Frozen Charlotte Jack White
6.7

Jack White non ha bisogno di presentazioni, lo sappiamo. Dagli inizi con i White Stripes fino alla sua carriera solista fatta di continui cambi di rotta (Raconteurs, Dead Weather, l'etichetta Third Man Records), l'uomo ha costruito una mitologia rock che si autoalimenta da vent'anni buoni. Ogni volta che pubblica qualcosa, il discorso non è mai "sarà bello?" ma "in che direzione va stavolta?". Con Frozen Charlotte, il suo settimo album solista, la direzione è chiara: si suona la chitarra anche stavolta.

Una delle cose più interessanti di questo disco è la sua nascita. L'album è stato registrato al Third Man Studio di Nashville praticamente subito dopo una serie di date live, con White e la sua band che hanno provato a imbottigliare l'energia del palco. Invece di rilassarsi dopo il tour, White insieme al batterista Patrick Keeler, al bassista Dominic Davis e al tastierista Bobby Emmett sono entrati dritti in studio. Frozen Charlotte ha la fisicità di un disco suonato live in presa diretta, non quella levigata di una produzione pensata a tavolino. Non aspettatevi la sperimentazione robotica di certe cose fatte con i Dead Weather né la varietà stilistica di No Name: qui la ricetta è più diretta e forse proprio per questo già sentita.

Jack White in concerto a La Prima Estate 2026 | Credits: David James Swanson

Frozen Charlotte è il nome di quelle bamboline rigide di porcellana ottocentesche che costavano un soldo e prendevano il nome da una ragazza di una vecchia ballata popolare morta assiderata perché si era rifiutata di mettersi un cappotto sopra il vestito buono per andare al ballo. White usa questa immagine come metafora di cosa significhi per lui la chitarra: un oggetto povero, quasi banale, che nelle mani giuste diventa un mondo intero. È un'idea tutto sommato azzeccata per descrivere un disco che punta tutto sulla sostanza strumentale più che sul testo o sul concept.

Ed è proprio nei brani che questa idea prende forma. Il singolo apripista, G.O.D. and the Broken Ribs, sembra un botta e risposta tra la voce e la chitarra — White canta di essere nel giardino dell'eden con "nessun altro che io e te" — e il testo si alterna con gli strumenti per tutto il brano. Derecho Demonico segue la stessa logica con un piglio più ritmico e ossessivo, mentre Dollar Bill, il terzo singolo, è probabilmente il momento più immediato e radiofonico del lotto, con un groove secco che si struttura attorno a un riff incendiario. Tra i tredici brani spiccano poi She's in a Frenzy e Nobody Knows, che trovano un buon equilibrio tra la ferocia chitarristica e una scrittura melodica ancora capace di respirare, mentre Neighbors Blues, che chiude il disco, è quella che più richiama, come suggerisce il titolo, il blues delle origini.

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Sul fronte produttivo il disco è ruvido, poco levigato — esattamente come ci si aspetta da chi ha sempre trattato la perfezione tecnica come un nemico da evitare. Il problema, se vogliamo trovarne uno, è che questa scelta stilistica finisce per appiattire un po' l'ascolto: dopo sette-otto tracce di distorsione e cavalcate chitarristiche, l'orecchio comincia a chiedere una pausa. Keeler alla batteria fa il suo lavoro sporco benissimo, Davis tiene tutto ben ancorato, Emmett colora quando serve, ma la sensazione complessiva è quella di un disco, che proprio per come è stato pensato, renda di più dal vivo che in cuffia.

E qui arriva la domanda vera: dove lo posizioniamo nella discografia? Frozen Charlotte non è Elephant, non ha la fame primordiale del primo periodo White Stripes, e nemmeno l'eclettismo di Blunderbuss o Lazaretto, dove White si divertiva a spaziare tra generi diversi mantenendo comunque una scrittura solida. È un disco più monolitico, quasi ostinato nella sua idea fissa di chitarra-al-centro-di-tutto. Rispetto a No Name, che aveva colto tutti di sorpresa, Frozen Charlotte sembra la conferma di una formula più che una nuova scoperta: buono, solido, ma prevedibile per chi segue White da un po'.

Jack White, foto promo
Jack White | Foto Press

Non siamo insomma di fronte ad un capolavoro né a un disco che ridefinisce nulla del percorso di White: è un lavoro onesto, ben suonato, con un paio di episodi riusciti e altri che scorrono via senza lasciare granché. Perfetto per essere ascoltato dal vivo (e infatti il tour è già partito), un filo meno per un ascolto casalingo ripetuto. Bello, ma non imprescindibile.