Harry Styles | Harry Styles

by Federica Di Gaetano

Voto:

C+
Sorpresa

Qui lo dico e qui lo nego: ho aspettato per anni la pubblicazione di un disco solista da parte di Harry Styles e ora sono stata finalmente ricompensata.
Andiamo per ordine: per quei pochissimi nel globo terraqueo a cui questo nome non dice nulla farò un breve recap: Harry Edward Styles, classe 1994, cresciuto in una piccolissima cittadina dello Cheshire, è arrivato alla popolarità nel 2010, dopo aver partecipato alle selezioni per la settima stagione della versione britannica di X Factor. Per capire Harry Styles e il suo disco d’esordio è fondamentale fermarsi e riflettere sul suo passato artistico, aprire una parentesi su chi siano stati gli One Direction e sull’impatto che questa boyband ha avuto sul mondo, non solo per quanto concerne l’aspetto musicale.

 

 

Nati dall’intuizione di Simon Cowell, che ha deciso di accorpare in un unico gruppo cinque ragazzini acqua e sapone che si erano presentati alle selezioni del talent come solisti, si sono classificati terzi e, in tempo record, sono arrivati ad avere il mondo ai loro piedi. Nel giro di soli cinque anni di attività, hanno portato in scena quattro tour mondiali e pubblicato ben cinque album in studio, un paio di dvd live, un film documentario, un’autobiografia ufficiale, persino una linea di profumi. Tutto questo fino ad arrivare (nel 2014) ad essere definiti la boy band più ricca della storia della musica britannica, con un patrimonio stimato di 14 milioni di sterline cadauno. Numeri folli questi, sopratutto se si pensa che i componenti all’epoca erano poco più che adolescenti, catapultati in un mondo di fama e lusso al limite dell’immaginabile. La fiamma, però, poco a poco è andata scemando: nel marzo 2015 Zayn Malik annuncia pubblicamente la decisione di lasciare immediatamente il gruppo, senza neppure portare a termine il tour in corso. Il resto del gruppo pubblica comunque un nuovo album, che però non viene accompagnato da un tour e presto viene annunciata una pausa che ha tutto il sapore di uno scioglimento non dichiarato.
Ma cos’ ha effettivamente rappresentato, a livello musicale, questo quintetto britannico? La risposta è semplice: il pop più costruito, senza un’identità precisa, insipido e commerciale che riuscite a immaginarvi, quello che gli esperti e i veri appassionati di musica detestano e che le teenager di tutto il mondo amano, fatto di suoni piatti, testi solecuoreamore, ma firmato da baldi giovani in grado di mandare in brodo di giuggiole le adolescenti (e le mamme) di tutto il mondo, disposte a pagare prezzi esorbitanti per assistere (o per fare video e foto) a un loro live. Certo, un paio di bei pezzi sono riusciti a sfornali (mi riferisco in particolare al singolo “Story of my life”, che piace più o meno a tutti, nonostante ci si vergogni a dirlo), ma purtroppo ne’ questi ne’ il tentativo di dare alla band, nel corso degli anni, un’immagine più adulta sono bastati per innalzare un livello qualitativo nato e rimasto oggettivamente basso. Poi, da qui ad affermare che siano stati la rovina della musica, e tante altre cazzate che ho letto in giro, penso ne passi di acqua sotto ai ponti; anzi, mi non mi vergogno ad ammettere che ancora oggi sono un mio grande guilty pleasure (così come lo sono Britney e le Spice) e che quando sono in macchina con le mie amiche li metto su e mi diverto parecchio.
E’ proprio qui che la questione inizia a farsi interessante, perché nessuno, viste le premesse, si sarebbe mai aspettato che proprio il membro più giovane della band sarebbe riuscito a staccarsi dalle canzonette pop e dall’immagine di ragazzo della porta accanto che gli erano state cucite addosso e a sfornare qualcosa di musicalmente molto valido e meritevole di attenzione. Harry Styles ha pubblicato il suo omonimo album d’esordio il 12 maggio 2017 per Columbia Records, un disco che stupisce e colpisce piacevolmente anche chi non si sarebbe mai sognato di dare una chance a un personaggio del genere.

 

“I’ve never done this before. I don’t know what the fuck I’m doing. I’m happy I found this band and these musicians, where you can be vulnerable enough to put yourself out there. I’m still learning …  but it’s my favorite lesson.”

