Brunori Sas | Cip!

by Greta
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Voto:

A-
Ironico ma deciso

Premessa necessaria: copertina e titolo sono bellissimi. E così un pensiero me lo sono tolto. Meglio essere chiari fin dall’inizio. Devo specificarlo, perché Brunori lo scorso dicembre ha accompagnato il post in cui annunciava l’uscita dell’album con queste parole: «Sono disposto ad accettare le vostre critiche con calma e maturità, ma sappiate che se non vi piace questo titolo e soprattutto questa copertina siete delle brutte persone e non vi parlo più. Cip & love! D.». Ma sono sincera quando dico che mi piacciono. Parola d’ordine: semplicità. La copertina si limita a raffigurare un pettirosso dipinto dall’artista Robert Figlia, su sfondo bianco. E anche il titolo si presenta breve e conciso. Un’onomatopea, un semplice Cip! probabilmente prodotto dallo stesso pettirosso.

Il motivo per cui Brunori Sas, nome d’arte adottato dal cantautore calabrese Dario Brunori, abbia deciso di intitolare il suo quinto album in studio – successore di A Casa Tutto Bene (2017) – proprio Cip! inizialmente è stato solo accennato con un: «La scelta di un titolo sonoro nasce anche dalla voglia di lasciarvi uno spazio. Mi piace l’idea che possiate trovarci un significato associandolo liberamente alle canzoni contenute nel disco». Ma, successivamente, è stato spiegato come tale titolo rifletta la necessità di utilizzare le parole come strumento, non come fine. Per questo un’onomatopea. Credo abbia senso, dal momento che l’album si presenta molto vario dal punto di vista musicale. Ci sono arrangiamenti inusuali per Brunori, strumenti come sintetizzatori e glockenspiel, ma anche archi e chitarre ritmiche. E il coro, molto spesso presente. Il cantato, le parole, si amalgamano perfettamente con la melodia, diventando loro stesse uno strumento.

Immergiamoci quindi nell’ascolto di Cip!, prodotto dallo stesso Brunori con Taketo Gohara e registrato tra la Calabria e Milano. I temi principali che mi sembra di individuare sono due. Uno è l’amore, ma non immaginatevi delle canzoni melense o stucchevoli. È l’amore raccontato in diverse forme, quello familiare in Mio fratello Alessandro, quello puro e sincero in La canzone che hai scritto tu, quello autentico e duraturo in Per due che come noi. Il secondo tema predominante è il ruolo del singolo all’interno dell’umanità. E a questo filone appartengono una canzone autocritica come Il mondo si divide, ma anche un pezzo come Anche senza di noi – in cui si riflette sulla nostra importanza – e quei brani che ci spingono a restare, o forse a ritornare, umani come Benedetto sei tu e Al di là dell’amore. È un album dal mood positivo, che spesso riesce ad alleggerire situazioni complicate portando una ventata di speranza, ma senza mai banalizzarle. Procediamo però con ordine. L’album si apre con la già citata Il mondo si divide. Le divisioni che ci vengono presentate sono sia esterne – tra i gruppi di persone che la pensano diversamente – che interne alla mente dell’autore, e si riflettono in stati d’animo contrastanti. Ma queste divisioni non fanno bene, possono solo danneggiare. Ed è per questo che la canzone ci suggerisce, con ironia, di trovare la capacità di «ridere del proprio cervello» e di renderci conto che «superficiale a volte non è male». In poche parole, è un invito a respirare a alla leggerezza, a rinunciare almeno per una volta a pensare troppo. Segue Capita così e si cambia tono. Perché qui di riflessioni ce ne sono, la leggerezza tanto auspicata prima non viene conquistata. Ci si ritrova davanti allo specchio a pensare, senza sapere bene a cosa affidarsi, perché ci si sente completamente impotenti di fronte alla vastità del mondo. «Ma ti senti/ piccolo, minuscolo/ Ti senti ridicolo, sei ridicolo/ Quando pensi che sei uno su sette miliardi/ E che tanto comunque oramai è troppo tardi». Poi però si realizza che è solo un momento di sconforto, perché tornerà «Una gioia che infiamma di nuovo il tuo cuore/E ti fa dire che in fondo alla fine andrà bene».

