Editors | Violence

by Chiara Bustreo

Voto:

C
riadattamento

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Non so quanti di voi conoscono la storia di Lucifero, l’angelo caduto dal cielo e divenuto il principe del male sprofondando negli inferi. Beh, io vedo la sua storia raccontata in “Violence”, sesto disco degli Editors: il freddo, la caduta, il nulla, il buio, gli sprazzi di luce, l’ ”Hallelujah e la dualità dell’animo.

Il nome Lucifero significa “portatore di luce” eppure dopo essersi ribellato a Dio per la sua superbia, il suo credersi migliore di Dio stesso, fu cacciato dal Paradiso e recluso al centro della terra, all’Inferno. E di questa dualità santo-peccatore, di questa storia di vendette e cadute raccontano Tom e compagni in questo disco grazie alla loro musica perennemente cupa, dark e con quell’idea di religiosità e di apertura data ai suoni dei brani che donano un non so che di etereo. Non per dire, ma il secondo singolo estrapolato si intitola appunto “Hallelujah (So Slow)” ed è anche il brano che più merita di essere ascoltato di queste nove tracce.

Dopo l’ultimo album “In Dream” uscito nel 2015 non si erano più ricevute notizie degli Editors, dato l’annullamento di parte del tour americano dello stesso album per via di condizioni di salute non ottimali del cantante. Così la band si è messa a scrivere per necessità di raccontarsi, di esprimere le proprie opinioni partorendo dopo tre anni “Violence” che, purtroppo, non è l’album migliore degli Editors ma ha dei buoni spunti: si vede una crescita con i suoni electro, percorso già iniziato con il precedente album dalle sonorità più nostalgiche, però questa volta in collaborazione con l’artista britannico dedito all’elettronica Blanck Mass (all’anagrafe Benjamin John Power, già fondatore dei Fuck Buttons) che dà a questo nuovo lavoro della freschezza assente in quello precedente. 

Tom Smith racconta Abbiamo avuto un grande aiuto da un ragazzo chiamato Blanck Mass che produce musica elettronica molto brutale. Quindi – la musica del nuovo disco – quando è elettronica, è molto elettronica. Ma poi quando ci sono le chitarre viene guidata dalla band. Penso che siamo riusciti a trovare l’equilibrio tra queste due cose meglio di quanto fatto in precedenza. Nel corso degli anni siamo passati da registrazioni sonore più band-oriented e altre più elettroniche. Penso che qui ci sia un equilibrio tra melodia e brutalità mai ottenuta prima.

All’inizio di questo featuring, presente per 45 minuti scarsi dell’album, la band aveva fatto ascoltare il lavoro fatto all’artista elettronico che ha riadattato ogni brano nel suo stile. A quel punto avevano due potenziali album tra cui scegliere ma grazie al loro produttore Leo Abrahams (già presente con Florence & The Machine, Wild Beasts, ecc… ndr) sono riusciti a trovare una strada comune, mixando ma mantenendo pur sempre il loro stile. Intanto i brani prodotti in collaborazione con Blanck Mass “sono molto ritmati, con beat potenti” e il mix di questi diversi stili richiama anche il senso che è alla base dei nuovi 9 brani di quest’album. “Parlano della connessione tra le persone, soprattutto di amore. E’ importante, in questo periodo storico, spegnere i cellulari, disconnetterci e parlare con le persone che ci stanno accanto.” racconta ancora il cantante. Altra connessione, fusione, mixaggio di corpi lo vediamo nella copertina del disco: un intrecciarsi di persone, un’immagine forte quasi violenta, gotica e cupa creata dal loro regista Rahi Rezvani, autore anche dei due video usciti in anteprima.

Magazine” è il primo singolo, accompagnato da un video nel quale un dinoccolato Tom Smith tra i colori del rosso, nero e bianco dà esattamente l’interpretazione delle sue parole: uomini e donne in carriera che si sfidano, impazziscono e perdono il contatto con il mondo esterno, un ottimo contrasto tra l’apparente contegno all’esterno e follia umana che ci divora internamente. La frase che più si trova nelle loro interviste riguardo all’ album definisce questo primo singolo come “un dito puntato contro coloro che sono al potere… politici e imprenditori corrotti.” e hanno cercato di trasportare tutti questi significati profondi nei due video pubblicati puntando su immagini instabili, ansiose, bianche, nere e di un senso di inquietudine tipico della band.

Nonostante i singoli siano stati di buon auspicio (anche se “Magazine” è più pop dei loro standard, è fatta per far ballare e, infine, dare il contentino a fine ritornello per del sano pogo ai fan accaniti sotto il palco) l’album si presenta più spento rispetto ad altri lavori della band.

All’inizio del disco si sente il rumore della neve dato dal synth di “Cold” che poi vira verso gli anni ’80, con l’aggiungersi di voci elettroniche in sottofondo che avvolgono l’ascoltatore. Una ballad strappalacrime che lascia il posto al brano più bello dell’album, nonché il secondo estratto, il già citato “Hallelujah (So Slow)” scritto dopo un viaggio nel campo profugo di Qxfam (nel nord della Grecia) che ha dato vita a chitarre violente e drum machine penetranti. “Violence” è il terzo brano e dà anche il titolo al disco: elettronico, cupo, etereo, pulito che si salva con un ottimo pezzo strumentale negli ultimi due minuti di questa traccia da 6:07 di durata.

E’ un album diviso in più tematiche/generi: nei primi sei pezzi sentiamo più del pop e melodici, ma pur sempre carichi del dramma della band, che sono “momenti di respiro” a dire del cantante. Tra questi vediamo “Darkness At The Door”, “Magazine” (in realtà già scritta nel 2011 ma lasciata in cantiere dopo che l’ex chitarrista Chris Urbanowicz lasciò la band, ndr), “Nothingness” che ha un ottima crescita di tensione nel pre-ritornello e nell’elettronica iniziale che varrebbe da sola la bellezza del brano, e “Belong”. Questa canzone forma il triangolo strappalacrime con “No Sound But The Wind” (scritta anche questa anni fa come colonna sonora per un film, ndr) e “Counting Spooks”. Quest’ultimo brano si avvicina molto a quello che apre il disco (“Cold”) ma è più interessante a livello strutturale, con synth e chitarre cupe ma allo stesso tempo che calcano la mano sull’idea della dualità. Nonostante tutti i brani non mi convincano al 100% hanno dei bridge (il “ponte” tra il penultimo e l’ultimo ritornello) molto interessanti, strumentali al punto giusto e che rendono giustizia all’elettronica del nuovo compagno di merende degli Editors.

Con questo nuovo album la band si dice più vicina alle sonorità dei Massive Attack che a quelle degli Arctic Monkeys a cui facevano più riferimento negli album precedenti, si sentono cresciuti sia a livello di suono che di stile e non vedono l’ora di far sentire dal vivo la loro nuova musica, il loro nuovo modo di pensare.

Troveremo la band, che vi consigliamo live data l’esuberante presenza scenica del frontman, il 22 aprile al Mediolanum Forum di Assago per l’unica tappa italiana del loro tour. Affrettatevi!

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Chiara Bustreo

Mi piace il profumo della polvere del caffè e mi fanno paura i temporali e le galline. Un giorno mi piacerebbe diventare una sirena.

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