Interpol | Marauder

by morghiss

Voto:

B-
Nuovo

New York, primi anni 2000.
La grande mela brulica di artistoidi, video-maker che parlano di video-arte e video-cose, mercatini in cui si accumulano jeans squarciati, e nuovi locali che accolgono volentieri orde di ragazzini entusiasti e frementi per band sgraziate. É il periodo delle urla di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs e degli strazi d’alcol di Julian Casablancas e degli Strokes, che s’impongono con un nuovo proto-punk (d’impronta à la Stooges) che farà da matrice a questa nuova scena indie. E in un marasma di ragazzini dagli occhi gonfi, capelli lunghi e t-shirt sbiadite, si distinguono gli Interpol, anti-ribelli per eccellenza, seri e composti in anni di bagni di sudore, giacca, cravatta e mocassini, sonorità retromaniache, testi contorti e mood à la Joy Division. Il chitarrista Daniel Kessler nato in Inghilterra, il cantante Paul Banks, Inter-Paul, inglese cresciuto in Spagna e Messico, conosciutisi a Parigi, fumano sul palco, vestono e muovono come fossero usciti da un film di Antonioni, e contaminano inevitabilmente la scena indie del 2000 di nuovo punto di vista internazionale, a cui seguì poi in Europa la formazione di gruppi sempre d’influenza post punk quali Editors e White Lies…

Dopo un primo album-condanna, “Turn On The Bright Lights“, e ormai eterno paragone dei quattro lavori successivi, qualche scivolone, cambi di formazione (in cui resiste il power trio formato da Kessler, Banks e il batterista Sam Fogarino) e persino qualche live non proprio esemplare (che gli perdoniamo volentieri), la band di Manhattan torna con un nuovo sesto album: “Marauder. Un cambio di direzione, dichiarato già in partenza dalla copertina dove troviamo Elliot Richardson, procuratore generale durante la presidenza di Nixon di cui mise in discussione l’autorità: timida presa di posizione politica, ma sicuramente anche metafora di un’imposizione stilistica. Gli Interpol abbandonano finalmente il ruolo di band-rivelazione post-punk in cui erano rimasti incastrati, rinunciano ai corposi suoni tipici della dark-wave di cui si facevano portavoce, per cedere a sonorità più decise, condendosi a una rinnovata energia di riff aspri e sferzanti e liriche che si fondono in atmosfere psichedeliche. Complice del cambiamento, il nuovo produttore Dave Fridmann (Flaming Lips, Mercury Rev, Tame Impala, Mogwai…) che sceglie una più cruda registrazione a nastro, in pieno stile “buona la prima”. E allo stesso modo, anche i testi di Paul Banks sembrano voler essere più immediati, fulminei, sinceri. Esemplare la prima traccia, “If You really Love Nothing“: una ballad, uno sfogo esausto, un addio definitivo a chi non è in grado di amare. Diretta e chiara, come chi è abituato alle figure retoriche stranianti e d’impatto visivo tipiche dell’impassibile Paul Banks, non s’aspetterebbe facilmente.

Un lavoro organico, senza tormentoni, senza ritornelli definitivi, da vivere dall’inizio alla fine. Ci ritroveremo a mugugnare sulla più orecchiabile “Flight Of Fancy“, ad ondeggiare malinconici su “Complications“, e con l’atmosfera giusta ci innamoreremo su “NYSMAV“. Seppur nessuno si aspettasse veramente un cambio di stile da una band cult come sono gli Interpol, questo è quello che sembra stia per accadere da qui in avanti, e c’entra un po’ anche il front-man Paul Banks che sembra finalmente ammettere il radicale cambio timbrico in questi vent’anni, ormai ben lontano dalla profondità gutturale dei primi album, concedendo quindi in questo album una nuova introspezione fatta di piacevoli sussurri, pensieri tra sè e sè pronti ad esplodere. Se il risultato è questo, ben venga il declino della dark wave e di tutti i canoni che avevano limitato fino ad ora una band che invece ha ancora molto da offrire. Un nuovo e inaspettato compromesso, inizialmente straniante, come se sentissimo un fantascientifico featuring tra Editors e MGMT.

morghiss

Pane, amore e ritenuta d'acconto. Concerti sotto la pioggia, film notturni, maratone seriali e relative conseguenze.

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