Editors | In Dream

by Gianluca

Prima d’incominciare a parlare del nuovo album degli Editors vorrei chiedervi, per immergervi nell’atmosfera al 100%, di accendere lo stereo, Spotify o iTunes e iniziare ad ascoltare il loro nuovo capolavoro. Non un semplice album qualsiasi, bensì l’incoronazione ufficiale di quella che è la carriera di uno dei gruppi più sottovalutati nel panorama musicale internazionale. Ci si aspettava un cambiamento dall’ultimo lavoro del gruppo di Stafford – The Weight of Your Love –  qualcosa non più carico di quell’energia e mistero udibili nelle canzoni come Sugar o The Weight, ma bensì un po’ ritorno alle origini, quelle origini che hanno reso gli Editors un gruppo importante, ma allo stesso tempo sottovalutato.

Sono orgoglioso, entusiasta e dannatamente adrenalinico di dirvi che l’ultimo lavoro di questo gruppo è la loro punta di diamante: In Dream vi porta letteralmente in un sogno da cui mai vorreste risvegliarvi.

ed
Parto col dire che già dal primo singolo, No Harm, ci si aspettava molto: sonorità nuovamente elettroniche, come nel loro terzo lavoro In This Light and On This Evening, atmosfera malinconica e misteriosa allo stesso tempo, tipico del loro primo lavoro The Back Room. Uno studio preciso, direi quasi matematico, nel rendere la canzone perfetta nella sua totalità e mai noiosa, in modo da renderla talmente interessante da non voler smettere mai di ascoltarla.

Il “virtuosismo”, per chi ne è sempre alla ricerca, si sente subito all’inizio di Salvation, una canzone che si apre con dei violini per poi crescere fino al ritornello in cui il frontman Tom Smith urla per la salvezza, una salvezza che include sofferenza per raggiungerla (che sicuramente non è la sofferenza per la creazione di un album del genere). Le doti vocali del cantante splendono in quello che il terzo singolo Life Is A Fear: con una base elettronica anni ottanta, il falsetto risuona proprio nel momento in cui si parla della vita come paura.

Altra prova della volontà di produrre un qualcosa di unico è la collaborazione con Rachel Goswell, cantante del gruppo Slowdive: The Law non può essere considerato uno dei singoli di lancio dell’album ma sembrerebbe più un assaggio, in anteprima, di una collaborazione nata per realizzare una traccia coi controcazzi. L’atmosfera si divide tra quella misteriosa e quasi suggestiva di Tom e quella dolce, ma non scontata, di Rachel. Direi un duetto perfetto che s’incastra perfettamente con le due voci.

Ma, secondo la mia sempre modesta opinione, la canzone più bella è Our Love che rende ogni parola per descriverla inutile: quello che si vorrebbe fare è ascoltarla in loop solo per capirne ogni sfaccettatura. Mi viene davvero difficile riuscire a descrivere quell’atmosfera creata da tutti quegli strumenti che si mischiano al falsetto di Smith. Il tutto incorniciato da quella frase che si ripete verso la fine della canzone: “don’t stop believing”.

Sicuramente il bello di un album come In Dream è la lunghezza della tracklist: nove canzoni che si possono gustare ripetutamente, senza la preoccupazione dell’eventuale noia e del “oh mio dio me ne mancano altre venti”. Nove canzoni come queste non si scordano facilmente, soprattutto se finiscono con una pseudo ninna nanna come in All The Kings… l’atmosfera qua da sogno si percepisce eccome.

Per completare il ciclo di questo LP è il loro secondo singolo Marching Orders: una canzone da otto minuti che vuol dire a chi l’ascolta che rimarrà a bocca aperta, una canzone che si apre molto lentamente, deliziata da quel timbro unico di Tom Smith che poi esplode in una varietà di suoni sempre crescenti. Una vera e propria marcia continua che ti riporta alla prima canzone e riparte da lì in un fantastico circolo virtuoso e vizioso.

 

Una sequenza di suoni elettronici, classici, anni ’80, di tutto e di più, che lasciano con quella perenne sensazione di cupezza tipica di questa band ma che, analizzata nel profondo, nasconde una genialità ben studiata.

Ora, svegliatevi

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: