C’è qualcosa di profondamente paradossale nella storia degli American Football: una band che si scioglie subito dopo aver pubblicato il proprio debutto nel 1999, quasi per caso, e che col tempo finisce per diventare una delle realtà più influenti e amate dell’intero panorama midwest emo. Tre studenti dell’Università dell’Illinois — Mike Kinsella (voce e chitarra), Steve Holmes (chitarra) e Steve Lamos (batteria) — registrano LP1 in una casa di Urbana senza particolari ambizioni, per poi sparire nel nulla. Quella stessa casa, immortalata in copertina, si trasforma in un luogo di culto. Il disco diventa un monumento. E loro, un mito costruito proprio sulla loro assenza.
La reunion del 2014, arricchita dalla presenza di Nate Kinsella al basso, poteva sembrare un’operazione nostalgica. Invece LP2 e LP3 hanno mostrato una band ancora capace di evolversi e raccontare qualcosa di nuovo. Con LP4 — il loro quarto album, arrivato dopo quasi sette anni di silenzio — gli American Football smettono definitivamente di dover giustificare la propria esistenza oltre LP1. Questo è, senza dubbio, il loro lavoro più audace.

Il cammino verso LP4 è stato tutt’altro che lineare. Dopo il tour del terzo album nel 2019, la pandemia ha imposto una brusca pausa, congelando ogni progetto. Nel 2021 Steve Lamos lascia la band per motivi personali, mentre Mike e Nate Kinsella si dedicano a un side project synth chiamato LIES, esperienza che li porta a collaborare con il producer Sonny DiPerri (già al lavoro con My Bloody Valentine, M83 e Kurt Vile). Quando Lamos rientra nel 2023, il gruppo decide di affidarsi proprio a DiPerri, isolandosi per dieci giorni al Panoramic House di Stinson Beach, in California, per registrare il nuovo disco. Nel mezzo anche un tour celebrativo per i 25 anni del loro primo album, qui il nostro racconto della data italiana.
L’approccio in studio segna una netta discontinuità rispetto al passato: i brani arrivano già quasi definiti, senza le consuete revisioni dell’ultimo minuto. Nate Kinsella mette a punto un sistema complesso di demo e scratch tracks che consente alla band di modellare le canzoni prima ancora di entrare in studio. Lamos, dal canto suo, registra la batteria separatamente, ottenendo performance più vive e dinamiche. Il risultato si percepisce fin dalle prime battute: LP4 è il lavoro più ricco e stratificato degli American Football, con piano, vibrafono, synth, tromba e violino intrecciati in arrangiamenti sorprendenti.
DiPerri, forte della sua esperienza tra post-rock e shoegaze, introduce nuove profondità sonore senza mai snaturare l’identità del gruppo. Non è un caso che Polyvinyl lo abbia definito un disco unflinchingly heavy: intenso senza esitazione, una descrizione che coglie nel segno.

LP4 si apre con Man Overboard e bastano pochi istanti per capire che il disco vuole spingersi oltre i confini abituali. La batteria di Lamos si muove su traiettorie quasi prog, spezzate e irregolari, mentre synth e tromba si addensano come nubi cariche di tempesta. Kinsella canta di un’ancora che si è spezzata — "My anchors, cut loose / My life's issue" — un’immagine che diventa subito chiave di lettura dell’intero album: tutto ciò che si scioglie, si perde, si disancora — relazioni, identità, persino l’idea stessa di band.
Il primo singolo, Bad Moons, è probabilmente il cuore concettuale del disco. Nato dalla fusione di due demo agli antipodi — uno più leggero e giocoso, costruito su un pianoforte quasi infantile, l’altro cupo e abrasivo — il brano funziona proprio perché abbraccia il contrasto. È lo stesso conflitto che attraversa i testi di Kinsella: l’immagine di “due bambini sotto un trench coat” che fingono di essere adulti diventa una metafora potente di fragilità, errori accumulati, divorzi e dipendenze. "I’m just two little boys in a trench coat with plastic knives" è una delle intuizioni liriche più incisive del disco. Otto minuti che scorrono pieni, senza dispersioni.
Con No Feeling, secondo singolo, entra in scena Brendan Yates dei Turnstile. Quella che potrebbe sembrare una collaborazione studiata a tavolino si rivela invece perfettamente calibrata: il brano ha un tono gelido, quasi esausto, come se le emozioni fossero già state consumate. La voce di Yates, luminosa nei registri alti, si intreccia in modo sorprendente con quella più dimessa e rassegnata di Kinsella, creando un equilibrio inatteso.
Blood on My Blood, impreziosita dalla presenza di Caithlin De Marrais dei Rainer Maria, è forse il momento più cinematografico del disco. Le due voci si inseguono e si respingono, mentre i testi evocano immagini crude: un divorzio trasformato in scena del crimine, corpi impossibili da contare, sangue ovunque — metafora di una storia che continua a ripetersi nella mente. In Patron Saint of Pale, invece, Kinsella immagina di risolvere una separazione con una partita a carta-forbice-sasso — “Fuck it! Let’s play roshambo” — mentre battimani infantili e vibrafono nervoso accompagnano quello che, in realtà, è il collasso definitivo di un matrimonio. Il contrasto tra forma e contenuto è disarmante.

La seconda metà del disco si fa più raccolta e atmosferica. Wake Her Up (con Wisp) scivola verso territori pop venati di shoegaze, mentre Desdemona costruisce trame vocali che richiamano le ripetizioni ipnotiche di Steve Reich. Lullabye è poco più di un frammento, una ninna nanna sospesa e delicata, che prepara con dolcezza al finale. A chiudere è No Soul to Save, dove poliritmi luminosi si scontrano con liriche segnate da vergogna e resa — “If we're all born the same, why am I so ashamed?” — trovando un equilibrio sottile tra disperazione e sollievo. È proprio in questa tensione irrisolta che gli American Football continuano a riconoscersi.
LP4 non è un disco accomodante. È stratificato, a tratti persino ostico. Ma è proprio in questa sua ruvidità che trova una forma di verità. Gli American Football non si rifugiano nella nostalgia, non provano a replicare LP1, né si limitano a proteggere la propria eredità artistica. Al contrario, raccolgono tutto ciò che è già incrinato — il divorzio, la dipendenza, la paternità, la vergogna, persino il COVID come estensione di un isolamento emotivo preesistente — e lo trasformano in qualcosa di più ampio, più doloroso, più autentico.
L’emo, in fondo, non è mai stato davvero un linguaggio adolescenziale. LP4 lo ribadisce con la chiarezza di chi ha vissuto abbastanza da non dover più fingere che tutto funzioni ma con la generosità di chi sceglie comunque di raccontarlo. Anche quando fa male. Anche quando, nel farlo, continua a creare musica di una bellezza disarmante.