C’è un momento, nella carriera di alcuni artisti, in cui il cambiamento non arriva come un terremoto ma come una ristrutturazione fatta troppo in fretta. I muri restano gli stessi, ma qualcuno ha deciso di ridipingere tutto con colori più neutri. Più vendibili. Più abitabili da chiunque. E magari a realizzare il progetto non è stato nemmeno il padrone di casa. Calcinacci di Fulminacci è semplicemente questo: un disco che prova a mostrarsi indispensabile ma che finisce per sembrare, nella maggior parte dei casi, mediocre.
Perché chi ha ascoltato Tante care cose sa bene che Fulminacci non era nato per essere “non male”. In quel disco, grazie anche al lavoro di Tommaso Colliva, c’era una cura sonora quasi maniacale, una profondità negli arrangiamenti che oggi sembra evaporata. La prima caratteristica che esce fuori della nuova produzione di Pietro Paroletti in arte Golden Years (a cui è stato affidato in cura l'intero lavoro, tranne un pezzo prodotto da okgiorgio) è l'aver reso le batterie dei rintocchi spesso compassati e compressi, tra un verso e l'altro. Come se qualcuno avesse deciso di limare ogni spigolo possibile, rendendo molto saturo l'ecosistema sonoro. E quando anche il suono prova ad aprirsi davvero - grazie al mixing di Andrea Suriani, gli arrangiamenti di archi firmati da Gaetano Scognamiglio e i cori di Margherita Vannicelli - si intravede, forse per un attimo, quello che il disco avrebbe potuto essere.
Poi però tutto torna rapidamente in carreggiata. Il pop più ordinato, più radiofonico, più riconoscibile. Più innocuo.

Non eravamo abituati a un Fulminacci che si aprisse in modo così diretto all’ascoltatore. Ed è, in teoria, una scelta interessante. Il problema è che questa apertura coincide con una perdita progressiva di identità. Le canzoni sembrano cercare un punto di contatto con il grande pubblico, ma nel farlo finiscono per assomigliare a qualcosa che abbiamo già sentito molte volte. Quando poi arriva Tommaso Paradiso, il re del sentimentalismo pop nelle canzoni d’amore, il quadro si completa quasi automaticamente. Il rischio di tonfo clamoroso si materializza soprattutto in Stupida Sfortuna, che rappresenta perfettamente il paradosso di questo disco: voler scrivere una hit senza avere davvero una hit tra le mani. Quello che cantava in Ragù giusto un album prima è diventato realtà. È il paradigma di un lavoro che sembra progettato per allargare il pubblico - cosa che a tutti gli effetti accade - ma che nel processo finisce per rendere Fulminacci meno riconoscibile, meno personale. Più identificabile in qualcosa di già esistente. Il che non è necessariamente un errore. È una ricollocazione.
Quello che però emerge di negativo è soprattutto una scrittura stanca. Per anni Fulminacci è stato uno dei parolieri più brillanti della sua generazione, capace di infilare in una canzone immagini che sembravano uscire direttamente da una conversazione rubata alla vita vera
Pss, ehi, quanto mi dai?
Faccio quello che vuoi
Qui invece la sensazione è che molte intuizioni restino a metà
L’infinito a me mi fa spavento
in netta contrapposizione a quel +1 che era un porto sicuro giusto un paio d'anni fa, o
Ma spero di essere il migliore dei tuoi sbagli
sono versi che funzionano, ma attorno a loro spesso si accumulano frasi, talvolta fatte, che sembrano scritte di corsa. Come se il racconto della fine di una relazione - che attraversa buona parte del disco, se non completamente - fosse stato messo su carta prima che le idee si sedimentassero davvero. Un post break-up album del poeta torturato, senza mai avere nelle corde quest'ultima definizione di sé.
In parole povere: abbiamo capito che ti sei lasciato. Ma forse lo abbiamo capito troppe volte.