La terza traccia dell’album è Mio fratello Alessandro. La storia di un legame forte e indissolubile, necessario in una famiglia, «perché gli uomini smettono di essere buoni/ solo quando si pensano soli». La bellezza del prendersi cura di qualcun altro come miglior terapia per curare se stessi. Andiamo avanti, ed ecco che all’improvviso rispunta anche quel «alla fine va bene» che abbiamo già visto – molto simile – un paio di canzoni fa. Questa volta siamo nel pieno del quarto brano, Anche senza di noi. Sostanzialmente dobbiamo prendere atto del fatto che il mondo andrebbe avanti benissimo anche senza di noi, che come già detto siamo solo una persona su sette miliardi, siamo minuscoli, quasi insignificanti. Questo è forse un problema? Secondo la canzone no. Anzi, Brunori dichiara: «Pensare che il mondo giri anche senza di noi non è un’idea che mi schiaccia, ma una pacificazione». La canzone che hai scritto tu è invece un pezzo romantico, una dedica alla persona amata in cui quasi ci si scusa di non essere in grado di trascrivere il proprio sentimento, perché le parole non bastano. La canzone successiva, Al di la dell’amore, è stato il primo singolo – uscito il 18 settembre – tratto da quest’album. Di fatto ha sancito il ritorno di Brunori sulle scene. Ed è una canzone potente, diretta, aspra al punto giusto ma allo stesso tempo delicata. Il suono dei sintetizzatori accompagna un brano che in primo luogo rappresenta un’invettiva contro – e qui il cantautore non usa mezzi termini – quel «branco di cani senza padrone» che «fanno finta di non vedere/ E fanno finta di non sapere che si tratta di uomini / Di donne e di uomini». Si accenna sì all’immigrazione, ma il focus della canzone resta sopra un’umanità che ha cessato di essere umana. Si parla del sottile, o forse ormai inesistente, confine tra il bene e il male, si supplica «chi viene dal mare» di tracciarlo di nuovo, perché probabilmente l’abbiamo perso. Ma c’è ancora speranza. Ed è speranza di poter lavorare insieme, costruire, migliorarsi, saper raccontare il mondo diversamente. E anche qui:

Ma vedrai che andrà bene
Andrà tutto bene
Tu devi solo metterti a camminare
Raggiungere la cima di montagne nuove
E vedrai che andrà bene
Andrà tutto bene
Tu devi solo smetterla di gridare
E raccontare il mondo con parole nuove.

E continuiamo a cavalcare quest’onda di positività con la ballata Bello appare il mondo. Anche in questo caso viene fatto notare come la rabbia non serva, come sia meglio apprezzare la bellezza del mondo con la spontaneità, e forse anche l’ingenuità, di un bambino. Si ritorna invece a un po’ di invettiva con l’ottava traccia, quel Benedetto sei tu che dal titolo somiglia a una preghiera. E inizia così:

Sia benedetto il signore Gesù Cristo
Che se fosse nato oggi non l’avremmo neanche visto
Perso nel Mediterraneo, su una barca, in mezzo al mare
A portare un po’ di fiori sulla tomba di suo padre.

In un certo senso questo testo è davvero una preghiera, ma che va al di là di ogni religione. È una preghiera rivolta a delle semplici persone che sanno abbracciarsi indipendentemente dal loro credo, che sanno distinguere il bene dal male e che non stanno ferme di fronte a un mondo che «va all’inferno». Invece reagiscono, si prendono per mano e ancora una volta trovano il modo di tornare umani. È una preghiera, ma appartenente a una religione che unisce anziché dividere. Il tutto accompagnato dal suono della chitarra elettrica e dalla presenza del coro.

E poi abbiamo Per due che come noi, il secondo singolo pubblicato il 13 dicembre.

Ma non confondere
l’amore e l’innamoramento che oramai non è più tempo
e senza perdere il senso dell’orientamento quando fuori tira vento
per due che come noi non si son persi mai
e che se guardi indietro non ci crederai
perché ci vuole passione
dopo vent’anni a dirsi ancora di sì
e stai tranquilla sono sempre qui
a stringerti la mano
ti amo
andiamo.

