Alt-J | Relaxer

by Fort

Voto:

C-
Incompleto

6 marzo 2017. Gli Alt-J annunciano il loro terzo album Relaxer – in uscita il 9 giugno – corredato di un nuovo singolo, 3WW.

La voglia di cambiare, shockare, si può notare già dalla copertina, completamente in contrasto con le prime due, artistiche e visually pleasing.
Un videogioco in 2d di fine anni 90, brutto da vedere anche se suscita comunque curiosità, e richiama l’estetica outrun che sta andando fortissimo ultimamente (anche se dubito sia una scelta cosciente, gli Alt-J non sono per niente il tipo di band da rincorrere la moda del momento).

L’eccitazione è al massimo e appena torno a casa da lavoro corro ad ascoltare 3WW: sono catturato dal primo istante. Passano le settimane, me ne innamoro completamente, e la mia attesa per l’album cresce a dismisura: se tutte le canzoni sono così, sarà il loro album più bello di sempre.

19 maggio 2017. Mi arriva un-email con oggetto: Alt-J – Relaxer. Finalmente posso ascoltarlo!
Sono passati due mesi e mezzo dall’annuncio, nel frattempo la band ha anticipato l’uscita dell’album (2 giugno invece del 9) ed è uscito il secondo singolo In Cold Blood.

E allora via al rituale da ascolto di un nuovo album: letto, mega cuffie, canna. Si parte.

 

Track by Track

3WW

3WW, anche se al 1348simo ascolto, non stanca, non ancora. È tutto quello che mi aspetto dagli Alt-J e di più: il testo poetico, la melodia seducente, e una voce femminile che rende il tutto perfetto.
E non è una voce qualunque: si tratta di Ellie Rowsell, frontman dei Wolf Alice.

Il duetto con Joe funziona a meraviglia, anche perché la canzone è una storia raccontata da due punti di vista: da una parte, un ragazzo che viaggia senza meta tra il nord-est dell’Inghilterra, dall’altra le due donne che incontra e con cui ha la sua prima esperienza sessuale.

Sia lui che loro pronunciano le “Three Worn Words”, ovvero I love you, ma con significati diametralmente opposti: lui ci crede davvero, mentre per loro non ha nessun valore (“Love is just a button we pressed”).
Le due donne vengono allora paragonate ai turisti di Verona che a forza di strofinare continuamente il seno della statua di Giulietta, lo hanno rovinato, così come il loro “ti amo” privo di senso ha rovinato lo stato d’animo del ragazzo, deluso nello scoprire di essere uno dei tanti.

Per chiudere la storia, troviamo Joe ed Ellie che insieme cantano “I just want to love you in my own language”, il punto più bello della canzone e più significativo: a chi di noi non è capitato di vivere una relazione in cui le intenzioni del partner sono diverse dalle nostre?

In tutto ciò c’è pure spazio per una comparsa delle fidanzate di Gus e Joe: sono loro infatti le voci che dicono “hi” dopo il verso “girls from the pool say hi”.

 

In Cold Blood

Dopo un racconto così struggente, In Cold Blood comincia quasi in modo brusco.
La canzone risale ai tempi dell’università di Leeds, prima di An Awesome Wave, prima della fama.
Il ritmo non è male anche se a distanza di mesi non mi ha ancora convinto del tutto; il testo parla di un tragico incidente in piscina, anche se non è chiaro il vero significato – sempre che ce ne sia uno.
Joe infatti ha raccontato in un’intervista come spesso partano da una melodia e lui si metta a cantare sopra senza realmente dire niente di sensato.

‘It’s fine to have an instrumental but often enough we have songs where there’s a sung melody, but there’s no real lyrics to it and Joe often sings kind of nonsense, but if you leave that nonsense in, people treat it as lyrics and people say ‘what did you mean when you said whatever’.
[fonte]

Questa è anche la mia sensazione, spesso le band scelgono un testo più per la musicalità delle parole che per il senso, e siamo noi fan a tirar fuori mille significati diversi.

