FENIAN KNEECAP
7.5

Nel percorso artistico e storico di una band, a volte può capitare, in un momento preciso dello spazio-tempo, un evento che stravolge completamente la vita dei suoi componenti, trasformandoli in un vero e proprio fenomeno mondiale. Per i KNEECAP, quel momento coincide con il premier britannico Keir Starmer che dice ai giornali che la loro presenza a Glastonbury "non è appropriata". Risposta del trio di Belfast: "You know what's 'not appropriate' Keir? Arming a fucking genocide." Benvenuti nel mondo dei KNEECAP.

Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí arrivano da West Belfast e fanno rap in irlandese — una scelta che è già di per sé profondamente politica, in un paese dove quella lingua è stata repressa per secoli. Dopo il biopic omonimo premiato tra Sundance e BAFTA e l’album Fine Art del 2024, che li ha proiettati sulla scena internazionale, il trio si è ritrovato al centro di una vera e propria tempesta: Mo Chara finito sotto processo con accuse di terrorismo per aver sventolato una bandiera di Hezbollah sul palco (poi archiviate), un tour nordamericano cancellato e perfino il Primo Ministro britannico a commentare la loro attività sui giornali. Abbastanza, insomma, per avere materiale per un nuovo disco.

I KNEECAP: Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí
I KNEECAP | Foto press

FENIAN — prodotto da Dan Carey, ormai presente nella maggior parte degli album usciti nell'ultimi anni, dai Fontaines D.C. alle Wet Leg — segna un deciso passo avanti rispetto a Fine Art. Carey imprime al disco un’estetica più cupa e cinematografica: meno euforia sfacciata rispetto al predecessore, più dubstep notturno alla Burial, più rumore industriale, più beat che strizzano l'occhio alla rave culture. Come precisa la band stessa, il suono è diventato più sinistro. E funziona, perché i KNEECAP non si limitano più a fare festa — qui stanno facendo i conti con la realtà.

L’apertura con Éire go Deo (“Irlanda per sempre”) suona quasi come un manifesto: voci eteree, beat pulsante, atmosfere che sfiorano il trip-hop. È subito chiaro che non si tratta solo di una raccolta di banger, anche se non mancheranno. Smugglers & Scholars irrompe con un riff industriale pesante che romanticizza la storia rivoluzionaria irlandese, facendo riferimento a un fronte unito tra classe operaia e intellettuali (“scholars”) impegnati a procurarsi armi con “dollari americani”. Liars Tale, primo singolo, è un concentrato di punk-rave: un riff che richiama gli anni ’80, rielaborato nel caos del rave contemporaneo. È una lettera aperta a Starmer, senza filtri né diplomazia. Big Bad Mo, invece, spinge su un’energia da Detroit techno, arricchita da inserti house.

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Poi c’è Carnival, e qui conviene fermarsi un attimo.
Il brano ricostruisce l’aula di tribunale in cui è stato trascinato Mo Chara: un giudice inglese che storpia il suo nome — un dettaglio minimo, ma carico di umiliazione — e, in sottofondo, i cori dei manifestanti che scandiscono “Free Mo Chara” tra una strofa e l’altra. È satira tagliente, con l’immediatezza di un hook pop.

Il parallelo con il brano Circotribunale dei nostrani P38 viene quasi spontaneo, ma a ben vedere è ancora più profondo. La loro storia ricalca in modo sorprendente quella dei KNEECAP: anche loro un trio, anche loro finiti nel mirino con accuse di terrorismo, anche loro trasformati in simboli da colpire più che artisti da ascoltare. Stessa dinamica: musicisti elevati a capri espiatori, processi che si fanno spettacolo, un sistema che cerca di silenziare attraverso l’aula più che attraverso il confronto pubblico.

I KNEECAP lo sanno bene e Carnival è la loro risposta: se vuoi trasformarci in un circo, allora saremo noi a gestirlo.

KNEECAP
I KNEECAP | (c) Tom Beard

L’album si apre anche a momenti più intimi, ed è forse questa la svolta più sorprendente rispetto al lavoro precedente. Cocaine Hill, con la voce di Radie Peat, è uno di questi: chitarre che richiamano i Pink Floyd, un senso di smarrimento, paranoia e insonnia chimica, causato dalla sostanza. Uno spezzato della vera vita notturna di Belfast, che abbiamo assaporato anche nel loro biopic. E poi c’è Irish Goodbye, il finale insieme a Kae Tempest. Un brano molto personale, costruito su piano e voce, che ruota attorno alla morte della madre di Móglaí Bap per suicidio circa sei anni fa. Dolore esposto senza filtri, che chiude un disco carico di tensione con qualcosa di profondamente fragile e umano. In questi momenti si capisce davvero che i KNEECAP non sono solo provocazione e maschere.

Il difetto principale? Paradossalmente, proprio quello che oggi sembra essere la norma: una cura quasi maniacale. È difficile trovare vere sbavature in lavori così costruiti, rifiniti al millimetro. E forse è proprio questo il limite: tutto è talmente perfetto — mix, suoni, bassi — da risultare a tratti un po’ troppo levigato, quasi piatto sul piano musicale, come se mancasse quel guizzo imprevedibile capace di fare davvero la differenza.

Detto questo, FENIAN è un disco pienamente consapevole di ciò che vuole essere: più duro, più maturo e più lucido, senza perdere l’energia live che ha reso i KNEECAP un fenomeno da palco. Hanno preso tutto il rumore sollevato attorno a loro e lo hanno trasformato in musica. E non è poco.

The Paddies are back! E questa volta fanno sul serio.