Black Rebel Motorcycle Club | Wrong Creatures

by Jacopo Giovanni Peroni

Voto:

B
Sostanziale

Vi ricordate il capitolo incentrato sul fabbro giapponese nel primo Kill Bill di Tarantino? C’era una precisa insistenza sul voler mettere in scena la sacralità e la ritualità con cui le iconiche spade nipponiche venissero forgiate. Un desiderio, derivante dalle ovvie ispirazioni del sommo regista, di palesare un’artigianalità, sì tramandata, ma ormai passata. Ecco, aggiungete all’equazione Easy Rider e avrete in una semplice sintesi pindarica i Black Rebel Motorcycle Club: da quasi vent’anni ultimi custodi della tradizione assemblata pezzo per pezzo nei garage (rock) americani. Questa però non fu e non è una Silicon Valley, qui rare sono state le grandi evoluzioni che hanno permesso di trasformare un box auto in enormi compagnie: quel genere di rock è invece montato in sella ad una classica motocicletta ed è uscito dal garage in cerca di avventure crepuscolari su strade aperte, scortato da qualche vecchia Camaro opaca, per riapparire sporadicamente ogni tre/quattro anni macchiato di benzina e con gli occhiali da sole di notte contro i neon delle stazioni di rifornimento.

Quando si ascolta infatti un album dei BRMC, non si possono avere sorprese; il suono è quello di sempre dai primi del duemila, un olio di motore su tela che rappresenta l’esser dei mezzi ranger solitari e le loro moto telaio-pistoni-serbatoio. I tre di San Francisco non si sporcano mai le mani con giocattoli di ultima generazione e altre simili trovate: fedeli al trittico di chitarra, basso e batteria. Un bene? Un male? Per quanto ovviamente ammiri l’evoluzione di sonorità e la continua ricerca di novità per diversificarsi, stimo anche chi, come loro, rimane fedele a se stesso e riesce a presentare materiale di alta qualità senza modificare la propria formula.

Tuttavia, all’alba dell’uscita di questo ottavo album sotto esame, “Wrong Creatures” (Vagrants Records), ci si ritrova davanti ad un cd molto più cupo e, per così dire, “lentamente strutturato”: rispetto ai precedenti infatti ci sono molte meno tracce dirette stile hit/singolo per far scena, ma vengono predilette costruzioni elaborate lungo la durata stessa, quasi raddoppiata dal passato. Per quanto però cali questa lunga notte sulle canzoni, permane quel senso di libertà su ruote, marchio di fabbrica della band, in un contesto decisamente oscuro e quasi intimista (proveniente dal trascorso dei membri del gruppo negli ultimi anni). Dopo il preludio tribale da sciamani rappresentato da DFF (che potevano far durare qualcosa in più come il resto dell’album perché merita…), partono in quarta Spook e King of Bones, due (degli ultimi tre) pezzi rapidi posti come ponte di collegamento tra il precedente album e l’interiorità di questo e che conducono appunto ad Haunt, primo vero rappresentante di “Wrong Creatures, pacato dalle tenebre.

Invece a non convincere pienamente sono le successive Echo e Ninth Configuration, che, malgrado la prima ricordi vagamente una Walk On the Wild Side grazie a quella linea di basso ed entrambe siano buone canzoni prese singolarmente, risentono però di un’eccessiva pesantezza e lentezza nello scorrimento generale, forse troppo offuscate dalla loro apparente calma (specialmente Echo). Spetta quindi alle sei rimanenti tracce il recupero, che senza troppi indugi non tarda ad arrivare: Question of Faith è subito in pole position con il riff ipnotico nel ritornello, seguita da Little Thing Gone Wild a capo della sopracitata triade di brani diretti ed incalzanti. Degna di nota è Circus Bazooko, una sorta di sperimentale pit stop nella più desolata delle stazioni di benzina, che riecheggia in qualche modo i Beatles tra il calore dell’asfalto e le lucertole a lato carreggiata.

Wrong Creatures” riesce quindi ad avere lo stesso fascino di una Bonneville Scrambler customizzata da zero per le dune a partire dal singolo bullone, dopo essere stata bistrattata dalle intemperie in un qualsiasi sfasciacarrozze: questa è la parabola di un genere sessantenne che sembra ormai vittima di diversi strati di polvere. Mentre i trend contemporanei puntano principalmente al ricorso di synth e aggeggi vari per la convergenza di stili e suoni (che ovviamente adoro, sia chiaro, vedi le ultime di QOTSA e Franz Ferdinand per citarne un paio), c’è ancora qualcuno, come i BRMC, che ha il coraggio di chiudersi nella propria officina per restaurare ciò che rimane di un telaio tarlato dalle piaghe del tempo.

Ovviamente, se certi atteggiamenti da giacche di pelle e chitarre distorte non vi convinsero tempo fa, non lo faranno nemmeno oggi: per i fan, è chiaramente l’ennesimo centro dei BRMC, che, senza mai sbilanciarsi eccessivamente, riescono comunque con costanza e dedizione a portare alta la loro bandiera di outsiders, questa volta tinta dalle luci soffuse di tenebre razionalmente interiori; allo stesso tempo però, è un album più complesso dei precedenti che richiede maggiori approfondimenti e ascolti per essere appreso totalmente, quasi un repellente per chi volesse approcciarsi al gruppo con questo ultimo lavoro. Ma ne varrà comunque la pena. Come sempre. I Black Rebel Motorcycle Club hanno nuovamente elaborato la colonna sonora per “il cielo stellato sopra di me, l’easy rider che è in me”.

Scaldate i motori.

Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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