Credo però sia anche questo il bello dell’arte: così come un quadro che non ha un messaggio particolare ma suscita emozioni e pensieri diversi in persone diverse, una canzone può essere interpretata in più modi.

 

House of the Rising Sun

A sorpresa, la prima “nuova” traccia che sento è una cover. O meglio, una rivisitazione della canzone popolare House of the Rising Sun (non necessariamente basata sulla versione degli Animals).
Per la registrazione del pezzo sono stati chiamati una ventina di chitarristi classici (con cui poi sono andati a fare pub crawling), tanto che tra una nota e l’altra si possono sentire le cento dita muoversi tra le corde, una piccola sfacettatura in più nella canzone.
Gus non la definisce cover visto che c’è un grande lavoro di originalità, e glielo concediamo: dopo il primo verso è quasi difficile riconoscerla, il testo aggiunto dalla band si addice bene al brano, anche se il tutto sembra mancare un po’ di dinamicità, soprattutto nel ritornello.

 

Hit Me Like That Snare

Ok. Siediti. Dobbiamo parlare di Hit Me Like That Snare.
Partiamo con la reazione a caldo che ho mandato ai miei amici:

Probabilmente dopo il primo ascolto hai avuto una reazione simile.
Nell’intento, la band voleva fare una canzone piccante: l’idea è partita da Joe che urla “fuck my life in half!” dopo aver evitato un incidente stradale, e si è sviluppata nella storia di un bordello, tra varie profanità, un riferimento ai Radiohead e dialoghi in giapponese.
Tutto questo mi ricorda terribilmente Solo una Botta di Fabri Fibra, ma almeno lì c’era il Fibra dei tempi d’oro e faceva ridere (in senso positivo), questa fa ridere ma dalla vergogna.

Chiariamoci, credo che ogni band che esplora nuovi territori sia da apprezzare – è noioso rimanere sempre all’interno degli stessi confini – ma non vuol dire che il risultato sia sempre positivo (Jake Bugg che prova a rappare, anyone?).
Va benissimo provare qualcosa di diverso, ma ci vuole anche gusto artistico, e una traccia del genere – specialmente dagli Alt-J – non me la sarei mai aspettata. La prima volta che l’ho sentita ero sinceramente convinto di aver fatto partire la canzone di qualche altra band o che fosse uno scherzo, non il massimo insomma.

 

Deadcrush

Ok, questa traccia mi fa ancora più incazzare riguardo a Hit Me Like That Snare. Questa è la sperimentazione che funziona: rischiare, cambiare lo stile ma senza esagerare, o meglio, senza tirar fuori una cafonata.

Il pezzo parte da una jam della band di qualche anno fa registrata sul telefono, e affronta un tema curioso: “deadcrush”, letteralmente “cotta morta” è un termine che hanno inventato per definire l’amore per un personaggio storico non più in vita. Nel testo vengono menzionate Lee Miller – la “cotta” di Joe – e Anna Bolena – quella di Gus.

Dopo un iniziale sopracciglio alzato, il ritmo della canzone mi coinvolge, i samples usati funzionano piuttosto bene; Joe usa la sua voce in modo particolare, tanto che al primo ascolto del ritornello pensavo stesse cantando in cinese (anche vista la simpatia degli Alt-J per l’oriente). In generale è un pezzo che credo richieda molti ascolti prima di poter essere apprezzato del tutto, e ho l’impressione mi piacerà ancora di più in futuro.

 

Adeline

Adeline è il terzo singolo estratto dall’album ed è uscito pochi giorni prima della release di Relaxer.

Dopo le due tracce “alternative”, si torna in pieno stile Alt-J: chitarra in fingerpicking, cori prolungati, e un tema completamente bizzarro. Il pezzo parla infatti di un diavolo della Tasmania (ricordi Taz?) che si innamora di una donna mentre nuota.
Solo loro possono tirar fuori queste storie.

Nello sviluppo della traccia c’è una canzone nella canzone: dopo il secondo ritornello la donna che nuota recita un verso di The Auld Triangle, un brano popolare che la band ama cantare nel tour bus.