 

 

Partiamo dal titolo: personalmente, quella degli album omonimi è una scelta che non condivido, mi sembra sempre che tolga carattere alla veste del disco. In questo caso, invece, trovo che sia in linea con il progetto;  la prima cosa che si comprende ascoltandolo, infatti, è che adesso Harry è finalmente libero di essere se stesso a tutti gli effetti, un artista a tutto tondo, che può suonare ciò che davvero gli piace e non qualcosa di rigidamente imposto. Perché, non prendiamoci in giro, la scelta più facile sarebbe stata quella di confezionare un prodotto commerciale, che potesse richiamare nelle fan ciò che avevano trovato e apprezzato nei One Direction oppure inseguire le sonorità che vanno particolarmente di moda nell’ultimo periodo. Invece, Harry e i suoi collaboratori hanno scelto di osare, realizzando dieci tracce che oscillano sapientemente fra glam rock, indie e pop, in cui a fare da padrone sono le influenze di miti come Bowie, Beatles e Stones, che non solo hanno fatto la storia della musica britannica, ma hanno anche plasmato i gusti dell’artista. Harry Styles in questo disco si mette completamente a nudo, non ha paura di apparire vulnerabile, ed è chiaro ancora prima di premere play, semplicemente guardando la splendida foto utilizzata come copertina. A questo proposito, apprezzo particolarmente l’estetica che è stata adottata non solo per la grafica del disco, ma anche per quanto riguarda l’abbigliamento dell’artista, che in svariate occasioni ha scelto di indossare abiti rosa, scarpe col tacco e camicie col fiocco, sfidando le cosiddette  norme di genere.
Ad essere differenti sono anche i testi. L’amore fa sempre da padrone, ma siamo decisamente lontani dalla visone zuccherosa e adolescenziale della sua vecchia band; ci sono rabbia, delusione e amarezza per una storia ormai naufragata, come in “Two ghost” (“We’re just two ghosts swimming in a glass half empty, trying to remember how it feels to have a heartbeat”), “Woman” (“Apologies are never gonna fix this I’m empty, I know. Promises are broken like the stitches”) e “Ever since New York” (“I’ve been praying, I never did before, understand I’m talking to the walls”).  E’ presente anche una grande malinconia, che emerge in particolar modo nella traccia conclusiva, “From the dining table” (“Woke up alone in this hotel room, played with myself, where were you? Fell back to sleep, I got drunk by noon. I’ve never felt less cool”), senza ombra di dubbio uno dei brani più intensi e riusciti dell’intero disco, così come in “Meet me in the hallway” (“Give me some morphine, is there any more to do?”) e nel singolo “Sign of the time” (“If we never learn, we been here before. Why are we always stuck and running from the bullet?”). “Carolina” (“She never saw herself as a west coaster”)  ha ritmi e rimandi soul che richiamano il sound dei Black Keys, mentre “Only angel”  (“Told it to her brother and she told it to me that she’s gonna be angel, just you wait and see when it turns out she’s a devil in between the sheets. And there’s nothing she can do about it”) e “Kiwi” (“I’m having your baby, it’s none of your business”) sorprendono sia per quanto riguarda le sonorità hard rock, sia per quanto riguarda i testi, che lasciano poco spazio all’immaginazione.
Unica traccia a non convincere è “Sweet creature” , un brano pop che avrebbe benissimo potuto far parte del repertorio dei One Direction e che sembra mancare di armonia con il resto del disco, anche per quanto concerne il testo (“Sweet creature, sweet creature. When I run out of road, you bring me home”), troppo banale e smielato rispetto ai pezzi che lo circondano. 

 

 

Per tirare un po’ le somme, Harry Styles non è certo un album innovativo, è ben lontano da essere un capolavoro e certamente non segnerà la storia della musica, ma una cosa è certa: è un gran bel disco e, certamente, darà una svolta alla carriera di un ragazzo di ventitré anni che tutti davano per scontato, e che è stato invece capace di reinventarsi e portare alla luce un lavoro di tutto rispetto. Speriamo sia solo il punto di inizio per una carriera brillante, perché siamo certi che abbia tutte le carte in regole per diventare un grande artista. Harry sarà in concerto all’Alcatraz di Milano il 10 novembre per l’unica tappa del suo tour mondiale e a segnare la netta distanza fra la sua vecchia band e questo progetto è anche la scelta delle location: ad ospitare i suoi concerti, infatti, non saranno palazzetti ne’ tanto meno stadi, bensì dei club, come per richiamare il carattere racchiuso e intimistico del disco. Detto questo, non ci resta che sperare che Harry sia in grado di costruire un buon live e di reggere il confronto con il pubblico.

 

 

 

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: