James Blake | Assume Form

by Davide Lotto

Voto:

A
Intenso

Ricordo ancora di quando, nel 2013, mentre ero in macchina, sentii alla radio Retrograde, pilastro fondamentale di “Overgrown”, secondo album di James Blake. Sin dall’inizio del brano, con quel vocalizzo ascendente, mi fu chiaro che quella che avrei ascoltato, non sarebbe stata una canzone banale. Non conoscevo Blake, non conoscevo la sua storia, non conoscevo la sua musica. Mi lasciai guidare dal tappeto dei synth, con quel suo crescendo da pelle d’oca, senza il minimo preconcetto. Sceso dalla macchina mi diressi verso il mio negozio di dischi di fiducia e chiesi al proprietario se aveva qualcosa di questo “James Blake, nuovo fenomeno della musica britannica”, così lo definivano alla radio. Tornai a casa con “Overgrown” tra le mani. Misi il cd nel lettore, feci partire la musica e mi sdraiai sul letto sfogliando attentamente il booklet. A letto ci rimasi qualche ora e quel disco lo ascoltai diverse volte. Ero stato pervaso da un’inedita sensazione di ammirazione verso un qualcosa di tanto bello quanto triste, di un qualcuno che fino a poche ore prima non conoscevo minimamente.

Da quel momento ne sono passati di anni, è arrivato un secondo disco, le sonorità hanno assunto tinte diverse, ma una cosa è rimasta inalterata. Parlo dell’etichetta con su scritto “bella, ma triste” legata indissolubilmente alla musica di Blake. Aggettivi con i quali anch’io, inizialmente, tendevo a riconoscerla, non lo nego. Lo stesso Blake non nasconde questo lato della sua musica e della sua vita (perché ricordiamo che la musica, spesso, non è che un riflesso del vissuto di chi l’ha scritta). L’artista ha infatti combattuto contro una forte depressione, amplificata dalle maschere e dalle luci del palcoscenico, che l’ha lasciato solo in balia di una vita che andava più veloce di lui, concedendogli unicamente di vagare senza forma nella sua musica. Tuttavia, per fortuna o per volere, le cose cambiano. Dopo un periodo difficile, accompagnato da una terapia, James Blake è tornato a prendere possesso della sua vita e della sua salute mentale, dando nuova solidità e forma alla sua persona. Nasce così “Assume Form”, il nuovo album dell’artista rilasciato il 18 Gennaio per la Polydor.

Già dalla copertina del disco potremmo capire che qualcosa è cambiato. Non più volti sfocati o sagome nella nebbia, no. Blake ci mette letteralmente la faccia, uscendo alla luce del sole e lasciandosi alle spalle le ombre di un passato pesante.

Nonostante la tracklist rilasciata una manciata di giorni prima dell’uscita del disco avesse preoccupato i fan del cantante, che gridavano preventivamente a una sua deriva trap, la prima traccia del disco (Assume Form) fa ritirare subito ogni dubbio, con il suo pianoforte elegante ad accompagnare la voce di Blake. Tuttavia, se pensate di ritrovare lo stesso James “purista” delle produzioni precedenti, vi sbagliate. Il disco si fonda sulle contaminazioni tra le sonorità tipiche del cantante con la trap, il soul e l’hip hop, qui rappresentate dalle collaborazioni con Travis Scott (Mile High), Metro Boomin (Mile High; Tell Them), Moses Sumney (Tell Them) e André 3000 (Where’s The catch?). A chiudere il cerchio dei featuring, troviamo Rosalía, astro nascente del new flamenco e folk spagnolo. In Barefoot In The Park, uno dei brani più riusciti del disco, la sua presenza dona un inconfondibile gusto latino alla traccia, andando a completare la palette di sfumature musicali dell’album.

Quello che si ascolta è un disco complesso, ricco di stratificazioni sonore, che in alcuni momenti, come nel brano Don’t Miss It, lasciano spazio al Blake minimalista ed intimista al quale ci avevano abituato i lavori precedenti. Ciò che cambia, oltre alle sopracitate influenze musicali, è l’intenzione con cui Blake scrive i brani e il contenuto degli stessi. Don’t Miss It, ad esempio, si presenta come una vera e propria dichiarazione di intenti: “Everything is about me, I am the most important thing”. Alle tematiche passate, con le loro venature nichiliste e pessimiste, se ne sovrappongono ora altre in netta opposizione con le precedenti. “I thought I might be better dead but I was wrong”, si legge in Power On, dove l’artista riconosce i suoi errori e il dolore del passato, guardando al futuro con più sicurezza e leggerezza nel cuore. Si parla poi dell’aiuto reciproco all’interno di una relazione, dell’esserci per l’altro, in Into The Red. O ancora, il sentimento amoroso ritorna in Can’t Believe The Way We Flow, dove troviamo una bellissima dichiarazione d’amore: “You are my fear of death”. I fantasmi del passato sembrano infine ritornare nel brano che va a chiudere Assume Form, Lullaby For My Insomniac. Il moto ondoso simulato dal sintetizzatore accompagna l’insonnia del protagonista, che viene qui rassicurato dalle parole dell’amante (“If you can’t sleep, I’ll stay up too”), dimostrando che, forse, i demoni del passato di Blake se ne sono veramente andati, che ora si trova in un posto sicuro.

Se James Blake in passato aveva già dato prova della sua maturità artistica, con “Assume Form” si pone su un altro livello qualitativo, ancora più alto, dimostrando quanto anche la serenità, e non solo la tristezza, sia generatrice di bellezza. La produzione è impeccabile, i generi musicali si intrecciano armoniosamente, si strizza l’occhio alle sonorità passate guardando alle tendenze contemporanee, il tutto a comporre un disco dalla bellezza disarmante.

Altri articoli che potrebbero interessarti

Dicci la tua


Ci trovi anche qui: