Goat Girl | Goat Girl

by Davide Tuccella

Voto:

B
Coraggioso

C’è chi le ha definite come la salvezza dell’indie rock inglese o come il nuovo fiore all’occhiello della Rough Trade, sin dal primo giorno in cui hanno firmato il loro primo contratto discografico. Loro sono, più semplicemente, le Goat Girl, quartetto al femminile natio della South London più movimentata e creativa, Brixton. Ed è proprio il quartiere a sud del Tamigi ad aver cresciuto musicalmente e caratterialmente le quattro musiciste, Naima, Rosy, Clottie e LED, i cui pezzi sono carichi di quella sfacciataggine e spudoratezza che solo delle ragazze londinesi possono aver maturato, scaricando nella loro musica tutte le loro turbe e frustrazioni nei confronti dei problemi e delle assurdità con cui la nostra generazione è costretta a fare i conti. Questo forte desiderio di denuncia, sopratutto di natura politica e sociale, è un aspetto del gruppo difficile da ignorare, e per quanto soggetto a giuduzio personale, rappresenta una parte fondamentale dell’identità della band. Le Goat Girl sono cresciute personalmente e musicalmente in un contesto di protesta e trasgressione essendo abituè del Windmill, localino di Brixton e postaccio per eccellenza, famoso per attirare il talento nudo e crudo della capitale. E’ qui che il gruppo ha trovato un primo pubblico, la loro batterista e una comunità di pittoreschi personaggi pronti ad assorbire e supportare la loro musica, includendo colleghi del calibro di Shame e Matt Maltese.

E’ in questo melting pot di musica e street culture che le ragazze sviluppano il loro suono: il loro primissimo singolo, Country Sleeze, uscito nel 2016, è sporco, minimale e poco amichevole, ma allo stesso tempo dannatamente interessante. Talmente tanto che la Rough Trade decide di stilare un contratto in fretta e furia, scommettendo sul futuro di queste sconosciute ventenni di periferia con una manciata di ascolti su Spotify. Ebbene il 6 aprile 2018 l’etichetta vince la scommessa e riscuote il suo premio, dimostrando a tutti come il rock schietto e genuino abbia ancora un posto nell’industria musicale e sui palchi del Regno Unito. Schietto è proprio la parola perfetta che userei per descrivere il sound di questo disco: musica senza fronzoli e dritta al punto, ma non per questo poco originale, anzi. Strizzando l’occhio a Nick Cave, PJ Harvey e prendendo ispirazione da artisti rock psichedelici come i Khraungbin, le Goat Goat si collocano in un regime musicale che passa dall’essere aggressivo ed incazzato a leggero ed armonico con estrema facilità e scioltezza. Le ben 19 canzoni nel disco, che però non supera i 40 minuti di durata, sono un susseguirsi di pugnalate musicali che non vi lasceranno scampo, considerando come tutte le tracce sono state registrate in modo da sfociare nella successiva, un meccanismo molto old school che dà davvero la sensazione di star ascoltando un’opera unica, piuttosto che una serie di canzoni.

Il disco si apre con uno dei molti interludi presenti fra le tracce, Salty Sounds: una lenta melodia di piano quasi uscita da un film horror, una sorta di introduzione musicale e un avvertimento per gli ascoltatori: da qui in avanti si fa sul serio. Dopo solo un minuto, infatti, Burn the Stake arriva per togliere ogni dubbio, colpendo con chitarre dal suono seghettato e un profondissimo, lamentoso basso, unito ai sinistri cori intonati da Clottie inneggianti al “bruciare tutti quanti quei cazzo di Tories”, partito conservatore inglese. Un buon inizio, no? Dopo solo una manciata di secondi un violino dal sapore country ci accompagna senza un attimo di respiro nella terza traccia del disco, Creep. No, non è una cover dei Radiohead (fortunatamente) ma bensì uno degli esempi lampanti del carattere delle quattro ragazze: Creep è un aperto messaggio al classico pervertito sui mezzi pubblici che, seguendo una vicenda realmente accaduta, filmava la cantante con il suo telefono fissandola incessantemente. E mentre le note di violino fendono l’aria sempre più velocemente il nervosismo di Clottie cresce, culminando in quella che penso sia una delle mie frasi preferite dell’album: “creep on the train, scum in his brain, I really want to smash your head in”. Anche in questo caso, sono solo un paio di note a dividerci dalla traccia successiva, Viper Fish. Nonostante la sua apparente semplicità musicale, questa canzone colpisce con degli attacchi di chitarra incredibilmente tosti che, uniti all’immediatezza dei testi, la rende uno dei pezzi più catchy del disco, catturando l’ascoltatore con le unghie e con i denti.

Verso la fine della prima metà del disco è il singolo Cracker Drool ad attenderci, facendo delle sue armi migliori le sue animate linee di basso molto anni ’80 e la spettralità del suo ritornello, che contribuisce a dare quell’aria da streghe di Salem che calza a pennello alle quattro protagoniste. Ah, il video della canzone la farà entrare a pieno merito nelle vostre playlist “Indie roadtrip”, ma non vi faccio spoiler. Menzione speciale anche per uno dei singoli meglio riusciti del disco, The Man, praticamente un concentrato del sound e del carattere del gruppo. Note incalzanti di basso e chitarra corrono a piede libero per tutta la durata del pezzo, facendosi strada fra una batteria semplicemente maniacale, soprattutto nel ritornello, che rende il tutto un’esperienza coinvolgente al 100%. Le Goat Girl, fra l’altro, non perdono l’occasione di inserire un’arguta riflessione sul gender nel mondo del rock, ribaltando il “classico” fangirling femminile tipico della Beatlemania e facendo scalpitare orde di maschiacci sotto il loro palco.

Goat Girl racchiude in 40 minuti spaccati il suono della Londra non fotografata nelle cartoline, con una schiettezza quasi disarmante e poco attraente. E’ un album davvero coraggioso sia musicalmente che caratterialmente, proponendo materiale non conforme ai gusti di molti e difficile da apprezzare attraverso un ascolto casuale, una delle caratteristiche fondamentali di questi tempi per riuscire a sfondare nell’industria musicale. Nessuna delle 19 canzoni arriva ai 3 minuti di lunghezza per esempio e tutte, nonostante non avendo trovato il loro spazio in questa recensione, contribuiscono a dare forma e carattere all’intero disco a prescindere dalla loro brevità e non meritano assolutamente di essere prese in minor considerazione. Se siete in cerca di un sound cupo, ridotto all’osso e allo stesso tempo ricco di dettagli e profondità musicale, Goat Girl è la band che fa per voi di questi tempi. Una chance, in fondo, se la sono ampiamente meritata.

Davide Tuccella

Campione mondiale di “Giudicare persone in base ai loro gusti musicali”.

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