alla storica serie tv Twin Peaks per cui il cantante Dan Smith nutre una particolare ossessione. La canzone parla della sensazione di dover fuggire da tutto e da tutti, lanciandosi in una corsa maniacale al ritmo incalzante delle strofe che scorrono veloci come i passi di Laura. I colpi di batteria simili al battito affannato del cuore e la voce profonda di Dan trasmettono alla perfezione il senso di ansia creato dal testo: “The night was all you had / You ran into the night from all you had / Found yourself a path upon the ground / You ran into the night, you can’t be found”. Ma quello che aggiunge al brano il marchio made in Bastille è sicuramente il ritornello bomba dai synth spalancati e dai cori immensi sul quale è impossibile stare fermi. Ora premete play e cantate a squarciagola con me “this is your heart / Can you feel it?”, grazie.

 

Norgaard – The Vaccines (scelta da Maria Vittoria)

Velocissima, un minuto e mezzo appena, l’indie ridotto all’osso. Norgaard è la sintesi dei Vaccines, il pezzo che per la sua semplicità ti fa girare la testa al primo ascolto e ti fa innamorare follemente della band. Il nome è quello della classica modella nordica, Amanda Norgaard per l’appunto, bionda, statuaria, nemmeno maggiorenne, fantasia romantica e erotica di molti uomini, tra cui, probabilmente, il frontman dei Vaccines, Justin Young. Il tutto nasce da una presentazione tramite un amico in comune; al ritorno a casa da una serata passata insieme, Justin fu talmente ispirato da scrivere la canzone in una manciata di minuti. A differenza di altre canzoni della band, questa non ha un significato particolare per me, è solo dannatamente catchy, mi fa perdere la testa ogni singola volta che la ascolto e dopo anni e anni io comunque provo a stare a ritmo con lo spelling del nome, con scarsi risultati.

 

David – Passenger (scelta da Federica)

Ho sempre amato moltissimo lo storytelling e le canzoni che raccontano una storia ben precisa. Dunque, per questo articolo non potevo certo non scegliere un pezzo di Passenger, che oltre ad essere il mio artista del cuore, è un vero e proprio cantastorie. Si tratta di David, un brano tristissimo estratto dall’album “Whisper II” e racconta la realtà nuda e cruda di un uomo di mezza età che dopo il divorzio è costretto a vivere fra le quattro mura di un ostello. Insomma, se siete in cerca di un brano che vi faccia singhiozzare come un bambino questo è il pezzo che va per voi.

He leans his head against the hostel wall

Said I have an ex-wife that doesn’t hear me

And a kid that doesn’t call

And every month I’m caught short

With my fucking child support

And the court says that I’m reckless and irresponsible

 

Matilda – alt-J (scelta da Fort)

Prima di chiamarsi alt-J, la band di Leeds aveva avuto altri nomi, tra cui “Films”. La loro passione per il cinema non è mai stata un segreto, e c’è un film a cui sono particolarmente affezionati: Léon: the Professional. Il thriller del 1994 è infatti l’oggetto di ben due canzoni della band: Léon Matilda. I due titoli sono i nomi dei due protagonisti, ed entrambi i pezzi fecero parte del loro EP Films (2009), ma solo Matilda finì nell’album di debutto. La traccia è dedicata alla dodicenne Mathilda (interpretata da una Natalie Portman al debutto sul grande schermo) e al suo interno ci sono riferimenti specifici ad alcune scene chiave del film. Se conoscete bene la canzone e non l’avete mai visto non preoccupatevi, non vi farò spoiler, ma rimediate al più presto: durante la visione avrete dei momenti mind-blowing. Citazioni cinematografiche a parte, Matilda è una canzone dolcissima, soave, e una delle mie preferite di An Awesome Wave – inserirla in questa playlist era un dovere.

 

For Emma – Bon Iver (scelta da Davide)

Traccia che da il titolo al debut di Bon Iver, “For Emma, Forever Ago”, For Emma ha l’arduo compito di chiudere in bellezza una delle pietre miliari della musica del 21esimo secolo e uno dei migliori esempi di indie folk al giorno d’oggi. Per quelli per cui il buon Justin è ormai di famiglia, sanno che l’intero disco è una fonte di momenti e sfumature musicali decisamente evocative, ma allo stesso tempo criptiche, quasi un mistero in attesa di essere carpito dalle fredde nebbie del Winsonsin e della mente di Vernon. For Emma è dal sapore nostalgico e dolceamaro, un ricordo quasi svanito di un qualcuno presente nel passato, ma non nel presente. Più che una dedica o un racconto su qualcuno, il pezzo racchiude in sé l’atto di volersi aggrappare, solo per un attimo, a qualcosa che ci porta indietro di giorni, mesi, anni. For Emma è una sbiadita fotografia musicale, un nome che ne raccoglie tanti, e che tutti, almeno una volta, abbiamo cercato di afferrare nella fievole foschia della nostra memoria.

 

Mary Lou – Mannarino (scelta da Charlie)

Immaginatevi di essere un vecchio marinaio di altri tempi, uno di quelli con il tatuaggio “I love Mom ” inciso sull’avambraccio. Non vedete l’ora di fare ritorno ad un porto che vi ricorda quel qualcosa che più di simile c’è a “casa”. Dove una volta vi siete fatti raccontare una storia lunga una vita solo attraverso gli occhi ammaliatori di una ragazza incrociata per sbaglio per le strade vicino a dove attraccano le navi. Ah, Mary Lou…la donna che tutti vogliono ma che nessuno può avere. Quella semplice seduzione che ammalia anche mentre si balla lo swing di Mannarino, riuscendo a far innamorare marinai e mariti. Facendo perdere la testa alle mogli gelose, facendo diventare pazzo un ragioniere che non riesce più a contare da quando l’ha incontrata. “A volte al gregge infame della gente / Serve un lupo nero da ammaestrar. ”
E questa è Mary Lou: quel lupo così affascinante ma allo stesso tempo terrificante, impossibile da avere e da ammaestrare. Ma voi, oh marinai, non riuscite a non pensare che quello sia il vostro porto sicuro, l’unico porto dove volete fare ritorno.

 

Grace – Jeff Buckley (scelta da Jess)

Se qualcuno dovesse mai scrivere una canzone per me, vorrei che fosse esattamente come questa. Jeff Buckley non nomina mai la ragazza nel testo, brevissimo, non la descrive e quasi non ne parla. Esiste solo il momento tra di loro, fermo nel tempo come una fotografia, e quell’esplosione di suoni ad accompagnarlo. Mi sono chiesta perché Grace fosse la prima canzone con un nome nel titolo a venirmi in mente, forse perché è la title track di quel piccolo capolavoro di Jeff Buckley, per il quale, devo ammettere, ho da sempre una cotta stratosferica. La verità è che non si tratta della solita canzone d’amore: non fraintendetemi, faccio parte anche io del team Inguaribili Romantici e di certo non rifiuterei una dedica eccessivamente smielata, ma Grace è di un’eleganza rara. Il vero protagonista, qui, è lui, con la sua tempesta di sentimenti mentre si trova costretto a lasciarsi alle spalle la ragazza che ama: “It’s about not feeling so bad about your own mortality when you have true love”, è l’amore tanto forte da spazzare via qualsiasi paura.

 

Paolina – Ivan Graziani (scelta da Silvia)

Abruzzo, fazzoletto di terra aspro e selvaggio che si bagna tra le acque calde e chiare dell’Adriatico, pascoli e parrocchie medievali a cui si mescolano la bellezza e il timore degli abissi irrequieti. Alle mie fantasie su di esso si aggiungono delle guizzanti memorie di vecchi incontri, colorite dalle poesie di D’Annunzio e dalle pennate di Ivan Graziani, quel dolce cantautore di Teramo oggi tristemente sconosciuto ai suoi giovani concittadini. Chissà dove sarebbe oggi il Graziani, forse tra le belve del carrozzone sanremese, bocciato dall’ignorante giuria demoscopica e dai sordi fan club televotanti? Sicuramente quella città non sarebbe stata una tappa felice di quel viaggio Firenze – Lugano così ricco, colorato ma leggero e rilassante; nonostante il cammino difficile, i piedi avrebbero fatto meno male delle percosse dei lupi a due zampe che vivevano nei boschi di lamiere. In quella mappa stropicciata si leggono dei nomi, qualche ricordo di amplessi ormai impraticabili ma ancora vaghi nei sogni, di testi letti da bambino, di qualcosa che in montagna profumava di mare. La mia imberbe anima vuole tornare alle colline di Ivan, incontra quell’altrettanto minuta Paola, sola nelle sue elucubrazioni e nelle sue paure che le impediscono di essere autentica. L’arpeggio dell’acustica di Graziani scandisce la semplice routine della donna, caratterizzata da pasti frugali, dalla compagnia dei personaggi televisivi, dalle emozioni nel cinematografo buio senza braccia di altrui per nascondersi, un’esistenza irrequieta ma mai arrendevole nobilitata dal piano in chiusura. Nomen omen. Sei piccola Paola, soffri ma sarai grande, ehi! Guarda quell’uomo che ti tende mano, ti dice: «Paolina stiamo insieme…hai trent’anni ormai».

 

Dear Marie – John Mayer (scelta da Renato)

Contenuta nell’album “Paradise Valley”, questa canzone rompe, all’epoca dell’uscita, un silenzio di due anni causato da una malattia alle corde vocali dalla quale Mayer sembra finalmente essersi ripreso in modo definitivo. Il tema di questa brano che si rifà alla tradizione dei cantautori americani, avvicinandosi così più allo stile di Jackson Browne e Neil Young che dei soliti Steve Ray Vaughan ed Eric Clapton, è uno sguardo indietro al suo primo amore giovanile. Per il filosofo Kierkegaard, infatti, esistere per l’uomo significa scegliere tra infinite possibilità che si escludono l’un l’altra e che si concretizzano nelle vie che ogni singolo uomo percorre verso il mare che lo attende. Allo stesso modo John Mayer dedica questo brano al suo primo amore Marie, sacrificata per inseguire i propri sogni di musicista, e alla cui rinuncia sono rivolte le amare riflessioni finali:
“Yeah I’ve got my dream but you’ve got a family
Yeah I’ve got that dream but you’ve got yourself a family
Yeah I’ve got that dream but I guess it got away from me”.
In fondo la differenza tra il primo amore e una chitarra è che il primo non si scorda mai. E questo, John Mayer, deve saperlo molto bene.

 

Leif Erikson – Interpol (scelta da Claudia)

L’ultima traccia del primo album di un artista esercita su di me un fascino inspiegabile, è come se rappresentasse la fine dell’inizio. Leif Erikson fa parte di questo gruppo di brani, ponendo il punto di fine a Turn On The Bright Lights, primo disco degli Interpol – il quale l’anno scorso ha festeggiato i suoi primi quindici anni di vita, festeggiati dal gruppo con un tour-quinceñaera che ha toccato anche il nostro Paese. Leif Erikson è un concentrato puro di erotismo, romanticismo e malinconia, il tutto intitolato all’esploratore islandese che ancora prima di Cristoforo Colombo mise piede nel nuovo continente. Vi chiederete, giustamente, cosa possano avere in comune la storia di questo nordico avventuriero e quanto narrato da Paul Banks. Il brano racconta di due amanti che faticosamente si stanno conoscendo: uno – disilluso davanti a quello che può essere l’amore, arreso al fatto di non poter ottenere molto di più che “il solito sesso” – che quasi passivamente si ritrova davanti ad una donna che in un qualche modo, lentamente ed inesorabilmente, lo smuove dentro, cominciando a sciogliere la brina che lo ricopriva e convincendolo a farsi scoprire come una terra inesplorata, mentre al contempo lui impara a conoscere lei come fosse una nuova lingua. Il modo di raccontare, crudamente e senza fronzoli, come una persona possa far riscoprire l’amore e la sensualità ad un’altra che a lungo si è rinchiusa in una corazza fredda, ma soprattutto come quest’ultima riesca a descrivere il suo percorso di “decongelamento”, accompagnato dalla formalità tipica degli Interpol, rende ai miei occhi questo brano paradossalmente intimo e personale.

 

Lyla – Oasis (scelta da Martina)

Se penso agli Oasis, il primo nome che vi riconduco non é la vecchia Sally, bensì la giovane Lyla.
Avete capito bene, sto parlando di una delle tracce cardine di “Don’t Believe the Truth”, indimenticabile per il ritmo catchy che mandava in delirio il pubblico ai concerti. Noel Gallagher ha ammesso di essersi ispirato alla sua Sarah per descrivere questa figura eroica e unica nel suo genere. A me ricorda tanto quelle poche volte in cui, ai tempi delle superiori, riuscivo a divertirmi davvero alle feste. Inizialmente a disagio, volevo solo scappare. Le mie amiche invece ballavano disinvolte. I sorrisi dal centro della pista erano come il canto delle sirene. Venivo spesso trascinata via dal tavolo buio o dalla sedia nell’angolo, mettevo da parte il bicchiere con l’alcolico di turno e mi affidavo a chi era a proprio agio nel caos. Poco a poco (little by little, restando in tema) iniziavo a sentirmi a mio agio anch’io, dimenticando tutto il resto. Alla fine del ballo, l’incanto si rompe. Le scarpe scomode, le persone che ti stanno sul cazzo, i problemi a casa e a scuola… sono di nuovo lì. Per me Lyla si impersonificava in ciascuna di quelle ragazze che, come con un tacito accordo, per una sera si divertivano e basta e coinvolgeva anche me. Lyla è l’antidoto ad un’esistenza grigia, è “la sorellina minore di Sally”, ti fa accantonare la realtà per i minuti del brano. Questo singolo energetico è l’ennesima dimostrazione di carattere degli Oasis 2.0, e decisamente non poteva mancare in mezzo a tutti questi nomi che hanno fatto la storia. L’unica cosa sensata da fare quando il brano finisce è farlo ripartire di nuovo da capo.

 

Ophelia – The Lumineers (scelta da Alessandro)

Lead single di “Cleopatra” (2016), secondo lavoro discografico della band denveriana, Ophelia è un’interpretazione in chiave moderna del classico shakespeariano (Hamlet) e della sua tragica eroina. Sulla candida linea melodica delineata dal piano e dal tappeto di percussioni, Weasley Schultz tesse le fila di un racconto d’amore atipico ed attuale: protagonisti di questo idillio passionale sono un uomo e la neo-conquistata fama, personificata nella leziosa Ophelia, vista come “infinito buffet”, un luminoso scenario pieno di possibilità ed inganni. Con Ophelia, infatti, la band torna sulle scene dopo tre anni dal clamoroso successo di Ho Hey e del loro debut album “The Lumineers”, spiegando il difficile rapporto con la popolarità e la loro lotta intestina per rimanere fedeli a se stessi. Inizialmente il titolo fu scelto perché ritenuto “musicale” (pensando addirittura di mutare il nome nel ritornello), ma subito dopo i Lumineers notarono le varie analogie tra il loro vissuto e la drammatica infatuazione dell’aristocratica danese narrata dal Bardo, incidendo finalmente il brano e promuovendolo a singolo apripista. Con la sua delicata vena folk e il suo sorriso agrodolce, Ophelia è sicuramente tra i migliori brani della nuova era discografica (accompagnata dalla splendida ballata on-the-road Sleep On The Floor) e classico esempio del nuovo percorso musicale più maturo e consapevole intrapreso dal trio americano.

 

It’s Never Over (Oh Orpheus) – Arcade Fire (scelta da A. D. Sanders)

Tratta da “Reflektor”, It’s Never Over (Oh Orpheus) è una rivisitazione del mito greco di Orfeo ed Euridice nonché la continuazione di Awful Sound (Oh Eurydice). Le voci di Win Butler e Régine Chassagne, che interpretano rispettivamente i due innamorati,  ripercorrono la discesa negli Inferi dell’eroe greco per riportare in vita la sua amata, per poi vederla scomparire nel momento in cui si volta per assicurarsi che lo stia seguendo. Il brano si presta a numerose interpretazioni e potrebbe essere anche inteso come metafora della fine di una relazione. Il mito greco è il filo conduttore di tutto l’album e non a caso l’artwork stesso riprende la celebre scultura di Rodin intitolata, appunto, “Orfeo ed Euridice”.
We stood beside a frozen sea
I saw you out in front of me
Reflected light, a hollow moon
Oh Orpheus, Eurydice
It’s over too soon

 

Arabella – Arctic Monkeys (scelta da Anthea)

Perchè Arabella? Beh, prima di tutto perchè per un lungo periodo è stato il mio soprannome…così come quello di metà fanbase femminile su scala mondiale degli Arctic Monkeys. A me venne affibbiato in quanto si notarono delle somiglianze tra me e la ragazza bionda di inizio video. Sarà stato il colore di capelli, la pelliccia leopardata che sfoggiavo fieramente nel 2014 o la mia inesistente grazia ed eleganza? Chi lo sa, fatto è che, insomma, io se fosse un paragone positivo o negativo non l’ho mai capito. Parlando invece della canzone…chi non ama questa canzone? Fu una delle prime a far breccia nel cuore di tutti quando uscì “AM” e sfido chiunque a non tamburellare le dita sul tavolo alle prime note. Non credo servano spiegazioni sul perchè debba essere inserita in questa playlist!

Sul significato potremmo parlarne ore ed ore supponendo milioni di ipotesi e creandoci miliardi di teorie, per usare un termine eufemistico, ma nessuno riuscirà mai davvero ad entrare e soprattutto a capire cosa passi per la mente di Mr. Alex Turner. Qualche curiosità, però, posso dirvela: il nome Arabella pare sia una combinazione tra i nomi di Arielle, la allora ragazza di Alex, e Barbarella, la protagonista dell’omonimo film con Jane Fonda nei panni di Barbarella, vestita con un “silver swimsuit”. Altre curiosità? I testi di questo album si ispirarono non solo alle opere dello scrittore Gabriel García Márquez, ma anche alle litografie di M.C.Escher e per questa canzone in particolare l’opera pare sia “Ascending and Descending”. Continuo? Arabella è reale ma agli occhi del giovane innamorato questa ragazza è di un altro pianeta, una fantasia, una dea di cui si è disperatamente innamorato e che non sa come raggiungere essendo lei stessa irraggiungibile. Arabella è come una visione. E se, invece, Arabella fosse letteralmente una visione? Infatti, all’inizio del video sentiamo una voce parlante introduttiva. Di chi è? Cosa dice? “I want to feed off this feeling, this joy, which seems to be coming from everything. somehow I don’t seem like I’m myself, I feel as though I’m several other people, and all of them better, I don’t feel at all like eating I have no hunger, the sensation is perfect, maybe you’ll like?“. La voce è un sample tratto da un video del 1955 dove alcuni medici sperimentano su alcuni pazienti gli effetti dell’LSD. Per i curiosi, lo trovate digitando “Schizophrenic Model Psychosis Induced by LSD Part 1 of 2 (1955)”. Alla luce di questo fatto, potrebbe allora essere Arabella una visione data dalle distorsioni di alcol e droghe? Dopotutto nel video vediamo dei bikers divertirsi a quella che sembra tutto tranne che una messa in periodo natalizio…

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