In tutto il pezzo dura quasi 6 minuti, ed è un continuo crescendo, con (quello che sembra) un coro di bambini in sottofondo che aggiunge un lato un po’ sinistro al tutto. E se noti un che di Hans Zimmer, non ti sbagli: la melodia è adattata dalla soundtrack di The Thin Red Line.

Last Year

Last Year è divisa a metà: nella prima, cantata da Joe, il protagonista riassume il suo anno mese per mese, caratterizzato da tristezza depressione, e conclude con “December, you sang at my funeral”. Le parole sono scandite in modo lentissimo e apatico, a rafforzare il senso di malinconia.
Qui comincia la seconda parte, in cui troviamo di nuovo una “canzone dentro alla canzone”. La voce è quella di Marika Hackman, che collabora di nuovo con la band dopo aver partecipato in Warm Foothills. E probabilmente non serviva neanche dirtelo: appena Marika parte a cantare è impossibile non pensare alla traccia di This Is All Yours.
La dolcezza della sua voce è disarmante, e in un brano tristissimo come questo il risultato è toccante.

Le voci femminili funzionano alla perfezione con lo stile degli Alt-J, e spero davvero la band continui con collaborazioni di questo tipo in futuro (ecco, vi dò l’idea per il quarto album: in ogni canzone invitate un’artista diversa).

 

Pleader

Registrata nella cattedrale in cui Gus cantava quando faceva parte di un coro, Pleader diventa più epica ad ogni secondo che passa, ed è forse nell’album la traccia che meglio esalta la scelta di lavorare con un’orchestra.

Gus lo descrive come un “pezzo laico di musica religiosa”. Dai toni infatti sembra davvero un inno religioso, ma invece prende spunto dal libro How Green Was My Valley (il cui titolo è ripetuto nel verso e nel ritornello), un romanzo del 1933 che narra di una famiglia gallese che vive in una cittadina di minatori.

E con la domanda “How green, how green, how green was my valley?” si conclude Relaxer.

 

Giudizio complessivo

Le intenzioni erano perfette: gli Alt-J con un’orchestra a disposizione sono qualcosa di cui non sapevo di aver bisogno nella mia vita finché l’ho ascoltato.
Un album sulla falsa riga di 3WW, Adeline e Last Year sarebbe stato stupendo.

Purtroppo però sono rimasto un po’ deluso. E sono il primo a sostenere che gli album andrebbero giudicati dopo mesi, ma per ora quello che posso dire è che mi sono dovuto sforzare per riascoltarlo più volte, e dura anche poco!

Cosa non funziona quindi secondo me?
La radice dei problemi di questo disco è proprio la lunghezza: e non parlo di minuti (Is This It è tre minuti più corto di Relaxer, giusto per fare un paragone) ma di numero di tracce. Se vuoi fare un LP di 8 canzoni deve essere preciso, concentrato, coerente.
Invece gli Alt-J hanno voluto sperimentare, fare cover rivisitazioni e pubblicare tre singoli prima dell’uscita. Tutte cose legittime, se hai 10-11 tracce in totale.
Invece in questo caso ogni errore (Hit Me Like That Snare) pesa molto di più e ogni traccia insipida (In Cold Blood, House of The Rising Sun) toglie spazio a qualcosa di potenzialmente migliore; al primo ascolto dell’album non si può che rimanere a bocca asciutta, anche perché 3 su 8 (quasi il 40% dell’album) erano già uscite, e le nuove non entusiasmano troppo.

E se critico il disco è perché ho la certezza che la band possa dare molto di più di questo, altrimenti la elogerei per lo sforzo. Le premesse c’erano tutte, ma l’esecuzione è un po’ sotto le aspettative.

Detto questo, tracce come Deadcrush e Pleader sono sicuramente delle grower e magari col tempo me ne innamorerò alla follia, ma per ora il tutto non mi convince, e mi lascia una sensazione di una raccolta di idee non strutturata a dovere.

Fort

Ho passato metà della mia vita cercando di essere come gli altri, e l'altra metà per tornare ad essere me stesso.

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