Franz Ferdinand | Always Ascending

by Claudia Crivellenti

Voto:

D
Crisi di mezza età

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Ricordo ancora chiaramente la prima volta in cui mi capitò di ascoltare una canzone dei Franz Ferdinand: sotto consiglio di un amico, feci partire Michael, brano estratto dal loro primo album, rimanendo imbambolata davanti al video che mostrava questi quattro ragazzi vestiti completamente di nero suonare in uno scantinato inquietante, illuminato da sole luci al neon. Il ritmo incalzante del basso, sostenuto dalla batteria, la voce di quell’algido cantante che raccontava di questo fantomatico ragazzo che danzava al centro di un qualche dance floor erano riusciti a catapultarmi direttamente all’interno della scena, trasmettendomi tutta l’eccitazione e la voglia di ballare descritta dalle lyrics.

A tre album di distanza dal loro self-titled, la band scozzese pubblica un nuovo singolo, Always Ascending, ed assieme a questo, la promessa di un nuovo album in uscita oggi, 9 febbraio 2018.


Always Ascending
è la title track e la prima canzone dell’album stesso. La scelta di posizionarla proprio in testa risulta vincente: una volta premuto play, il disco si apre con questa sequenza di accordi che sembrano non voler mai risolvere, creando un climax ascendente forte ma non nervoso, accompagnato dal sottile sibilo di un synth in sottofondo e da un coro quasi “angelico”, di cui Alex è la prima voce, dando una sensazione simile a quella che si potrebbe provare nell’ascendere al cielo. Le voci si tacciono, gli accordi risolvono, il synth si fa più forte, la chitarra inizia a pulsare sino allo scoppio del climax, annunciato dall’entrata della batteria e dal ritorno della voce singola di Kapranos, che attacca purtroppo in un modo meno graffiante di quello che ci si poteva aspettare dopo un momento di iato del genere.

In tutto il brano, ma specialmente nei due versi, possiamo sentire la presenza di suoni tipicamente “Franz Ferdiniani” (sebbene l’intro continui a ricordarmi Space Dementia dei Muse), accompagnati però dalla volontà di aggiungere una nota più dance, che ci possa trascinare proprio come ai tempi di Michael sul dance floor, caricati da questo immenso climax che si trascina durante tutto il brano. Da subito capiamo dunque che il desiderio del gruppo è innovarsi, mantenendo però viva la propria identità sonora e la propria mission di farci ballare: quale scelta più azzeccata dunque, se non quella di adottare delle sonorità riesumate dalla musica dance degli anni ’80?
Purtroppo, il mio entusiasmo è stato smorzato già alla terza traccia.

Dopo il ritmato inno alla pigrizia Lazy Boy che inaugura l’effettivo inizio delle danze (e che ricorda tantissimo Gimme, Gimme, Gimme degli ABBA), è la volta di Paper Cages, caratterizzata sempre dal ritmo ben scandito del basso, alleggerito questa volta da degli accordi al pianoforte eseguiti con la tecnica dello staccato. I grossi problemi del pezzo sono innanzitutto la poca ballabilità -uno dei criteri considerati come lume guida dell’album-, e la mancanza di coerenza stilistica con i brani precedenti: ci sono pochi elementi alla Franz Ferdinand, c’è poca dance. È un ibrido un po’ moscio tra le due cose, che va a creare un cratere nella continuità tra le prime tracce del disco e la quarta, fungendo quasi da spartiacque, che ahimè non aveva ragione di esistere.

Il punto interessante di Paper Cages è però il tema: come rilasciato dalla band in un’intervista a Rockol, la canzone “è invece ispirata al “Cage piece”, performance artistica di Tehching Hsieh che fra il 1978 e il 1979 si fece chiudere per un anno in una gabbia privandosi della possibilità di parlare con altri esseri umani, leggere libri, ascoltare la radio o guardare la TV”. Come spiega Bob Hardy nella stessa intervista, i sigilli di carta che vennero apposti sulla gabbia per assicurare che questa non venisse aperta, gli ricordano quelle specie “gabbie di carta” in cui noi stessi ci rinchiudiamo e dalle quali potremmo facilmente evadere, ma in cui scegliamo di rimanere.
Gli riportano alla mente quindi tutti quegli impedimenti sociali che ci circondano e che per noi sembrano insormontabili: “Always Ascending” parla anche di questo, raccontando la risposta del gruppo a quei costrutti sociali in cui noi siamo immersi, dipingendo la visione dei Franz Ferdinand del conflitto “Io VS Società”:

Well we’ll never be free
If our incarceration
Is a story we tell
A tale of invention
Is it a personal choice
Personal conviction
Or are you living like me
In paper cages?

Paper Cages, dunque, è il primo caso in cui si nota la mancanza di omogeneità e coerenza nell’album, in quanto crea uno spacco troppo netto tra lo stile più dance delle prime canzoni e quello che vorrebbe essere il nuovo sound della band che si può sentire nelle tracce successive.

Tocca quindi a FinallyIl brano comincia con i suoni del basso, un’accennata batteria (che al suono mi pare elettronica) e un malizioso organetto, presto raggiunti dal cantato leggero di Alex, che crea una sorta di effetto “nuvola di vapore”. Ascoltando più attentamente, l’organetto è quasi familiare, in quanto molto simile a quello che si può ascoltare nel terzo album studio del gruppo, Tonight”.
All’improvviso la prima citata nuvola di vapore scompare, diradata dal brusco arrivo del chorus, nel quale l’organetto non c’entra niente, tanto da sembrare che suoni per i fatti suoi, ignorando il resto degli strumenti, e che ricorda una You’re the Reason I’m Leaving di qualche album prima, suonata sotto tempo.

La canzone continua poi ad alternare questi momenti fluidi e vaporosi alla Tonight, con ritornello e finale quasi in stile You Could Have It So Much Better, producendo un effetto ridondante e rendendo una canzone che poteva avere un buon potenziale innovatore -considerando solo l’intro ed il verse- in qualcosa di piatto, ripetitivo e che pare un collage di due canzoni che avevano poco a che fare l’una con l’altra. In quanto a temi, anche Finally racconta di una delle situazioni che rientrano nella lotta “io vs società”, in quanto racconta in maniera così lieta ed ottimista di come il cantante sia finalmente riuscito a trovare il suo posto nel mondo, assieme alla gente simile a lui e che lo fa sentire accettato.

La quinta traccia dell’album, The Academy Award, tratta di una delle possibili reazioni che una persona può avere davanti al pericolo dell’alienazione digitale: in questo caso, il protagonista si isola dal mondo, optando per una vita da Hikikomori, senza amore, senza contatti umani e ovviamente senza la possibilità di vivere una vita sana:

Show me the body
Hikikomori
Through liquid crystal
We look at the world
From our parents’ homes
Show me the body
The secret of longevity
Is to stay away from men
Show me the body now

Nonostante questa sia forse la canzone dai temi più inquietanti dell’album, musicalmente è una delle più gradevoli: le tastiere di Julian Corrie (specialmente gli strings) uniti ai suoni delicatissimi della batteria e della chitarra acustica, rendono l’immancabile ballad -sempre presente negli album dei Franz Ferdinand- un pezzo molto dolce e melanconico. Unica pecca la voce cantata, forse a tratti, ma specialmente nel ritornello, un po’ troppo sforzata e quindi poco rotonda e morbida rispetto al resto dei suoni.

Purtroppo è proprio dopo questo bel pezzo che si raggiunge il minimo assoluto del disco, la crepa più grande che spezza proprio l’album in due, ossia con le tracce 6 e 7, rispettivamente Lois Lane e Huck and Jim. Riguardo la prima non c’è molto da dire: la canzone è piuttosto piatta, non spicca per nulla se non forse per le tastiere nel finire del ritornello e per il finale in cui la canzone si anima un po’, ma che riconferma lo stesso problema già individuato prima in altri brani, ossia la mancanza di un collante tra una parte e l’altra della canzone.

La stessa identica osservazione si può fare per Huck and Jim, la quale è forse l’esempio più lampante in tutto l’album di quella mancanza di organicità all’interno del pezzo stesso e di coerenza con il resto dell’album: purtroppo non tutte le canzoni costruite “a parti” possono venire tanto bene quanto era successo con Take Me Out, ed in questo caso la differenza è davvero troppo accentuata tanto da risultare sgradevole. L’ottava traccia, Glimpse of Love, fortunatamente aiuta l’album a riprendersi un po’, dando un esempio di come potrebbe suonare questo fantomatico mix tra il suono proprio della rock’n’roll band misto a delle sonorità più dance. Deliziosa la modulazione presente nel bridge ed ottimo il lavoro di Bardot con il suono della chitarra, che centra in pieno il tipico suono del gruppo. Il trend positivo di Glimpse of Love viene subito seguito da Feel the Love Go, secondo singolo rilasciato dal gruppo e che probabilmente mostra ancora meglio la fusione tra i due sound accennata dalla traccia precedente.

Al solo premere del tasto play, il ritmo sincopato della batteria accompagnato da una tastiera molto groovy, trasmette immediatamente un’incontenibile voglia di ballare. Julian Corrie e le sue tastiere sono gli assoluti protagonisti del pezzo: i suoni degli strings e del piano, marcati stretti dal pulsare in 4/4 della batteria e dall’incessante chitarra, sono l’anima di ferro della canzone. Tanto inaspettato quanto gradito è il divertente sassofono presente alla fine, che aggiunge un suono nuovo e dal buon potenziale al “catalogo” della band.

Feel the Love Go affronta la tematica dell’amore che viene dato, distribuito gratuitamente, dipingendo chiaramente il carattere ottimista dell’album e della band.

Think of a friend (love)
And wish them love
Think of an enemy (more)
And wish them more

Il disco finisce con Slow Don’t Kill Me Slow, che sinceramente resta ancora un grosso punto di domanda per me. Si tratta di una ballad abbastanza ripetitiva, niente di speciale o di innovativo. Carina, ma non di  più. Forse un finale troppo smorto e tirato per le lunghe.

Tirando le somme, l’atteggiamento dei Franz Ferdinand di voler “immaginare il futuro, ma il loro futuro¹, cercando di innovarsi tramite -ad esempio- l’uso di nuove tecnologie, è però influenzato da una corrente sottotono di retromania che vaga per l’ambiente dell’indie e che sta riportando in voga delle sonorità più dance – come nel caso dell’ultimo disco degli Arcade Fire, “Everything Now. Il risultato non è comunque dei migliori: suona troppo insicuro. Si percepisce chiaramente che il gruppo sta cercando di cambiare, e si sente altrettanto che non vuole tradire la propria identità, ma probabilmente il tentativo non è stato fatto con totale convinzione, risultando in una specie di “crisi di mezza età”.

Generalmente, il sound è più secco e grezzo rispetto a quello degli altri album, dovuto probabilmente al fatto che la band ha deciso di non correggere i pezzi con l’ausilio del pc in fase di post produzione ². Comunque sia, voglio dare fiducia a questa nuova formazione dei Franz Ferdinand: d’altronde è vero che è tanto necessario quanto difficile trovare un nuovo equilibrio dopo l’abbandono di Nick McCarthy ed il conseguente arrivo di Dino Bardot e Julian Corrie, ma spero che questo loro ottimismo e voglia di sperimentare li possa condurre ancora una volta a contribuire in maniera sostanziale alla storia di questo genere.

Nel frattempo, attendiamo il loro prossimo live qui in Italia, il 15/03/2018 a Casalecchio di Reno (BO).


¹, come affermato durante l’intervista di Giulia Salvi per Virgin Radio.

², come dichiarato nell’intervista per Rockol.

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Claudia Crivellenti

La mia vita è composta da musica, colori pastello, concerti, cani carini, meme, altra musica e cibo.

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