Arcade Fire | Everything Now

by Alessia Nosari

Voto:

C
Amaro

Essere gli Arcade Fire è una bella responsabilità. Prima di tutto perché sono uno dei primi gruppi che hanno alimentato la cultura indie così come la conosciamo. Sono attivi dal 2001, l’album di debutto Funeral fece venire un infarto ai bacchettoni di Pitchfork e con The Suburbs portarono a casa un Grammy.
Poi perché Everything Now è uno degli album più attesi dell’anno. Tutta colpa loro, aggiungerei. Win Butler e colleghi hanno scelto di promuovere il disco tramite un sistema usato da molti artisti ultimamente: creare una specie di universo parallelo alla 1984 dove, nel loro caso, la società “Everything Now Corp” ha come incarico quello di inculcare il disco nelle menti lobotomizzate del web. Niente di nuovo, ma la campagna promozionale è durata un secolo e i loro fan non ce la facevano più. Non sono mancate le sorprese, tra uno show a sorpresa al Primavera Sound e due date italiane a luglio.

I colpi di scena non sono mancati nemmeno all’interno dell’album. E se io ho provato angoscia a scrivere del loro Everything Now, immaginatevi in che stato erano gli Arcade Fire quando venerdì hanno presentato il disco con uno streaming su Apple Music. I tempi sono cambiati e anche i più sfigati della musica si sono fatti furbi. Quindi addio Merge Records, etichetta indipendente che ha visto arrivarsi in casa il Grammy per album dell’anno con The Suburbs. Benvenuta Columbia. Le porte dello studio si sono aperte anche per il produttore Thomas Bangalter, lo stesso dei Daft Punk, che si è portato i synth e la palla da discoteca da casa. Il progetto di rinnovamento ha anche eliminato una buona dose di indie alla Interpol e alla Talking Heads per far spazio ad influenze dance anni ’70 e testi tratti da 1984.

Quando ho aperto la tracklist, mi si sono incrociati gli occhi. Fortunatamente non sono io ad essere pazza, ma ci sono davvero tre scritture diverse di “Everything Now”. E il perché l’album si apra con “Everything_Now (continued)” lo sanno solo Butler e colleghi. Come se non bastasse, la storia si ripete a metà scaletta. Desiderio di fare qualcosina di un po’ originale o scelta di includere le tracce così come sono state salvate sul desktop? A dire il vero, è un déjà-vu: hanno rispolverato le 4 versioni di “Neighborhood #” in Funeral e il format di The Suburbs.

Mentre mi faccio questa e altre mille domande, parte una fluttuante “Everything_Now (continued)” che sembra tratta da Space Oddity e che finisce dopo soli 46 secondi per lasciare spazio al singolo “Everything Now”. E’ inevitabile accorgersi che qualcosa è cambiato nel sound degli Arcade Fire. Così come dice il titolo dell’album, il singolo è una critica alla società attuale del tutto-e-subito, un consumismo non solo materiale, ma, soprattutto, morale che ci costringe a vivere in un’era sovraccarica di informazioni in cui tutto è assurdo e sconnesso.

Il sound dance che ricorda gli ABBA e i Bee Gees ammorbidisce l’angoscia del testo: “Every song that I’ve ever heard / Is playing at the same time, it’s absurd / And it reminds me, we’ve got everything now”. Anche associare gli Arcade Fire ai Bee Gees è assurdo e sconnesso, eppure non trovo paragone migliore per descrivere i cori funk del ritornello. Il tema del caos disorientante si ripropone con “Signs Of Life” dal ritmo ugualmente funk, ma con una sfumatura più underground data dal suono delle sirene e dal rap della seconda strofa. Il testo assomiglia al discorso iniziale di Trainspotting recitato sulla pista da ballo: “Spend you life waiting in line / You find it hard to define / But you do it every time / Then you do it again”. Ancora una volta, gli Arcade Fire ci fanno ballare sulle note di un testo angosciante che si ripete in modo ossessivo, incastonando alcune massime quotidiane come “love is hard, sex is easy” in un labirinto melodico fatto di flauti elettronici, una linea di basso quasi fastidiosa e battiti di mani.

Dopo un inizio così, viene quasi da controllare di non aver sbagliato album. “Peter Pan” conserva ancora un pelo di ballata indie in stile Interpol, anche se è difficile pensare alla favola con i bassi sparati a mille in cuffia. Con “Chemistry” gli Arcade Fire ci proiettano un ventaglio di influenze talmente vario che ho dovuto segnarmele in una lista. Mi sono appuntata: anni 50, Elvis, folk texano, riff di chitarra alla “I Love Rock’n’Roll”, cori funk, finale genialoide. “Infinite Content” spacca a metà la tracklist con i suoi 1:37 minuti di allusione ai contenuti multimediali infiniti a cui si può accedere tramite il web. La gemella “Infinite_Content” è la versione da spiaggia hawaiana un po’ più piacevole da ascoltare. I synth aggressivi di “Electric Blue” mi fanno venire dei dubbi sul mio amore verso gli effetti elettronici nel pop. Ora capisco quanto si siano divertiti gli Arcade Fire in studio insieme a Thomas Bangalter: faccio davvero fatica a differenziare gli strumenti musicali dal computer. D’altronde, c’è ancora bisogno di fare questa distinzione nella musica di oggi?

Dopo un inizio col botto e una parte centrale disastrosa, finalmente arriva la canzone che solleva la qualità del disco. E anche quella con cui dovrebbe concludersi tutto. Una volta sentita “Good God Damn” potrei anche staccare la spina e tornare ad ascoltare i Tame Impala. Quando incontro canzoni come questa, mi chiedo se sia possibile essere fisicamente attratti da uno strumento musicale. Tra strofe sussurrate, sospiri, gemiti e un basso ipnotico, questo pezzo mi fa pensare che sì, i synth sono belli, ma quando fanno da sfondo. E dopo un abuso come in “Electric Blue” e in “Put Your Money On Me”, la decima traccia mi toglie ogni dubbio riguardo al fascino di questa eccentrica band.

La verità? Everything Now mi piace. Quando ascolto l’album non penso agli altri lavori, ai premi o alla cotta che ho avuto per “Wake Up”. Non penso alle scelte discutibili di spostarsi verso suoni più da classifica, ma apprezzo la qualità della produzione generale. E’ inutile essere i “[…] cool kids / stuck in the past”. Tuttavia, una volta finiti i 47 minuti, mi rimane l’amaro in bocca. Penso a The Suburbs, a Funeral, a “After Life” e mi dico che non può essere tutto qui. Manca la personalità. Butler è talmente versatile che una volta lo scambi per Bowie, un’altra per Bono e la terza per i gemelli Gibb. Attenzione, non è un difetto. Eppure se bisogna buttarsi nella mischia di chi utilizza lo stesso sound (e ce ne sono parecchi), bisogna fare attenzione. Dubito che qualcuno dirà “ah ma questi sono gli Arcade Fire” sentendo una canzone del nuovo album che non sia “Everything Now”. Capisco l’idea del percorso ciclico, ma purtroppo non basta duplicare la traccia iniziale e quella finale per avere un cerchio perfetto.  Mi manca un tema forte e mi mangio le mani per loro per non aver approfondito quella critica alla società, al web, a everything.

Pare che si siano uniti alla scia di quelli che hanno voluto criticare il nonsense di vivere in questa società computerizzata e sempre connessa. La stessa società che permette agli artisti di promuoversi con un click a costi minimi, ma che svalorizza l’individualità e sminuisce il prodotto musicale in sé. Che stia nascendo una nuova corrente musicale? Una nuova valvola di sfogo per chi non riesce a stare al passo con la realtà virtuale? Un nuovo tipo di indie? I nomi già ci sono. Peccato che gli Arcade Fire non siano né precursori né i rappresentanti per eccellenza. Articolare l’angoscia ai tempi di Facebook è una bella idea, ma se lo si vuole fare, bisogna farlo aggiungendo qualcosa in più. In questo caso, Butler e soci hanno scelto la strada più comoda. Non sta a me stabilire se si tratti di una scelta di mercato o di un’inclinazione stilistica dominante. Sono sicura che si riprenderanno in futuro, ma per ora accontentiamoci di questo quinto album perché “I guess you’ve got everything now”. 

Alessia Nosari

Mi lamento sempre della musica alla radio, raccolgo i centesimi tra i cuscini del divano per andare ai concerti e sogno di lavorare come tour manager di Bon Iver. Nel frattempo scrivo, cerco, scopro, ascolto musica non-stop.

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