Beach House | 7

by Claudia Crivellenti

Voto:

B-
Dolceamaro

Di questa primavera ricorderò di certo due cose: il caldo pazzesco arrivato fra capo e collo e la settimana in cui sono usciti due album destinati a diventare la colonna sonora della mia estate.
Avete indovinato: uno di questi album è proprio 7 dei Beach House, uscito l’11 di maggio e preceduto da ben quattro singoli, Lemon Glow, Dive, Dark Spring Black Car.

 

7 come le meraviglie del mondo, 7 come il numero dei loro album, 77 come i pezzi nel loro repertorio.
Tutto casuale, dice la Legrand a Rolling Stone.

In 7 ritroviamo le sonorità oniriche e soffuse tipiche del duo, il quale però non è partito con l’idea di creare della musica che trasporti l’ascoltatore in un altro mondo, ma al contrario i due musicisti hanno cercato di narrare di cose, fatti, esperienze reali e personali, le quali possono anche rivelarsi dolorose.
Questo l’ho percepito io stessa già dall’ascolto dei singoli: anche senza prestare attenzione ai testi cantati dalla Legrand, che diventano un tutt’uno con i suoni melliflui e fluidi in sottofondo, l’immagine che mi si è creata nella nebbia del mio cervello è stata quella di me in una notte estiva a bordo del mio motorino, mentre sfreccio per le strade fresche ed umide di campagna.
Un ricordo, qualcosa di reale, qualcosa di inspiegabilmente dolceamaro.

La prima canzone, Dark Spring, ha proprio a che fare con la notte ed i cieli stellati di quando inizia a far caldo e preso da un momento i panismo, alzi gli occhi al cielo e contemplandolo ti rendi conto di quanto grandi e potenti siano in realtà quei puntini luminosi lassù.
Le lyrics della canzone sono brevissime e coincise, quasi come piccoli punti di luce che appaiono qui e là nel grande cielo nero, che altro non è che la base strumentale.

Immediatamente dopo la prima traccia, quasi dissolvendosi nel rombo di un tuono, comincia Pay No Mind, una ballad melanconicamente dolce e lenta.
La musica dei Beach House è un dream pop quasi “impressionistico“, che con poche “pennellate di suoni” e sfumature, riesce a delineare un’immagine ben precisa nella mente dell’ascoltatore.

It’s painful but
You do what you must
Takes time to know

Baby at night when I look at you
Nothing in this world keeps me confused
All it takes, look in your eyes

E’ così che con versi brevi e coincisi, il duo riesce a trasmettere tutta la tensione che un amore tormentato crea, ma che allo stesso tempo il sentimento stesso cancella rendendo ciechi, in questa grande sala da ballo da film per teenagers americani dipinta dal suono echeggiante della chitarra e del synth,  in cui esistono soltanto i due protagonisti, come in un microcosmo.
Segue poi il primo dei singoli rilasciati dal duo, rilasciato il giorno seguente a San Valentino, tanto da sembrare il racconto della precedente notte d’amore, vissuta nel vortice della passione e dell’intimità, tanto profonda da permettere ai due amanti di vedere chiaramente “the color of your mind“, il quale però continua – come nella canzone precedente – ad avere una sfumatura agrodolce, sancita proprio dal penultimo verso, che lascia intravedere anche a noi ascoltatori quel colore, che equivale ad una sfumatura di “candy-colored misery“.
La voce quasi distorta da un harmonizer, i sintetizzatori e la melliflua chitarra si fondono come se si amalgamassero in una sostanza d’ambrosia, forse proprio come il miele, mentre le pulsazioni della drum machine e della batteria scandiscono il tempo velocemente, quasi ad indicare le pulsazioni dei due cuori coinvolti.


L’Inconnue
 (o per i non francofoni Lo sconosciuto) si apre come un coro a cappella che si potrebbe ascoltare durante una messa. L’Inconnue ha un risvolto lievemente macabro: è infatti il nome di una maschera mortuaria popolare nella Francia tardo-ottocentesca, ricavata dal volto di una ragazza trovata annegata nella Senna, la quale probabilmente aveva provato a togliersi la vita.
La parte del testo cantata in francese rende benissimo questa impressione di sacralità e tormento.
Dopo questo tuffo nel passato, Scally e Legrand ci portano nella Los Angeles dei giorni nostri, grazie a Drunk in L.A..
Drunk in L.A. però non vuole rimanere ferma nella nostra linea temporale, anzi, è una intro- e retrospezione di se stessi: brillo in un bar, ti fermi ad osservare ciò che ti sta intorno, pensando a come stai lentamente sfiorendo ed osservando la tua vita passata scorrere nel fondo di un bicchiere.

I had a good run playing horses in my mind
Left my heart out somewhere running
Wanting strangers to be mine
Memory’s a sacred meat
That’s drying all the time
On a hillside I remember
I am loving losing life

Il sintetizzatore e la chitarra riescono a creare ancora una volta un vortice in cui si viene divorati e che ci porta a fare la stessa retrospezione cantata da Victoria, alla velocità scandita dalla drum machine, proprio come se ripercorressimo il nostro trascorso al passo di trotto di uno di quei cavalli che giocano nella mente della cantante. Per descrivere invece Dive, il secondo singolo rilasciato, nulla è meglio delle parole di Victoria:

You can listen to Dive and feel whatever you want – be that rebirth, where you’re on the point of a change – it’s the politics of nature, the predestined, inevitable sign-waves of things.

Questo senso di rinascita, di svolta, può essere infatti rivisto nella seconda parte del brano, in cui troviamo una chitarra più rockeggiante e viva, che somiglia quasi alle onde stesse del mare in cui ci siamo tuffati e che ci porterà ad un cambiamento, ad una catarsi.

Il settimo pezzo del disco, Black Car, è una costruzione composta da una sovrapposizione di sintetizzatori, che insieme alla batteria che scandisce incessantemente i tempi deboli, crea una struttura ipnotica a sostengo della voce stessa, la quale è impegnata nel ripetere una specie di cantilena.
Il pezzo è uno dei più angoscianti dell’album, potrebbe benissimo far venire alla mente -come suggerito dal titolo- un viaggio in auto nel buio della notte, in cui si percorrono chilometri di strada immersi nei propri pensieri.

Gli ultimi quattro brani sono invece quelli che “suonano” più dolcemente al nostro orecchio, sebbene ancora una volta i testi cantati dalla Legrand smentiscano questa nostra sensazione quasi positiva, facendo in modo che la sensazione dolceamara provata sin dall’inizio del disco non ci abbandoni. Questo è il caso appunto di Lose Your Smile, in cui immagini contrastanti danzano al ritmo di una chitarra acustica.

Sweet lies on your face
Tears are out of place
Sunshine in the rain
Comes in rainbows and leaves again

Dopo Woo, registrata assieme alla traccia precedente alla Carriage House, segue Girl of the Year, pezzo ispirato alla figura di Edie Sedgwick:

She was an example of somebody who was a superstar, in the way that Warhol’s girls were superstars. She was a beautiful, yet deeply troubled girl and at the same time, she was a shining star. I work very visually so I was very enamored with eyelashes and the use of the eyeliner and the smoke and the eyes. Nico, also. It’s almost Grecian but there’s something tragic about them all. They’re these icons and I don’t know why, but humans need icons.
[Victoria Legrand, per CR Fashion World]

Tutto questo, viene perfettamente riassunto nei due versi “Get dressed to undress /Depressed to impress“, in cui riusciamo a scorgere la bellezza dannata di questa figura femminile.

L’ultimo brano, Last Ride, come spiegato da Victoria sempre a CR Fashion World, è ancora legato al mondo di Andy Wahrol ed è questa volta ispirato a Nico:

 

The last song on the record, “Last Ride,” was inspired by her. There’s just something crazy in that song that happened on that journey and for whatever reason, I was really into that world. The madness, the darkness, the glamour, the destruction. I got comparisons to her early on when we made our first record and then I stopped hearing that. I used to joke that it was because we both had dark hair and bangs and weren’t overtly a soprano. She had a beautiful voice so I don’t really mind. She was an incredible, incredible woman.

 

Il pezzo di chiusura è una ballad condotta da un giro di piano dal suono molto dolce, al quale si aggiungono una chitarra acustica ed una elettrica, dal retrogusto -come sempre- amaro.

L’ultima fatica dei Beach House è in definitiva ben riuscita: c’è molta coerenza in temi e suoni tra i vari pezzi, tanto da rivelarsi un disco da ascoltare tutto d’un fiato. Il duo è riuscito a mantenere la propria identità e la propria firma, arrangiando ed evolvendo il proprio sound, rendendolo ancora più rarefatto, ma potente come una coltellata in pieno petto.
L’unica pecca del disco è, forse, proprio la difficoltà durante i primi ascolti a riconoscere i vari brani, talmente il gruppo è riuscito ad amalgamare i vari suoni. In definitiva, un album tutto da pensare, da ascoltare davanti ad un cielo stellato in estate.

Claudia Crivellenti

La mia vita è composta da musica, colori pastello, concerti, cani carini, meme, altra musica e cibo.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: