Bon Iver | i,i

by Federica Di Gaetano

Voto:

B+
Famigliare

Quella dell’8 agosto era una giornata soleggiata e all’insegna del nulla cosmico tipico delle vacanze estive trascorse in città mentre tutte le persone che ti circondano sembrano sguazzare in acque cristalline. Poi, all’improvviso, il buon Justin Vernon ha deciso che, per qualche ragione sconosciuta ai più, uno dei dischi più attesi del 2019, ovvero il quarto album in studio di Bon Iver non avrebbe potuto più aspettare per vedere la luce. Così, con ben tre settimane di anticipo rispetto alla data prevista per l’uscita (inizialmente fissata il 30 agosto), a sorpresa, su Spotify è stata rilasciata una playlist in cui, a distanza di un paio di ore l’una dall’altra, sono state inserite tutte le tredici tracce che compongono i,i, ognuna delle quali accompagnata da un video pubblicato su Youtube.
Registrato fra il Sonic Ranch nel West Texas e l’Aprile Base nel Wisconsin, il disco era stato anticipato da quattro singoli Hey, Ma e U (Man Like), Faith e Jelmore, pubblicati rispettivamente il 3 giugno e l’11 luglio.

And now, it might be Autumn.

Sono queste le parole che accompagnano un teaser intitolato Sincerity is Forever in Seasonche rivela come il quarto album di Bon Iver non sia altro che la chiusura di un cerchio, la conclusione di un ciclo iniziato dodici anni fa. Il video spiega, infatti, che ognuno degli album precedenti era legato a una stagione: lo straordinario debut For Emma, Forever Ago era l’inverno;  con il secondo, omonimo, lavoro è sbocciata la primavera; lo sperimentale 22, A Million ha fatto risplendere l’estate. Infine, ora è arrivato l’autunno.

La prima cosa che risalta in seguito a un ascolto completo del disco è che, per questo nuovo lavoro, la scelta di Justin è sicuramente stata quella di mettere al centro il suono, in un tripudio di, violini, sassofoni, chitarre, synth e persino cori gospel, lasciando la parola in secondo piano; i testi, nella maggior parte dei casi, sembrano quasi fare da contorno. i,i si apre con Yi, un’intro strumentale che dura poco più di trenta secondi recuperata direttamente da una registrazione fata sul cellulare da Justin e il suo amico Trevor mentre gironzolavano per un fienile, accendendo e spegnendo una radio; le uniche parole che si riescono a udire sono “You recording Trevor? Yes”. Il primo brano vero e proprio è iMi, dove Justin ha aggiunto le proprie rifiniture sul lavoro realizzato da Andrew Sarlo, giovane produttore che collabora con i Big Thief. Qui la voce distorta dell’artista echeggia su un testo piuttosto semplice (I like you, I like you and that ain’t nothing new) e, fra gli altri, vanta la partecipazione di nientepopodimeno che James Blake (i due avevano già collaborato nel 2016, sul brano I Need A Forest Fire).

E’ sicuramente con il singolo Hey, Ma che si tocca uno dei punti più alti del disco. Si tratta di un brano sentimentale e malinconico, in cui Justin Vernon canta di quei momenti in cui la solitudine e lo sconforto sembrano prendere il sopravvento e l’unica cosa che ti rimane da fare è chiamare a casa (Tall time to call your Ma).

I waited outside
I was tokin’ on dope
I hoped it all wunt go in a minute
With the past that you know
I wanted all that mind, sugar

Qui si fondono perfettamente le due anime dell’artista che abbiamo imparato a conoscere: se da una parte troviamo il cantautore viscerale dei primi due album, la sua voce risulta più pulita e avvolgente e la struttura del brano più semplice, dall’altra è ancora presente la vena sperimentale che ha caratterizzato gli ultimi anni, guidata da sintetizzatori sognanti e immagini evanescenti (You’re back and forth with light).

Nonostante i testi di Vernon siano sempre caratterizzati da un linguaggio evocativo e ricco di metafore, ci sono dei momenti in cui fa capire esattamente dove vuole andare a parare. E’ questo il caso di U (Man like), una ballad dalle forti influenze gospel  che vede la collaborazione di artisti del calibro di Moses Sumney, Jenn Wasner, Elsa Jensen e Bryce Dessner dei National. Si tratta di una canzone di protesta, dedicata ai senzatetto e alle problematiche relative alla dipendenza da oppiacei. Il “man” del titolo è la personificazione di tutti coloro che detengono il potere e la ricchezza, specialmente nella società americana (Man like you, how you do?; It ain’t nothing what you say is true).

How much caring is there of some American love
When there’s lovers sleeping in your streets?

La traccia centrale del disco, Naeem, è nata dal lavoro di levigatura compiuto su un brano nato inizialmente come collaborazione con la compagnia di danza contemporanea TU Dance. Parlandone, Justin ha affermato che, per una volta, trova davvero bello aver realizzato qualcosa di chiaro e lineare, non altisonante. Non ci sono produzioni articolate, giusto un leggero coro di sottofondo, a essere protagonista è la voce di Justin, la quale accompagna delicatamente un testo che, per quanto ricco di immagini a tratti indecifrabili, riesce comunque a toccare corde profonde e commuovere.

I’m having a bad, bad toke
But the berries still to come

Jelmore è nata da un’improvvisazione fra Justin e un amico. E’ un brano dal profondo carattere evocativo, che facendo leva su suoni distorti e immagini di inquinamento, calore e duro lavoro spazia attraverso argomenti tanto attuali quanto delicati, come l’emergenza legata al cambiamento climatico (How long will you disregard the heat?) e la disparità economica presente negli Stati Uniti (Brick layer with a hat down on his feet).

We’ll all be gone by the fall
We’ll all be gone by the falling light

E’ molto interessante che una canzone così cupa nella tracklist sia stata posizionata subito prima di Faith che, come dichiarato dallo stesso Justin “man—it’s a song about having faith”. Si tratta di un brano fortemente etereo, in cui a fare da padrone è il tema della fede, intesa sia in senso spirituale che nell’ambito delle relazioni umane, e di come essa nel corso del tempo tenda a diminuire, fino a rischiare quasi di sparire (And we have to know that faith declines, I’m not all out of mine). Ha inizio con la voce morbida e calda di Vernon che si stende delicatamente su un tappeto di chitarre acustiche e sintetizzatori, per poi esplodere grazie anche all’aiuto della voce corale che fa da sottofondo e, infine, dissolversi con la stessa delicatezza con cui è cominciata.

There is no design
You’ll have to decide
If you’ll come to know, I’m the faithful kind

Gli amanti del folk troveranno pane per i loro denti nella decima traccia, la tanto breve quanto semplice e dolce Marion (Follow to the rising sea), dove Justin canta e suona la chitarra accompagnato da sassofono, trombone, tromba, corno francese e armonica. Subito dopo troviamo Salem (So I’m gonna weep a while, you don’t even know how hard), che sembrerebbe prendere il titolo da una città del Massachusetts, divenuta nota dopo che nel 1692 vennero eseguite molteplici condanne a morte per stregoneria.  Con il riferimento alle foglie che bruciano e le atmosfere suggerite dalle sonorità jazz, è certamente la canzone più autunnale del disco. Le stesse sonorità le ritroviamo anche nel penultimo brano del disco, Sh’Diah (Keep it rational), il cui titolo sta per “Shittiest Day in American History”, ovvero il giorno dopo che Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti.
La perfetta conclusione è segnata da RABi (So, please enjoy the feast), una canzone che parla di riuscire a godersi la vita e essere grati per le piccole cose e le persone che ci circondano, nonostante ci sarebbe un’infinità di ragioni per essere tristi.

So what of this release?
Some life feels good now, don’t it?
(I think I need it)
Don’t have to have a leaving plan
(Have to let it)
Nothing’s gonna ease your mind
Well, it’s all fine and we’re all fine anyway

Bon Iver è uno di quegli artisti che nel corso della sua carriera ha sempre dimostrato le capacità e l’intelligenza di riuscire a rinnovarsi ed evolversi senza mai snaturarsi o risultare forzato e non sbagliando mai un colpo. Inoltre, gli va riconosciuto un grande merito, cioè quello di essere riuscito a crearsi una sorta di marchio di fabbrica, che permette di riconoscere il suo stile e la sua poetica all’istante. In questo caso, non si tratta certo di un disco immediato. Nonostante possa essere considerato come un compendio di tutto ciò che ha prodotto nel corso della sua carriera e, a tratti suoni familiare, per capirlo, giudicarlo e, infine, goderselo davvero è necessario ascoltarlo più volte; ma non per questo si tratta di un lavoro meno intenso o toccante rispetto a quanto siamo stati abituati finora, anzi.

La premessa iniziale che ha accompagnato l’uscita di questo disco, ovvero quella del cerchio che si chiude, del ciclo delle stagioni che arriva finalmente al suo compimento, porta velatamente con sé anche un’altra considerazione. i,i suona come un arrivederci (se non, addirittura, un addio) e potrebbe mettere il punto a un progetto musicale che non solo è stato centrale nella vita di un artista per dodici anni, ma che ha anche saputo farsi spazio nelle orecchie e nei cuori degli ascoltatori di tutto il mondo, diventando una sorta di classico contemporaneo. Ci sarà ancora spazio per Bon Iver nel futuro di Justin Vernon? Chissà. Noi, ovviamente, speriamo di si.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: