I Fontaines D.C., di spalle, si riconoscono ancora. Basta una ripetizione ostinata, una certa malinconia che resiste anche sotto i sintetizzatori e quel modo di lasciare una melodia sospesa più a lungo del necessario. Eppure, ascoltando Dopamine Chamber, il loro quinto album, viene da chiedersi che fine abbia fatto il volto che conoscevamo. Nel 1937 René Magritte aveva immaginato qualcosa di simile in La reproduction interdite: Edward James è ritratto di spalle davanti a uno specchio che, anziché mostrarne il volto, ne restituisce ancora la nuca. Sul ripiano, un romanzo di Edgar Allan Poe si riflette invece correttamente, come se nulla fosse. Tutto sembra al proprio posto, tranne ciò che vorremmo riconoscere. Il dubbio, allora, è se questo spaesamento dipenda davvero dalla trasformazione dei cinque irlandesi o dalla nostra ostinazione a cercare qualcuno che, nel frattempo, ha semplicemente continuato a vivere.
Dare un seguito a Romance, d'altra parte, era un'impresa delicata. Nel 2024 Starburster aveva trasformato un attacco di panico in un singolo irresistibile, mentre Favourite sembrava già conoscere le dimensioni dei palchi che avrebbe conquistato. L'attesa per il nuovo album aveva raggiunto proporzioni inedite, alimentando il sospetto che il successo avrebbe finito per addomesticare una delle realtà più sorprendenti degli ultimi anni. La presenza di Rosalía tra gli ospiti sembrava offrire un'ulteriore conferma a chi temeva una svolta più accomodante. Una mezza ammissione di colpa, a questo punto, è inevitabile: Dopamine Chamber prende una direzione ben più tortuosa di quanto si potesse immaginare. Il successo popolare, del resto, può convivere benissimo con la ricerca musicale, e i Fontaines D.C. sembrano volerlo dimostrare proprio adesso, invitando il pubblico appena conquistato in una stanza dove è facile perdere l'orientamento. Avrebbero potuto semplificarsi la vita, e invece hanno preferito complicarla.
La domanda, semmai, è dove siano finite le chitarre. Ci sono ancora, spesso inghiottite dai sintetizzatori, e il loro arretramento apre possibilità che James Ford, nuovamente alla produzione, sembra voler esplorare fino in fondo. Six Shot Morning comincia con un basso minaccioso e una pulsazione meccanica, mentre la voce di Grian Chatten sembra arrivare da un apparecchio guasto. Anche gli archi, disseminati nel disco, evocano a tratti il pop italiano degli anni Sessanta, trascinato però in un futuro decisamente meno rassicurante. I Cure e i Depeche Mode affiorano quasi subito, ma sotto la superficie si riconoscono anche le pulsazioni ipnotiche dei Section 25 e quella particolare inquietudine che attraversava i dischi dei The The. Qualcosa dell'elettronica nervosa dei primi Simple Minds riaffiora nelle trame dei sintetizzatori. I Fontaines D.C. sembrano muoversi liberamente tra questi riferimenti, recuperandone frammenti che finiscono per assumere una fisionomia diversa. Mimesis, già dal titolo, suggerisce qualcosa di questo procedimento: le melodie hanno un'aria familiare, ma si sviluppano in un ambiente sonoro che ne altera progressivamente i contorni. Si riconosce la memoria di molta musica del passato, eppure, ascolto dopo ascolto, prende forma soprattutto il nuovo linguaggio della band.
In Demolition riaffiora invece la nervosità del post-punk irlandese più recente. Fa uno strano effetto ritrovarla proprio nei Fontaines D.C., che di quella scena sono stati tra i principali artefici: è come se, dopo aver aperto una strada, tornassero a percorrerla scoprendo quanto sia cambiato il paesaggio. Nel frattempo, anche Dublino si è fatta più lontana. Nei primi album emergeva dalle strade raccontate da Chatten e dal suo modo di pronunciare le parole; Romance aveva già cominciato a spostare il racconto altrove, fino a lasciare spazio, in Dopamine Chamber, a una domanda che il bassista Conor Deegan ha posto al centro del disco: dove si fugge? La fantasia offre un riparo, così come una relazione può far dimenticare per qualche tempo ciò che accade fuori. Poi c'è lo schermo, con la promessa di un'evasione sempre a portata di mano. Sono rifugi provvisori, dai quali si finisce per tornare puntualmente al punto di partenza. Anche la musica sembra seguire questo movimento, girando su sé stessa e trattenendo l'ascoltatore in uno spazio dal quale ogni possibile via d'uscita conduce alla stanza successiva.
