Michael Kiwanuka | KIWANUKA

by Birth

Voto:

A
Strabiliante

L’inizio di novembre ci ha accolto, non solo con dei giorni in più di ferie, ma anche con un album che molti stavano aspettando: KIWANUKA di Michael Kiwanuka. Tre lunghi anni hanno separato Love & Hate da questo self-titled, facendo montare l’ansia dei fan a bianco d’uovo, ma eccoci qui con ben 14 singoli da ascoltare con famelica voglia.
A primo impatto vediamo una copertina che mi ricorda un po’ quelle dei vecchi film, soprattutto ha un je-ne-sais-quoi di Sergio Leone. Inoltre ricorda, per la plasticità dell’immagine, una di quelle sculture dai colori vividissimi, che spopolava negli anni Trenta, ma questi sono svarioni miei, scusate. In ogni caso, per concluderla, se guardate bene l’impostazione grafica della copertina, Kiwanuka sembra un dio assiro-babilonese. L’oro sullo sfondo, la pelliccia e l’anello doro che circonda le spalle ne è un segno. Non so perché, ma mi ricorda una delle copertine degli America. Già dalla complicatezza della copertina potremmo aspettarci un indizio sulla costruzione di Kiwanuka, perché sì gli abiti fanno il monaco, a volte.

You ain’t the problem è il singolo che dà il via a questo nuovo album. Il suo ritmo è molto incalzante e ricorda un po’ le canzoni tipiche delle feste afro-americane. Una sorta di jam session che al nostro Michael verrebbe bene ad occhi chiusi, anche se fosse improvvisata e con a disposizione uno strumenti.

https://www.youtube.com/watch?v=ivvs_qL6t_c

“Quell’aura” un po’ alla Sergio Leone viene ripresa palesemente in Rolling  e HeroIntro, dove sembra di essere nel Far West. Pensandoci bene potrebbe richiamare anche i film di Quentin Tarantino, soprattutto Pulp Fiction, dando una vera e propria croccantezza all’album, alleggerendolo da clichés esecutivi, che potrebbero rendere l’album troppo pop e senza altre chiavi di lettura. Kiwanuka è conosciuto per le sue canzoni ritmate, ma anche per pezzi più intensi, la cui molteplicità lo rendono una delle voi di maggiore spicco del Brit pop. Proprio per la ricchezza di spunti e di sounds, fa parlar di sé e riesce a fare innamorare chiunque della propria musica – semplice e diretta, densa in un minimalismo di rimandi musicali che porta in altri tempi e spazi.
L’elemento grafico della copertina non è l’unico che va a suggerire ciò di cui si compone l’opera, ma lo è anche il titolo. Il cognome, come elemento identificativo, spunto per una riflessione molto più intima. Andando a spulciare tra le melodie, si sente l’elemento costante di ricerca su più livelli, mantenendo però l’apertura di base che consente al pubblico di far proprie le canzoni. Hero, soprattutto, ci fa tuffare in vibes più gioiose degli anni ’70, come se l’artista avesse viaggiato nel tempo e preso gli elementi migliori di quel tempo e del nostro, mixandoli insieme.

https://www.youtube.com/watch?v=fb_S4aWI6Og

Kiwanuka è indiscutibilmente il cantante soul per eccellenza dei giorni nostri e questo album è impregnato di emozioni e di vera e propria anima. Lo si può percepire in brani come Light, Solid Ground e Hard to Say Goodbye. Quest’ultima canzone ci porta senza indugi verso gli anni ’60 e ci fa vivere il tempo in maniera diversa. A proposito di percezione del tempo, posso assicurarvi che quando ascoltate questo album vi sentite fluttuare in qualche dimensione sconosciuta, dove tempo e spazio non esistono, ma tutte le epoche si fondono. Non voglio dire che si tratti di un album stoner, ma sicuramente questo è un disco da viaggio, in tutti i sensi. Ti porta con sé come tu lo porti in te. Spaziando tra generi e culture, tra tempi remoti e vicini.
Kiwanuka sembra veramente uno di quegli album vecchi, almeno di trent’anni fa, che richiama il pensiero vero e proprio, uno di quei dischi di band storiche che uscivano solo dopo anni e anni di lunga attesa, senza mai deludere. Non è un lavoro facile, ma va riascoltato con cura e calma. C’è grande varietà che non fa sembrare il tutto un’accozzaglia di singoli che non hanno un loro dialogo interno, ma la fluidità è protagonista. La ricerca, la sperimentazione e, ovviamente, la capacità di mantenere il proprio timbro, nonostante le variazioni, sono una dote straordinaria e a quanto pare Kiwanuka ce l’ha nel sangue.  

Ormai questo album è uscito da dieci giorni e non mi pare ancora di averlo compreso del tutto. E’ fatto a strati, come i famosi look “a cipolla” che ci propinavano quand’eravamo piccini.  Quello che è sicuro, però, è che siamo di fronte ad uno dei dischi più belli di questi ultimi anni e non possiamo fare altro che ringraziare. Vi confesso, inoltre, che sì avevo grandi aspettative, ma non mi sarei mai aspettata un LP del genere. Che siate scettici, che non vi piaccia Kiwanuka, che siate euforici di quest’uscita, l’unico consiglio è proprio quello di ascoltare. Meditateci, ascoltatevelo sul divano a testa in giù o mentre lavate i piatti. (Wow, mi sento la speaker noiosa delle pubblicità di Spotify.) Quindi, invece di star qui a cincischiare, andate ad ascoltarvelo. Personalmente ho provato a parlarvene, ma credo che l’ascolto qui sia non solo necessario, ma obbligatorio. Ma prima, un’ultima cosa. Michael Kiwanuka ci ha dato una propria chiave di lettura, una narrazione di ciò che lui è attraverso la musica. Ogni singolo rappresenta una parte di lui, sia a livello stilistico che a livello umano. Ma c’è molto di più di quanto si veda. Nel suo mettersi a nudo, Kiwanuka, ci ridà la possibilità di interpretare quello che viviamo. Infatti, proprio partendo dalla copertina, vediamo come ci possano essere più interpretazioni, l’una totalmente diversa dall’altra, che però ci mostrano cosa vogliamo vedere e sentire.

Che sia questo un modo per interrogarci? O che sia un modo per metterci in crisi? O per farci andare “oltre”? Non lo so, so solo che Kiwanuka non mi pagherà la psicoterapia.

Michael Kiwanuka sarà in concerto in Italia il prossimo 7 dicembre, per un imperdibile live al Fabrique di Milano.

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Birth

Cresciuta (male) a pane e Nirvana. Il mio obiettivo nella vita è quello di aver vissuto così tanti concerti, da poter reputare la mia stessa vita un concerto.

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