George Ezra | Staying at Tamara’s

by Giada Agnoli

Voto:

B-
Coerente

 “What are you waiting for?”

Eh si, eravamo rimasti qui, a quel “che aspetti”, parole citate in Blame It On Me e che ho utilizzato proprio poche settimane fa per concludere il suo spazio nella rubrica “Lost in the Echo” per chiedermi che fine avesse fatto. Ora siamo qui, a raccontare queste nuove undici canzoni, contenute nell’album “Staying at Tamara’s“, disponibile da pochi giorni.

In effetti è successo tutto all’improvviso: a metà gennaio ci aveva rallegrati con la notizia dell’uscita del suo secondo album e dopo poche settimane abbiamo già il piacere di ascoltarlo in maniera integrale, un vero e proprio paradiso per noi fan. E il paradiso c’è stato davvero: Paradise, il primo singolo di “Staying at Tamara’s” è uscito il 19 gennaio, e con quelle nuove note ci ha dimostrato che è tornato più forte e carico di mai.

Dove eravamo rimasti quindi? Ah si, a “Wanted on Voyage”, dove il nostro caro George ci ha raccontato il suo viaggio Interrail per l’Europa e di come Budapest (la canzone che ci ha tormentati nel lontano 2014) non sia riuscita a partecipare a questo tour.

Che cosa vuole raccontarci questa volta? Sinceramente io mi aspettavo un qualcosa di ancora più originale, un altro racconto di vita, o perché no, magari di un altro viaggio.

Dal titolo sembra tutto il contrario, è Stay infatti la parola chiave: stare, rimanere, restare; insomma tutte parole statiche, in netta contrapposizione con Voyage, il termine principale contenuto nel titolo del suo precedente album, che può rimandare ad una vita precaria, vissuta in maniera nomade e ovunque nel globo. Se si volesse approfondire, la domanda principale che potremmo porci è: chi diavolo è Tamara? Sbirciando e traducendo alcune delle interviste che ha rilasciato recentemente, ho scoperto che questa famigerata Tamara non è altro che la proprietaria dell’Airbnb di Barcellona in cui George soggiornava, insieme a studenti di moda, artisti e colleghi musicisti. Ed ecco svelato il mistero: “Staying at Tamara’s” racconta ancora un viaggio. Ezra ha definito il suo nuovo album “una collezione di canzoni sulle paure, l’amore, la voglia di scappare e sognare”, raccontandoci l’Isola di Skye, una fattoria di maiali a Norfolk, la contea del Kent e il Galles del Nord, fino all’appartamento della signora Tamara.

Nel complesso possiamo dire che Staying at Tamara’s è un album fresco, allegro e scattante. Bene, siete pronti per fare questo viaggio assieme a me ed insieme a George? Il mio primo ascolto ai brani nella sua interezza l’ho vissuto proprio con lo spirito dell’autore, immaginando quei luoghi che Ezra descrive.

Cominciamo questo viaggio con Paradise, brano collocato più o meno a metà della tracklist. Il brano è nato da una melodia che George non riusciva a togliersi dalla testa e che ha trasformato mesi dopo in un mood decisamente positivo e dall’attitudine allegra e scanzonata.

La canzone mette in luce il momento indimenticabile di quando incontri una persona nuova e ti innamori: non quando cerchiamo di indovinare i sentimenti che proviamo e ciò che significano, ma quando sappiamo precisamente di cosa si tratta: il paradiso, il vero amore.

“I’m in paradise whenever I’m with you

If it feels like paradise running through your bloody veins, you know it’s love heading your way”

Paradise è dannatamente orecchiabile, si insinua nel tuo cervello fino a quando sei consapevole del fatto che la stai canticchiando da oltre un’ora (eh sì, a me è successo). La voce di Ezra sembra più bella che mai, un profondo baritono ricco che lo fa sembrare, ancora una volta, più vecchio dei suoi 24 anni.

Merita molto anche il brano di apertura Pretty Shining People, che diventa quasi un inno per l’ansia, con frasi tipo “che tempo terribile per essere vivi, se sei incline a pensare troppo”. Tutto questo è raccontato in un dialogo tra George e Sam, seduti in un’auto. Ma non sarebbe un album di George Ezra se anche in questa tematica non ci avesse messo un po’ di gioia: lo fa con un ritornello allegro e pieno di vita, urlando al mondo: “Hey pretty smiling people, we’re alright together”.

Nelle prime parole di Don’t Matter Now rimane intrinseco il vero significato dell’album (solo nella prima strofa, perché poi il testo perde senso):

“Sometimes you need to be alone, It don’t matter now

Shut the door, unplug the phone, It don’t matter now

Speak in a language they don’t know, It don’t matter now”

In queste poche battute, George ci fa capire come a volte ci sia l’estremo bisogno ti riprendere contatto con sé stessi, e ci dice che il modo migliore di farlo è rimanere da soli, staccare il telefono e andare in luogo dove nessuno parla la tua lingua. Ed è qui, nella seconda canzone dell’album in ordine cronologico, che l’autore esplicita la tematica del viaggio, che si ripercorre anche nelle successive canzoni.

Se anche voi non riuscivate a togliervi dalla testa il ritornello di Cassy O, o quello di Blame It On Me, allora Get Away e Shotgun fanno proprio al caso vostro! Sono un’esplosione di vita e gioia, vengono usati strumenti nuovi di sottofondo, come una vera e propria orchestra e i cori sono più marcati (un po’ alla Listen To the Man). Le tematiche rispettive sono il sogno e ancora una volta il viaggio. In Shotgun, infatti, il protagonista sogna una ipotetica cima di montagna, e dice agli amici che nel caso lo stessero cercando, lui sarà lì. Questo “lì”, però, non è molto chiaro, perché sono davvero tanti i luoghi che vengono citati: l’Equatore, la montagna, in strada e il lato del passeggero di un’auto (probabilmente la stessa di Pretty Shining People).

Per quanto riguarda Get Away, nel testo appare ancora la montagna misteriosa di Shotgun, questa volta però è descritta come quel pendio che il protagonista vede quando chiude gli occhi per sognare e per fuggire dall’ansia. Ed ancora una volta appare la tematica dell’ansia, molto cara al cantautore, in quanto aveva confidato ai giornalisti di averne sofferto recentemente.

In All my Love l’autore segue ancora i contesti precedenti, facendo un mix, in questo caso, tra il viaggio e l’amore. Il sound generale della canzone ci porta su una spiaggia alle Hawaii a bere mojito e a prendere il sole su una sdraio. Tutto questo amore descritto dal britannico un po’ mi nausea, e pure qui non manca: “All my love is yours / All my time is ours / All my reckless dreams and / All my restless hours”. Si caro George, va bene che ti sei innamorato (e purtroppo non di me), però così è un po’ troppo.

Con Sugarcoat ci teletrasportiamo in Sudafrica, alle tre di notte in punto, sotto ad una “luna sanguinante”, dove i protagonisti sono troppo impegnati a “seguire il posto” piuttosto che a visitarlo. Il significato della canzone è molto profondo, probabilmente uno dei migliori dell’album, a parer mio:

“And it’s a big jump, big jump

You haven’t got forever, boy”

Il protagonista invita il ragazzo di cui parla a fare questo grande salto, a vivere il momento, perchè l’eternità non aspetterà sicuramente lui. Il tema della vita vissuta per attimi è molto presente nel disco, anche se spesso è camuffata e passa in secondo piano. Ma da queste piccole frasi si capisce come sia una tematica molto cara all’artista.

Dalla settima canzone in poi (diciamo anche per fortuna), il mood dell’album si trasforma, perché se prima era tutto un “ehi che bello vivere, voglio cantare, ballare viaggiare all day all night”, da Sugarcoat le cose cambiano un bel po’. Non fraintendetemi, le canzoni spruzzano gioia ancora, sennò non sarebbe George, ma diciamo che paragonate a Paradise o a Get Away si nota molto la differenza.

A me era piaciuta molto Leaving It Up To You, la sesta canzone di “Wanted On Voyage“, e non sono riuscita a fare a meno di chiedermi se ce ne fosse una versione simile anche in “Staying at Tamara’s. Il britannico non mi ha deluso, perché ho trovato Hold my Girl seguace di quello stile, e da buona emotiva come sono, mi sono impersonata nella ragazza protagonista del testo e successivamente mi sono pure commossa. L’amore che descrive è tormentato, consumato in letti silenziosi, notti fredde e tra tanti sogni. Il protagonista vuole salvare la relazione, nella speranza un giorno di vedere l’uomo sulla luna e di poter ristringere la ragazza anche solo per un minuto.

In Saviour, dove appare il primo “feat” per il cantautore britannico, non ci distacchiamo troppo dalle tematiche principali dell’album, perché ancora una volta si parla di amore. Il mood però è leggermente più cupo. (And what I’ve got to give is not enough / It’s a dark night / All of me is all for you). La canzone sembra una continuazione della precedente, Hold My Girl, perché in entrambe l’amore che si descrive non è quello rosa e fiori di Paradise, ma è tormentato, problematico. Quindi il mio consiglio è di ascoltarvele insieme, una dopo l’altra.

Quando ho ascoltato per la prima volta Only a Human, dove la prima strofa dice: “It’s a new day”, ho sperato per quel decimo di secondo che fosse un’altra ennesima cover di Feeling Good, non in stile Muse, ovviamente, ma una versione di George non mi sarebbe dispiaciuta. La canzone, però, non è continuata con “It’s a new life”, ma, seguendo lo stesso stile della canzone finale, The Beautiful Dream, può essere considerata come un vero e proprio mix delle tematiche che l’album tratta: viaggio, amore, ansia, sogni. In Only a Human e in The Beautiful Dream, si descrive molto spesso la notte, citata soprattutto tramite una ninnananna ricorrente, che porterà poi ad un sogno molto bello. Quando l’amata si sveglierà da questo sogno, si troverà il protagonista lì accanto (la cosa fa un po’ di ansia).

Queste due canzoni, insieme a Sugarcoat, Hold My Girl e a Saviour, possono essere considerate come la seconda parte di un album diviso in due, in cui domina, come ho già detto, un mood più intimo, sincero e riflessivo.

Ed anche se Ezra ci può sembrare un amico estenuante che non smetterà mai di parlare dei suoi anni all’estero, il risultato generale dell’album è un pop folk disinvolto e sincero, proprio come lui: un allegro riflesso di un giovane che trova il suo posto nel mondo.

Intanto che noi lo aspettiamo al Fabrique il 26 ottobre, dove è prevista la sua unica data italiana, non possiamo fare altro che porci la domanda: che fine farà?

Secondo alcuni stralci di intervista che ha rilasciato, il nostro biondone britannico sta già dedicando la sua attenzione al viaggio che potrebbe ispirare il suo terzo album, che probabilmente si svolgerà in California. Potrei quasi affermare che questa volta, non servirà un nuovo spazio a George nella rubrica “Lost in the Echo” tra due anni, ma che calcherà di nuovo i palchi molto presto con nuove canzoni, basta avere la pazienza di aspettare che torni dal suo prossimo viaggio!

Giada Agnoli

Ai concerti mi emoziono così tanto da dimenticarmi di respirare

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