Una canzone molto dolce, in cui gli archi si mischiano al pianoforte, che racconta la storia di una coppia di vecchia data – due che «non si son persi mai», che hanno vissuto insieme ogni cosa – che riflette. Sanno che la fase dell’innamoramento è passata ormai da tempo, ma che non va confusa con quello che è l’amore autentico, consolidato. Ammirano la bellezza di un legame duraturo che resiste a tutto, anche ai momenti in cui il vento soffia contro. Sono consapevoli che le difficoltà ci sono, certo, ma c’è soprattutto la gioia di essere rimasti insieme. Fuori dal mondo – penultima tracciaè un brano allegro a partire dalla melodia, dedicato a tutti coloro che come si può intuire si sentono “fuori dal mondo”, diversi da tutti. Il testo è da leggersi con molta ironia, perché è pieno di luoghi comuni, come il mangiare alimenti senza olio di palma, curarsi con i fiori di Bach e «trovare magica ogni registrazione».

L’ultimo brano capovolge tutto. Sia la spensieratezza della canzone appena vista, sia il filo di positività che di fatto lega tutte le canzoni – ricordiamoci di quel «alla fine va bene» ripetuto in più varianti. Qui non c’è spensieratezza e non c’è positività. Al loro posto troviamo tanto dolore. Siamo resi partecipi della storia di un ragazzino, Achille. Che ci viene presentato così:

Achille guarda le stelle, ma proprio non le capisce
Si chiede perché ogni cosa, su questa terra
Prima comincia e poi finisce
E dopo pensa alla mamma, chissà come piangerà
Achille che sente un vento dentro al petto
Che prima arriva e poi se ne va
E domani comincia la scuola
Ma lui proprio non ce la fa
Achille certe notti dentro al letto
Pensa al mondo come sarà
A poterlo sapere
A poterlo vedere

Achille immagina un mondo che probabilmente non riuscirà a vedere. Pensa a come sarà. Riflette su come potrebbero essere «quelli che arriveranno» in futuro, se saranno simili a lui o diversi, ma quello che pensa – che probabilmente si augura – e che avranno «un cuore più grande». E noi ci rendiamo conto fino in fondo che la frase «il mondo girerà anche senza di noi» non è mai da prendere alla leggera, perché ogni singola esistenza è preziosa. Le note del pianoforte accompagnano quest’ultima, struggente canzone.

Brunori ritorna con un album vario e maturo. Il Cip! emesso dal nostro pettirosso in copertina può davvero assumere un significato diverso per ogni canzone. Si trasforma, passa dall’essere una serenata a una dichiarazione su quanto sia bello sentirsi leggeri. È in grado di parlare d’amore in modo mai banale. Si converte in un invito a non ignorarci gli uni con gli altri, ci esorta a costruire dei legami. Diventa il lamento di un ragazzo che non vedrà il futuro. Tutto questo in un album introspettivo e denso di significato che porta degli elementi di innovazione – soprattutto musicalmente, per quanto riguarda la varietà di strumenti utilizzati e gli arrangiamenti – nella produzione di Brunori. Un album che, prendendo ancora in prestito un commento del cantautore sul titolo, si può definire «ironico ma deciso […] in tutto questo gridare che ci circonda».

Il prossimo mese inizierà un tour con il quale Brunori presenterà quest’album in diverse città italiane. Fossi in voi non mi perderei l’opportunità di sentirlo dal vivo (per chi c’è, ci vediamo ad Assago!) Di seguito le date

29 febbraio 2020 Vigevano, Palasport
3 marzo 2020 Jesolo (Ve), PalaInvent
7 marzo 2020 Torino, Pala Alpitour
13 marzo 2020 Assago (Mi), Mediolanum Forum
15 marzo 2020 Casalecchio di Reno (Bo), Unipol Arena
21 marzo 20202 Firenze, Nelson Mandela Forum
24 marzo 2020 Ancona, PalaPrometeo
27 marzo 2020 Roma, Palazzo dello Sport
28 marzo 2020 Napoli, Teatro PalaPartenope
3 aprile 2020 Bari, PalaFlorio
5 aprile 2020 Reggio Calabria, PalaCalafiore

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