Le ripetizioni accompagnano i Fontaines D.C. fin dagli esordi, ma stavolta sembrano governare il movimento stesso delle canzoni. Le parole ritornano fino a consumarsi, mentre le figure ritmiche continuano a girare anche quando la melodia sembra pronta a prendere un'altra direzione. A poco a poco ci si abitua a questa circolarità, accettando il patto tacito che la band propone: seguirla anche quando la ricompensa tarda ad arrivare. È il paradosso più affascinante di un disco che porta la dopamina nel titolo e poi si diverte a frustrarne i meccanismi. Nei momenti migliori l'attesa diventa una tensione irresistibile; altrove, a forza di insistere, qualche intuizione finisce per mostrare i propri limiti. I Fontaines D.C. sembrano ormai abbastanza sicuri di sé da concedersi il lusso di farci aspettare, scommettendo sulla nostra curiosità di scoprire dove intendano portarci.
Con Marianne la scommessa riesce magnificamente. Per presentare un album così atteso hanno scelto una canzone che si rivela per gradi, lontana dall'immediatezza di Starburster, ma capace di conquistare ascolto dopo ascolto fino ad assolvere pienamente al compito di un grande singolo. Nel ritornello, soprattutto nel modo in cui Chatten distende la voce e lascia respirare le parole, affiora una sorprendente parentela con Everything's Electric di Liam Gallagher. Qui, però, la melodia si allarga tra archi e sintetizzatori, assumendo progressivamente il respiro di una sequenza cinematografica. È come entrare in una sala quando il film è già cominciato: le immagini hanno avuto il tempo di costruire il proprio fascino e noi ci ritroviamo coinvolti in una storia della quale dobbiamo ancora comprendere le premesse.
You can follow my lead
I can help you disappear
L'invito di Chatten porta con sé qualcosa di seducente e sinistro, come se la promessa di una fuga nascondesse il rischio di scomparire davvero. Si avverte la suggestione di Ripley, la serie che ha ispirato in parte la canzone, dove la bellezza delle immagini finisce spesso per rendere ancora più inquietante ciò che accade. In Marianne la produzione asseconda questa ambiguità e lascia che sia la melodia a conquistare l'ascoltatore, accompagnandolo con sorprendente naturalezza dentro il nuovo immaginario della band.
Altrove, il rapporto tra la voce e gli arrangiamenti trova un equilibrio più precario. Chatten alterna aperture intense a un sussurrato così elaborato da sembrare talvolta una posa, mentre la cadenza irlandese che un tempo rendeva immediatamente riconoscibile ogni sua parola si è progressivamente attenuata. Il fraseggio guarda ormai sempre più al britpop e, per quanto il cambiamento sia parte integrante del percorso dei Fontaines D.C., viene da rimpiangere qualcosa della presenza fisica che attraversava le interpretazioni di Dogrel. Gli effetti, a tratti, sembrano prendere il sopravvento proprio su quella voce che in passato riusciva a reggere una canzone quasi da sola. Sarà interessante capire quanto di questa nuova sensibilità sopravvivrà sul palco, quando i brani di Dopamine Chamber dovranno trovare il proprio posto accanto a Boys in the Better Land, I Love You e In The Modern World, confrontandosi con una dimensione più immediata e inevitabilmente diversa da quella dello studio.
Anche nei testi si avverte un passo indietro. I Fontaines D.C. hanno raccontato il disco attraverso le inquietudini di un presente segnato dall'intelligenza artificiale, dal collasso ambientale e dalla violenza politica, ma nelle canzoni queste preoccupazioni affiorano soprattutto per frammenti, come il riferimento alla Silicon Valley in Six Shot Morning. Chatten, che un tempo sapeva rendere concreta un'intera condizione sociale attraverso una scena quotidiana, qui sembra preferire immagini più sfuggenti, sospese in una catastrofe della quale percepiamo l'atmosfera prima ancora delle conseguenze. È naturale che il suo sguardo si sia allargato oltre Dublino, ma stavolta la ricerca timbrica sembra aver preso il sopravvento sulla scrittura, lasciando qualche verso privo di quella precisione che lo rendeva memorabile. Poi arriva One Man, e bastano poche parole per ritrovare il Chatten migliore:
Just tryna kill the pain
You can’t escape the feeling
Once you’ve given it a name
esprime con precisione il paradosso di chi cerca di anestetizzare un dolore e scopre che, dopo avergli dato un nome, diventa ancora più difficile sfuggirgli.
Quella stessa capacità di raccontare una sofferenza attraverso dettagli concreti riemerge in Japan, probabilmente il vertice del disco insieme a Marianne. Chatten segue una relazione nella quale una donna paga le spese del compagno, mentre lui finge che la propria automobile sia guasta e la ringrazia senza nemmeno concederle un sorriso. Bastano questi piccoli gesti a rivelare uno squilibrio affettivo che le armonie in minore rendono ancora più doloroso. La melodia sembra assecondare ogni esitazione del racconto, lasciando affiorare una malinconia che cresce quasi senza farsi notare. È una di quelle canzoni in cui i Fontaines D.C. ritrovano una misura sorprendente, affidandosi alla forza di ciò che hanno scritto. Anche Happy for You, già anticipata dal vivo, racconta una relazione avvelenata e possiede un'ironia particolarmente amara, ma stavolta la musica sembra complicare ciò che le parole avevano saputo esprimere con tanta efficacia.
I’m just happy for you
I swear
ripete il protagonista, che si presenta con dei fiori dopo un litigio e poi riga l'automobile della persona che sostiene di voler lasciare andare. C'è qualcosa di irresistibilmente crudele in questa contraddizione, raccontata con un'ironia che l'arrangiamento finisce però per soffocare. Il mix è fin troppo aggressivo e il giro di accordi procede sghembo, accumulando una tensione che fatica a trovare uno sbocco convincente. Quando il brano si interrompe bruscamente, rimane la sensazione di una buona intuizione musicale sviluppata con poca misura.
Anche Tongue sembra affidarsi alla ripetizione oltre quanto la sua scrittura riesca a sostenere. Eppure Dopamine Chamber è uno di quei dischi che cambiano a ogni ascolto, e sarebbe prematuro considerare definitivo il giudizio su una canzone che oggi lascia piuttosto indifferenti. Magari fra qualche mese finiremo per cantarla in transenna, convinti di averla sempre amata. Il tempo, però, può rivelare tanto le qualità nascoste quanto i limiti di una composizione, e i Fontaines D.C. sembrano chiedercene parecchio. Anche l'attacco di You Miss Me, con quel fugace richiamo agli ABBA di Gimme! Gimme! Gimme!, racconta la libertà con cui ormai attingono a immaginari musicali lontanissimi dai propri esordi. Le idee abbondano, anche se alcune sembrano esaurire il proprio fascino prima di diventare canzoni da portarsi dietro.
Questa libertà trova una delle espressioni più evidenti nell'incontro con Rosalía, ospite di Where Is Gone?, una ballata orchestrale che procede con un'eleganza quasi fuori dal tempo. La sua voce aggiunge una sfumatura interessante, ma viene da chiedersi quanto sia davvero indispensabile all'economia del brano. La scrittura sembra appartenere soprattutto a Chatten, tanto che la canzone avrebbe trovato facilmente posto in Chaos for the Fly, il suo esordio solista, ancora troppo sottovalutato. E viene spontaneo immaginare come sarebbe suonata affidando la parte di Rosalía a Radie Peat dei Lankum, la cui voce avrebbe potuto trascinare questa eleganza orchestrale verso le profondità della tradizione irlandese. Sarebbe stato un modo per ritrovare qualcosa di quella terra che, album dopo album, sembra allontanarsi sempre di più. La scelta di Rosalía racconta invece la dimensione raggiunta dai Fontaines D.C., ormai capaci di intrecciare il proprio percorso con quello di un'artista dall'immaginario così riconoscibile. Il loro orizzonte si è allargato enormemente, mentre il legame con le origini sembra farsi sempre più sottile.

Eppure Dopamine Chamber possiede una coesione sorprendente. James Ford riesce a dare continuità a materiali molto diversi e i Fontaines D.C. ci accompagnano in questo nuovo paesaggio con una naturalezza che rende quasi secondaria la distanza dai dischi precedenti. È un mondo nel quale si entra volentieri e che conserva il proprio fascino anche quando qualche canzone perde forza. Resta però una considerazione difficile da ignorare: di questi undici brani, probabilmente, fra qualche mese finiremo per riascoltarne meno rispetto a quelli degli altri album. L'immaginario è riuscito, mentre la scrittura procede con una continuità meno impressionante di quella alla quale ci avevano abituato. Anche Intimate, con l'immagine
Before you: the ruins of the human dream
sembra voler raccogliere tutte le inquietudini del disco in un ultimo movimento apocalittico, ma continua ad accumulare tensione proprio quando servirebbe qualcosa capace di imprimersi definitivamente nella memoria. Si arriva alla fine con la sensazione di avere attraversato un luogo affascinante, del quale però alcune stanze resteranno più impresse di altre. Forse è inevitabile, considerando che questo album somiglia più all'inizio di una nuova storia che alla conclusione di quella precedente.
Alla fine, il successo ha reso i Fontaines D.C. abbastanza liberi da complicarsi la vita proprio quando avrebbero potuto scegliere la strada più comoda. Dopamine Chamber è un disco a tratti bellissimo, capace di crescere con gli ascolti e di lasciare qualche rimpianto per le canzoni che avrebbero potuto esserci. La paura che si fossero venduti ha lasciato spazio a una perplessità più interessante, quella di una band che sembra aver trovato un nuovo linguaggio prima ancora di averne esplorato tutte le possibilità. Sono diventati grandi, e abbiamo imparato a riconoscerli anche di spalle. La prossima volta sapremo già chi abbiamo davanti: toccherà a loro trovare qualcosa che valga ancora la pena mostrarci.
In bocca al lupo.

