Kings Of Leon | WALLS

by Sara

WALLS, il settimo album della tormentata rock band del profondo sud degli Stati Uniti è arrivato in fretta e prima del previsto: qualche tweet criptico verso la fine dell’estate con un misterioso acronimo accompagnato da foto e brevi teaser video che preannunciavano quello che pareva essere un cambio di rotta da parte dei Followill. Sfondi color pastello rosa e azzurri hanno sconcertato i fan dei KOL nei quattro angoli del pianeta, quasi a voler far crollare le speranze di coloro che ancora si ostinano a credere in un ritorno alle origini (e, diciamocelo, un po’ ci speriamo tutti).

collageIl cambiamento che i Kings of Leon era stato preannunciato sia dalle indiscrezioni che giravano su internet che dalle dichiarazioni della band stessa. Una volta ascoltato l’album è facile constatare come questo cambiamento non sia né così evidente né così radicale. Probabilmente i Followill hanno voluto giocare di più sul cambiamento d’immagine: per capire il percorso della band basta confrontare le uniche copertine dei dischi del quartetto che ritraggono i loro volti, che per ironia della sorte sono proprio quelle del primo e dell’ultimo.  Youth e Young Manhood ritrae i quattro baldi giovani in versione di ventenni sbarbatelli, in bianco e nero in stile graffiti. Insomma, una copertina che ritrae perfettamente il sound grezzo e ancora un po’ acerbo della band. Sei dischi dopo si è approdati esattamente all’opposto: via le barbe e i capelli lunghi, i quattro volti non sono più disegnati ma scolpiti nella cera come delle bambole e immersi in un roseo liquido lattigginoso. Cosa aspettarsi da una copertina del genere? Sicuramente un album più pulito e levigato in ogni suo aspetto, che al primo ascolto appare forse un pò piatto, esattamente come ci suggerisce tra le righe la foto che lo presenta. 

WALLS (we are like love songs) è un titolo pop di un disco con una copertina pop che porta con sé 10 tracce rock confezionate secondo i canoni della fabbrica della musica ubicata nella West Coast. Caleb e compagni hanno infatti inciso e registrato il disco sotto il sole della California con il produttore Markus Dravs (Arcade Fire, Coldplay, Florence & The Machine), “tradendo” la cara vecchia Nashville e il loro storico produttore e amico Angelo Petraglia. L’obiettivo della band, come dichiarato in diverse occasioni, era quello di uscire dalla loro “comfort zone“, cambiando aria e team, una mossa tanto attesa specie dopo un disco come Mechanical Bull dove forse suonava tutto troppo prevedibile.

La prima cosa che salta all’occhio – o meglio, all’orecchio – è  l’omogeneità che intercorre nel disco dall’inizio alla fine: le canzoni sono tutte caratterizzate da un sound pulito e perfetto (forse troppo) e seguono la struttura tipica della forma canzone rock che strizza l’occhio alle formule del pop, quella in cui la strofa serve per costruire un climax ascendente che culmina con il tanto atteso ritornello. In questo disco sono infatti i ritornelli da stadio a farla da padroni, e quasi tutte le tracce dell’album ben si prestano ad affiancare i fratelli maggiori Use Somebody e Sex On Fire nelle scalette dei concerti. Tra le degne eredi dei cosiddetti “crowd-pleasing tunes” senza dubbio il primo singolo Waste a Moment con i suoi potenti “ooh ohh ooh”, Around the World con i suoi orecchiabili riff di chitarra, e Eyes On You.

Se dall’esterno e dal primo ascolto tutto sembra un po’ troppo pulito, curato e luminoso, prestando attenzione ai testi emerge il lato oscuro che crea un bel contrasto con la parte musicale. La reputazione dei Followill come band dannata è andata migliorando negli ultimi anni: i tempi dei del buon vecchio sex, drug & rock n roll sono finiti, i tre fratelli e il cugino oggi fanno le rockstar solo sul palco, mentre per il resto della giornata indossano le vesti di padri di famiglia. Le uniche donne da cui sono circondati sono le mogli e le figlie, non viaggiano più su macchine separate e durante i concerti non mandano più al diavolo il pubblico. Ma i demoni, veri o fittizi che siano, non hanno mai smesso di tormentare l’animo del riflessivo e sensibile Caleb, che anche in questo disco mostra il proprio talento nel riversarli nei testi. E così nella latineggiante Muchacho piange un amico scomparso portato via dal cancro; in Over il protagonista è una sorta di alter ego del cantante che decide di impiccarsi nel proprio giardino, soffocato da una cappio che è simbolo delle dipendenza dalla droga e di una storia d’amore finita male della quale non riesce a sopportare il peso; in Reverend invece c’è un omaggio al cantante country Blazey Filey,  vittima di un omicidio nel 1989. Due canzoni e le rispettive storie sono invece ispirate alla moglie del frontman, Lily Aldridge: in Find Me la ragazza si innamora di uno spettro che abita una camera d’albergo a Los Angeles, mentre in Conversation Piece la ragazza decide di trasferirsi nell’apparente affascinante California salvo poi cambiare idea.

a quanto pare "Pink Is The New Black"
a quanto pare “Pink Is The New Black”

La traccia migliore del disco è, come in due album precedenti (Because Of The Times e Only By The Night) quella conclusiva, WALLS, una ballata dal testo malinconico dove la voce di Caleb sembra finalmente riuscire a trasmettere un brivido di emozione assente nel resto delle canzoni. Come recita il vecchio detto, the best comes last, e questa canzone lascia un gusto dolceamaro che fa venir voglia di riascoltare il disco da capo visto che fila via liscio come l’olio. Quello che i Kings ci hanno regalato con il loro settimo album è un buon prodotto destinato al mercato mainstream che, pur portando tracce del rock à la Kings Of Leon negli arrangiamenti e nei riff, ha perso in piccola parte qualcosa della sua identità, in primis la voce roca del frontman che tanto emozionava (nonostante biascicasse parole incomprensibili). Dall’altro lato però rimangono i testi delle canzoni, sempre costruiti in maniera eccelsa e in grado di evocare i fantasmi della mente e del cuore del leader della band.  WALLS non è certo così rivoluzionario come ce lo hanno venduto, ma se non altro rappresenta nel quadro della loro carriera un piccolo passo avanti, a destra o a sinistra… ma di certo non indietro.

Sara

Ventenne con la testa tra le nuvole ma i piedi sempre per terra. Costantemente in bancarotta a causa del “carpe diem” in fatto di concerti, (troppo) spesso preferisco la musica alle persone.

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