Kasabian | For Crying Out Loud

by Martina Pagliara

Voto:

B-
Equilibrato

Quintali di hype sulle spalle dei Kasabian.

Tornano a condividere musica dopo l’uscita di 48:13 nel 2014, disco dalle sonorità dance che peraltro richiama l’uso dell’elettronica nel primo omonimo (capo)lavoro del 2004.

Ad anticipare l’uscita del sesto album in studio “For Crying Out Loud” è stato il divertente singolo You’re in Love With a Psycho, abbastanza pop per gli standard della band ma che ha già riscosso un buon successo anche grazie al videoclip e alla versione acustica (comparsa per la prima volta in esclusiva live on Triple J).

Ma il primo estratto in assoluto è stato “Comeback Kid”, inserito nella soundtrack di FIFA17 (la loro passione per il Leicester City FC e per il calcio in generale è tutt’altro che segreta), perfetto da suonare live… fa subito anni ’70-’80, con un intro sinfonico, un basso orecchiabile e deciso e immancabili tastiere.

La promessa di Sergio Pizzorno e Tom Meighan di preservare il rock è stata mantenuta.
Chi temeva di ritrovarsi ad ascoltare qualcosa di totalmente diverso dal solito e chi temeva che sparissero le belle lines di chitarra sostituite da riff banali può tranquillamente tirare un sospiro di sollievo.
Sperimentare sì, ma restando se stessi. Fedeli alla propria personalità, ai fans (e al Leicester).
Ci si può ritenere abbastanza soddisfatti di “Twentyfourseven” e “Bless this acid house”: niente a che vedere con le ballate romantiche come Goodbye Kiss e il sound complessivo di Velociraptor!, ma molto più vicini ai primi due lavori in studio.
O ancora “Are you looking for action?”, uno dei pezzi più old school dell’intero album, della durata di 8:22 minuti ma perfettamente equilibrato, tra elettronica e space rock.
Degna di nota è la quarta traccia, “Good fight”, che ha un ritornello spensierato ed è seguita dalla più introspettiva, indimenticabile, romantica e nostalgica “Wasted”, che poggia i piedi su solide chitarre che rimangono impresse e una batteria che tiene un tempo vagamente dance e sembra riflettere l’umore dell’anno precedente di Tom Meighan.
Il cantante infatti ha ammesso in un’intervista per Rolling Stone di aver affrontato un periodo piuttosto difficile, a differenza di Sergio Pizzorno, che si è sposato e ha avuto un ottimo 2016.
Cosa ne è venuto fuori? Un compromesso fra due mood completamente diversi, calibrato per dare la carica al momento giusto senza tralasciare un aspetto introspettivo.

Serge ha scritto l’intero album in sei settimane, ed è stato in parte influenzato dal malessere di Tom, a cui è stato accanto.
Sono infatti presenti alcune tracce dall’aria più oscura, come suggeriscono i dolci arpeggi di “All Through the Night”.
Il tallone d’Achille dell’album è individuabile proprio in due delle più calme “The party never ends” e “Sixteen Blocks”, decisamente meno entusiasmanti e che danno una sensazione di sovrappensiero, sprovviste della prepotenza tanto amata dalla maggior parte del fanbase e con la presenza più marcata di tastiere ed effetti.
A restituire un po’ di energia, la prima e la dodicesima e ultima traccia, “III Ray (The King)” e “Put Your Life on It” sono puramente da cori da stadio, ed è interessante che due pezzi del genere si trovino uno ad aprire e l’altro a chiudere l’intera tracklist.

La copertina dell’album, come anche il titolo, ha il suo perché: a prestare il volto è Rick Graham, il loro roadie da più di 12 anni, con delle lacrime disegnate su.
L’espressione “for crying out loud” è la preferita di Graham, ed è un modo di dire alquanto arcaico ma diffuso, in Inghilterra, come rafforzativo in un’imprecazione.

Tutto ciò è alquanto innovativo, tutt’altro che pretenzioso, impossibile da definire come qualcosa di puramente commerciale. Ancora una volta anche i testi dimostrano l’abilità di Sergio come paroliere oltre che principale compositore.

Siamo stati sorprendentemente catapultati tra voglia di novità e nostalgia, crisi interiore e crescita personale, singoli decisamente più pop e l’immancabile rock elettronico.
C’è chi non è stato soddisfatto, ma c’è anche chi ha riscoperto una band che si ispira alle migliori pietre miliari del rock, in piedi dal 1997, che continua ad esibirsi con passione e che ci lascia in attesa di un documentario sugli ultimi mesi.

Rispetto alla precedente fase palesemente di ricerca e di sperimentazione, l’ultimo lavoro dei Kasabian recupera e rimette a nuovo un pezzo di storia della musica, conservando quello stile inconfondibile che sin dagli esordi li caratterizza e li ha resi perenni innovatori.
Vogliamo ben sperare che Serge, Tom e compagni non si smentiscano mai.

Martina Pagliara

La fata madrina con i capelli tinti male, il frigo pieno di birre artigianali, la testa sintonizzata su brani anni 2000. Parla in inglese nel sonno, ammesso ch'ella riesca a dormire.

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