Il punto più basso arriva probabilmente con Da qualche parte in Italia, dove Fulminacci si piega alla scrittura di Calcutta senza che l’incontro produca davvero scintille. Il risultato è un brano con acuti poco memorabili e un ritornello
Ti amo, che strano
che lascia addosso più imbarazzo che emozione. Altrove il problema è diverso ma simile nella sostanza. Nel pezzo con Tutti Fenomeni, ad esempio, Fulminacci sembra provare a imitare una scrittura più aforistica. Ma, di nuovo, l’operazione resta superficiale, come se si trattasse più di un costume che di una vera postura artistica. E allora la domanda diventa inevitabile: qual è la sua spina dorsale, oggi?
In mezzo a tutto questo, ci sono comunque alcuni momenti riusciti. Niente di particolare è una ballad che funziona davvero, forse perché non cerca di dimostrare nulla. Anche Tutto bene, con il suo arpeggio, riempie finalmente uno spazio che mancava nel repertorio del cantautore romano, anche se l’ingresso dell’orchestra tra secondo verso e ritornello suona un po’ troppo artefatto.
Altrove, invece, il rischio involontariamente pubblicitario è dietro l’angolo: alcuni brani sembrano usciti direttamente da uno spot del Cornetto Algida, con Sottocosto che sfiora pericolosamente quel territorio. Anche le collaborazioni finiscono per lasciare qualche perplessità: quando compare l'onnipresente Franco126, Fulminacci torna improvvisamente a una romanità caricata che suona più come un tic che come una scelta stilistica. E il risultato è l’ennesima canzone che sembra appartenere più all’universo trasteverino che al suo.
Eppure il cambiamento non arriva dal nulla. In fondo, era già iniziato con la presentazione di Casomai al Concerto del Primo Maggio dello scorso anno: lì, con quel singolo, si intuiva che qualcosa stava mutando nella sua traiettoria artistica. Nel frattempo, si è creata anche una piccola bolla post Sanremo su X dove Calcinacci viene celebrato come un capolavoro e in cui vengono - finalmente, oserei dire - scoperti anche i suoi lavori più datati. E la sensazione, però, è che quell’aggettivo appartenga molto più naturalmente ai suoi primi due album.

Alla fine Calcinacci è esattamente ciò che suggerisce il titolo: i resti di una casa che sta cambiando forma. Non è un disco disastroso, anzi. È un onesto lavoro per il bonus 110. Un cappotto termico raffazzonato per quando si ha freddo al pianto, direbbe il poeta. Ma è un disco che sembra costruito con materiali già usati, appoggiati uno sopra l’altro senza la stessa urgenza e lucidità che avevano reso Fulminacci una delle voci più interessanti del nuovo cantautorato italiano. In Calcinacci molte canzoni finiscono per assomigliarsi, come se abitassero tutte nello stesso paesaggio sonoro. Un mondo di brani costruiti con la stessa grammatica pop. Come, ai tempi, suonava anche Simile. Un pezzo riconoscibile, a tratti anche gradevole, funzionale, ma raramente sorprendente.
Quindi si naviga a vista: tra il desiderio di diventare più grande e il rischio di diventare semplicemente più simile agli altri. E forse è proprio lì, tra quei detriti, che si capisce la cosa più importante: a volte nella carriera di un artista servono anche le pause. Perché non tutto quello che succede nella vita merita subito una canzone. La vita, in fondo, è più spesso
olio su un pezzo di pane
che una scena scritta da uno sceneggiatore.
E dire ti amo, no, non porta sfortuna, nonostante sia inserito in una vincente connubio sonoro qual è L'avventura: un brano intelligente che nuota nel pop contemporaneo. L’idea non è nemmeno banale. Ma ancora una volta la scrittura resta sospesa, poco convincente. E allora viene da chiedersi se proprio lì - in questo tentativo ancora incompleto - ci sia la possibilità per una ripartenza. L'importante è non raccontarla troppo presto, perché il rischio è che possa interessare
meno di zero, meno di un euro
E per uno che aveva fatto della sorpresa la sua qualità migliore, è forse il limite più evidente.