Calcutta | Evergreen

by Giada Agnoli

Voto:

B
Il dolce confondere

Tutte le strade mi portano a… Edoardo

L’attesa è ormai finita. Ci aveva già allietato con la pubblicazione di tre singoli: Orgasmo nel dicembre 2017, che ha venduto oltre 25mila copie, Pesto, pubblicato a febbraio e Paracetamolo di pochi giorni fa. Inoltre ci aveva anche lasciato un po’ di suspance a fine dello scorso anno affiggendo per le strade di Milano e Roma alcuni manifesti raffiguranti una mappa di Latina (città di origine del cantautore), Romeo e Giulietta e le parole: Raggiungermi è un orgasmo da provare (uno dei versi della canzone Cosa mi manchi a fare). Oggi, però, possiamo dire che Calcutta (eh sì, stiamo parlando proprio di lui) è tornato dopo due anni e mezzo dall’uscita del suo primo album d’esordio “Mainstream“, e lo fa con “Evergreen” via Bomba Dischi.

Evergreen” è stato registrato a Bologna con l’aiuto dell’amico Andrea Suriani (che ha collaborato anche con Cosmo e Coez) e si è sviluppato a partire da composizioni di pianoforte dell’artista, ispirate dai Beach Boys. Questo abbinamento può far storcere un po’ di nasi, ma “Smile”, il disco incompiuto della band appena citata, è stato un vero e proprio punto di ispirazione per l’artista di Latina, soprattutto perché, come ha confermato in alcune interviste, quell’album è stato composto da Brian Wilson “con il pianoforte nella sabbia”.

Sulla copertina di Evergreen c’è Calcutta in mezzo a un gregge di pecore che guarda verso di noi, su un prato verde, davanti ad un filare di alberi di campagna. La foto è stata scattata con una patina di giallo di una vecchia macchina fotografica, un po’ vintage. La copertina un po’ ci rimanda a molti concetti che Calcutta esprime nelle sue canzoni, ed io non ho potuto fare a meno di collegarla a Del Verde (preferirei del verde tutto intorno). Se volessimo un po’ puntualizzare, potremmo dire che la copertina è solo il punto di partenza per un altro diario di viaggio (iniziato con “Mainstream“) che Calcutta ci lascia. I luoghi di “Evergreen”, infatti, sono molteplici: vengono citate Venezia, Roma, il Taj Mahal di Agra, Versailles e di nuovo Milano.
Citando Rolling Stones, mi sentirei di dirvi che Calcutta non è la voce della nuova generazione, ma è la nuova generazione, e quello che posso fare davvero, nonostante la mia recensione e il mio parere nei confronti dell’album, è di consigliarvi di ascoltare “Evergreen” stesi su un prato verde proprio come quello della copertina e chiudere gli occhi (meglio non circondati da pecore, però), godervi le sue note e i suoi testi che possono dirvi niente o possono dirvi tutto. Le parole di Edoardo (Calcutta, per chi non lo sapesse) sono arrivate ai pensieri di milioni di persone, ed è successo perché ha una voce splendida e tenera, perché i suoi testi sinceri e quotidiani sono in grado di emozionare, che vi piacciano oppure no. Per spiegarvi questo vorrei citare le parole dell’artista in una sua intervista recente, che, secondo me, racchiudono l’essenza di Calcutta e del perché possa piacere così tanto:

La gente mi chiede che cosa significhino i miei testi, è un’ossessione. Hanno paura di essere stupidi, paura di non capire. Secondo me tutti sappiamo ascoltare una canzone ed emozionarci. Poi però ci sentiamo in dovere di chiedere: “Perché mi sono emozionato? Non è che mi sono inventato tutto?” Certo che sì. Ed è proprio quella è la cosa bella: l’emozione.

Evergreen” un po’ ci confonde, succede questo perché l’album si allontana da “Mainstream” ma allo stesso tempo rimane Calcutta, il dolce Calcutta, che ci racconta storie che diventano universali e nostre.

“E il mondo è un tavolo, e noi siamo le briciole”

Ed è proprio con queste parole che Calcutta ci inizia ad “Evergreen“, e lo fa con Briciole. Il brano, in realtà, doveva essere in “Mainstream“, ed Edoardo, mettendolo come prima traccia di quest’ultimo album, ci dimostra che “Evergreen” è una continuazione della storia e che Briciole non è altro che la colla che tiene uniti i due dischi. Il pezzo manca del classico ritornello urlato che solitamente diventa un grande tormentone social e non solo, ma il sound della canzone (un po’ ballad anni ’60) è come se ci cullasse tramite una melodia delicata su cui canta il nostro amato Calcutta.

Il disco procede con Paracetamolo, terzo ed ultimo singolo estratto dall’album, il cui video in meno di 24 ore ha già 150 mila visualizzazioni su YouTube. Ed è proprio il video ad attirare la mia attenzione, oltre ovviamente al ritornello ormai diventato tormentone che ti entra in testa e difficilmente riesce ad uscirne:

“Che se mi stringi così

io sento il cuore a mille”

Il merito del video perfettamente riuscito va al regista Francesco Lettieri che, di nuovo, riesce a farci affezionare ai personaggi da lui creati e protagonisti dei suoi videoclip. Ci è riuscito in Cosa Mi Manchi A Fare col bimbo paffuto e ha colpito i nostri cuori con Angelo, il personaggio principale di Paracetamolo. Ci piacciono perché sono un po’ sfigati e perché rappresentano la quotidianità in situazioni che è facile sentire “nostre”. In questi pochi minuti si è voluto raccontare una storia al limite tra il malinconico, l’ironico e il sogno, ma soprattutto una storia tenera e vera, tra una partita di carte e il karaoke al bar del paese, dove un uomo si innamora in maniera innocente e pura della cameriera che vede ogni mattina.

Come spesso Calcutta ha dichiarato, non ama apparire nei suoi video, perché ha sempre visto come un ostacolo la questione del playback e soprattutto notava impicci narrativi, come se le storie raccontate nei videoclip non dovessero aver bisogno della presenza fisica dell’artista. E in effetti, quando vediamo dei brevi capolavori così ben studiati e ben registrati come Paracetamolo, non possiamo fare altro che essere d’accordo con lui.

Pesto è il secondo singolo estratto dall’album e pubblicato questo febbraio e ancora, in poche ore ha conquistato la quarta posizione nella classifica Tendenze di YouTube sfiorando le 100 mila visualizzazioni ed in ancora meno tempo quel “Uè, deficiente” e quel “mi ero addormentato di te” sono diventati virali e i tormentoni del momento. Il brano, inoltre, è stato subito “vittima” di numerose cover su YouTube, ma l’unica che mi sento di segnalarvi è questa, dove Pesto diventa Paestum e viene cantata interamente in latino (allora il liceo classico a qualcosa serve, sigh).

Ma ritornando a Calcutta, in Pesto si racconta di una lei che se ne va, ma se la immagina lavorare in un call-center, come ognuno di noi ha immaginato qualcosa di punitivo per il futuro della persona che amavamo e che ci ha lasciato. Questa storia d’amore tormentata è rappresentata benissimo dal videoclip, girato al tramonto del litorale di Fiumicino, che culmina nella scena finale della cabina telefonica.

Anche con questo brano Calcutta dimostra di essere un artista che racconta i nostri anni nel modo in cui li sentiamo davvero, come un poeta contemporaneo che sa usare la voce come strumento per comunicare, riuscendoci benissimo. Con le parole di Pesto non abbiamo bisogno di catapultarci in mondi che riusciamo solo ad immaginare, ma basta chiudere gli occhi e pensare che quello che descrive non è altro che la nostra vita.

In Kiwi (come anche in Hübner), è presente una nuova voce nei cori, quella di Francesca Michielin anche se la cantante non figura nei credits, per scelta sua.

Secondo un’intervista di alcuni mesi fa, il brano, assieme ad un altro, è quello che non riusciva a finire di scrivere, per fortuna però ce l’ha fatta perché ora possiamo ascoltare le note di Kiwi, farci cullare dall’arrangiamento che ricorda un po’ il britpop anni ’90, e ascoltare quel ritornello che chiede al mondo di farsi gli affari suoi, come una sfida al destino.

Ascoltando Kiwi, però, non si può fare a meno di pensare al famoso “Campo di grano” di Mogol, e chiedersi se questo confronto fosse davvero necessario. In realtà i brani di Calcutta sono colmi di riferimenti ad altri artisti e altri personaggi, ma quello che il nostro cantautore fa non è sfidarli, ma utilizzarli per parlare della quotidianità, di situazioni in cui possiamo specchiarci e riconoscerci.

Ammettetelo, il Calcutta accompagnato solo dalla sua chitarra acustica un po’ vi mancava. Beh, in ogni caso, non posso fare altro che consigliarvi Saliva:

“La cosa più bella che hai è la tua saliva

Che ri-sbatte forte come il mare i miei pensieri a riva”

Con questo brano ritorna il Calcutta semplice che tanto ci aveva fatto tenerezza con Mainstream e con Forse. Non ci stupisce il fatto che Saliva sia stata scritta ai tempi di “Mainstream“. Ed è proprio una classica canzone da falò sulla spiaggia semplice e tenera, che possiede come solo punto di forza le parole e quello che vogliono trasmettere, una canzone in cui il sound si pone in secondo piano lasciando spazio solamente ai pensieri.

Saliva è la canzone d’amore dell’album, anche se il concetto d’amore di Calcutta può stravolgere il nostro, descrivendo la donna in una maniera tanto particolare quanto unica.

“Certe volte dovrei fare come Dario Hübner” canta Calcutta nella settima traccia di “Evergreen“. Ma chi è questo Hübner? È stato un forte centravanti principalmente delle squadre della serie B, ma chi seguiva il calcio degli anni ’90 non può dimenticarselo.

Ma non è questo il punto, perché Calcutta è riuscito a cogliere in uno dei gesti del calciatore il vero significato che vuole trasmettere ai suoi fan. Hübner, infatti, rinunciò ad un ingaggio in Inghilterra per trasferirsi al Piacenza per stare più vicino agli affetti, alla famiglia. È una canzone che racconta l’importanza di tenere strette le persone che contano, una canzone che si focalizza sull’importanza di fare scelte adeguate e spesso difficili. C’è chi dedica canzoni a grandi campioni come Maradona, Alonso o Senna, e chi invece sceglie personaggi lontanissimi dall’immagine dei calciatori del presente, come Hübner che si può definire perfetto per le canzoni di Edoardo. Potrebbe anche essere un piccolo racconto autobiografico, no? Come se Calcutta avesse rinunciato a molte offerte pur di continuare sulla sua strada, proprio come Hübner.

Ogni canzone di “Evergreen” sembra quindi essere collegata in qualche modo ad esperienze personali del cantautore ed un esempio può essere Nuda Nudissima, un racconto del suo percorso fatto in giro per l’Italia mentre era in tour, definendolo: “un reportage della mia fine del tour”. Un pezzo che in realtà stona un po’ con i temi raccontati dal disco.

Rai, penultima traccia dell’album, è stata scritta dopo la partecipazione di Calcutta in playback a Quelli che il calcio e l’artista la definisce “la sigla di un programma brutto”, come una presa in giro, non si sa se della televisione italiana in generale o solamente di qualche programma in particolare. Calcutta descrive la notte di Corso Sempione a Milano dove appunto ha la sede la Rai ma non solo: “Chissà se mi riconoscerà sul divano il mio gatto”. Come se nel mondo fossero rimasti solamente gli animali a guardare noi umani divertirci davanti alle telecamere. Se mai verrà realizzato il clip video di Rai, ho paura di quello che potrebbe venire fuori dalla testa di Francesco Lettieri.

Milano, Pesaro, Peschiera del Garda, Bologna, Frosinone, tutto pareva frutto di un viaggio, probabilmente una delle cose che più ho apprezzato in “Mainstream” e che mi aspettavo di ritrovare in “Evergreen“: la dimensione spaziale e reale dei luoghi che Calcutta ci descrive nei suoi testi. Orgasmo si è rivelata parte di questo racconto, e lo fa tramite la città di Roma, più precisamente nel quartiere Pigneto, e sicuramente riesce nell’intento di raggiungere tutti, perché il video di Orgasmo, sempre diretto da Francesco Lettieri, ha superato i due milioni e mezzo di visualizzazioni in sole due settimane. Si racconta di una storia d’amore definita dal regista “normale”: una situazione più intima, basata su una sua storia d’amore passata, ma mai noiosa.

I luoghi di Orgasmo sono tanti: il video inizia in Piazza Vittorio Emanuele (che è stata anche set di alcune scene del film Ladri di biciclette), per poi spostarsi in via Pigneto e arrivare a Largo Venue, proseguire al circolo Arci del quartiere e terminare in Piazza di Porta Maggiore.

Detto questo non posso fare altro che invitarvi alle sue uniche due date italiane: 21 luglio allo stadio di Latina ed il 6 agosto all’Arena di Verona.

Qui potete trovare i biglietti.

 

Giada Agnoli

Ai concerti mi emoziono così tanto da dimenticarmi di respirare

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1 Comment
  • Maria

      REPLY

    Una bellissima recensione, grazie! Parte dai pezzi nuovi e li collega a quelli degli album precedenti. Analizza i testi, la musica e le interviste dando una visione completa di quello che l'artista crea.

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