Deaf Radio | Alarm

by Jacopo Giovanni Peroni
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Voto:

B-
Graffiante

All’ombra del Partenone e dentro le casse confortate di ouzo, è forse il suono del Rock’n’Roll men duro? Questo l’interrogativo che sciolsero, lo scorso 9 gennaio, quattro ragazzi di Atene, sotto il nome di Deaf Radio, con il loro album d’esordio Alarm, un’opera che pare vivere seguendo il mantra del precursore dell’architettura moderna, Adolf Loos, ossia “Ornamento è delitto”; perché, credetemi, questi nove pezzi di cui sto per parlarvi non osano ridursi a convenevoli o smancerie, ma si affidano esclusivamente alla classica formazione di chitarre, basso, batteria e voce in un semplice mix funzionante a dovere per un gruppo alle primissime armi: l’equivalente post punk-desert-psychedelic rock (e tutte le altre solite petulanti nomenclature di genere da tuttologi) di un branco di grizzly dal nervo facile che entrano in una cristalleria con licenza di frantumare, lasciando allo stesso tempo il biglietto da visita nella certa speranza di tornare a rockeggiare (e vi assicuro che se siete inclini a questa musica, vi salverete in rubrica i loro recapiti). Il risultato è quindi un album che rimane fedele ai canoni del genere, forse troppo, non apportando alcune novità sulla scena, ma che comunque sa farsi rispettare in un contesto abbastanza scarno pullulato quasi in via esclusiva dai noti mostri sacri.

Ma quale allora il merito di questi quattro ragazzi? Forse l’esser riusciti a sintetizzare come in laboratorio lo stile e le sonorità delle stesse pietre miliari, scindendo comunque i limiti da mera, triste e bigia cover band: tramite quel simpatico frullatore che è la creatività umana, hanno unito sotto la loro identità il meglio dei vecchi Kyuss ed i concept dei Queens Of The Stone Age (senza alcun dubbio l’influenza maggiore dei Deaf Radio) principalmente sentiti in album quali Song For The Deaf (Interscope Records, 2002) e Lullabies To Paralyze (Interscope Records, 2005), strizzando anche un po’ l’occhio anche a certi brani di Suck It And See (Domino, 2011) degli Arctic Monkeys.

Il risultato, come prima accennato, è un album perfettamente grezzo (nel miglior senso possibile, non fraintendete) al pari di una classica muscle car americana, in cui le assolute padrone sono le due spavalde chitarre elettriche da un lato seguite da basso e batteria, dall’altro accompagnate dalla voce a cui viene lasciato un aspetto più armonico di anello di congiunzione all’interno di questo cocktail rock : purtroppo infatti i testi delle canzoni non brillano della stessa qualità dei riff e degli assoli di sottofondo e non è assolutamente loro intenzione avere valenza narrativa, nella maggior parte dei casi molto viene lasciato all’interpretazione dell’ascoltatore, un sentore di “ermetismo” che può piacere o non piacere, ma che comunque non infanga il livello complessivo dell’album.

Tuttavia unica vera nota negativa è un certo senso di “nausea e pesantezza” (se così si può definire), stile “more of the same”, che si presenta nelle ultime battute per chi ascolta l’album tutto d’un fiato: le tracce, se pur ottime per una band di nuova generazione che sa dare il giusto peso al passato, alla lunga suonano innegabilmente troppo simili tra di loro se ascoltate l’una dopo l’altra: un effetto alone che rischia di avvolgere l’ascolto; il mio consiglio da persona qualunque è quello di intervallare l’album e di ascoltarlo a tranche, capisco che possa apparire strano come suggerimento per un cd, ma hey, ne va delle tracce finali, che meritano comunque e non dovrebbero esser scartate malgrado siano conclusive.

Alarm infatti parte a tavoletta con due pezzi veramente tosti, Aggravation e Backseats, fratelli per struttura simile, ma ben distinguibili per i rispettivi riff accattivanti e assoli da capogiro, in pratica il cavallo di battaglia e il portabandiera dei Deaf Radio, un dinamico duo che vi entrerà di prepotenza in testa senza bussare. Per chi fosse ancora incerto sul potenziale di questo gruppo ci pensa il terzo brano, Vultures and Killers, figlio (il)legittimo di Song For The Deaf e Lullabies To Paralyze, con suoni da desert rock infestato da spiriti oscuri degni di case scricchiolanti sotto lune piene giallo-lampeggiante.

Tutto questo flow viene improvvisamente spezzato da Anytime, una ballata più lenta e ritmata al buio che si discosta dalle grandi linee dell’album, creandosi uno spazio personale con la propria unicità, ma che segna anche un punto di svolta tra le prime tre tracce e le restanti cinque ed inoltre influenza la successiva Flowerhead, un introspettivo pit stop in una di quelle polverose stazioni di benzina abbandonate da anni.

Avete ancora presente ciò che dicevo riguardo i testi delle canzoni, ossia che fossero a tratti criptici? Ecco, Revolving Doors decide di porsi dalla parte opposta di tale spettro come un’unica eccezione, con un testo deliberatamente più narrativo di critica sociale sul tema della perdita d’identità e dell’ingordigia in dinamiche aziendali-competitive, peccato che ricada in cliché e stereotipi molte volte già visti, senza alcuna novità meramente concettuale; tuttavia senza approfondire troppo, la canzone suonerà comunque bene in cuffie con quel ritornello abbastanza coinvolgente.

A salvare la situazione, arriva Trapped, un pezzo che presenta molte influenze: dal punk, al surf rock tra anni ’60 e ’70, con anche qualche istintiva allucinazione e manifestazione dei Joy Division, per poi ricalcare in parte nel ritornello Little Sister dei Queens of The Stone Age, insomma una canzone che, forte delle sue ispirazioni, non guarda in faccia nessuno, nemmeno la successiva Oceanic Feeling, una sorta di rilassato preludio alla tempesta finale di questo trip nel Mojave greco: …And We Just Pressed The Alarm Button si presenta come i migliori titoli di coda possibili per un album del genere, la sincrasi definitiva di tutto ciò che è stato proposto nel corso degli otto precedenti pezzi, il “best of” senza la deprimente e malinconica volontà di essere tale.

Diamine, Alarm è una buona dose di adrenalina, l’album sorpresa del 2017 per me, un vero peccato che sia azzoppato a tratti da una certa ripetitività di suoni, che può inceppare l’ascolto complessivo, tuttavia i pezzi qui presenti non hanno bisogno di nessuno: sanno reggersi in piedi da soli ed affrontare il panorama concorrente senza troppi problemi.

Un album che lascia il segno, pur restando all’interno di una certa comfort zone già esplorata da altre band ben più famose, ed un gruppo, i Deaf Radio, da tenere in grossissima considerazione.

Chi avrebbe mai azzardato a dire che lo stoner-desert rock (o qualsiasi altro modo si definisca) sarebbe rinato dietro a casa nostra, in Grecia?

Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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