Liam Gallagher | As you were

by Martina Pagliara

Voto:

C+
Incoraggiante

Del primo album solista di Liam Gallagher se ne sta parlando tanto, da prima dell’uscita dello stesso (6 ottobre 2017).
Ma a differenza di qualsiasi altra pubblicazione, stavolta il focus non era puntato sull’attesa e l’aspettativa quanto su quest’alone di sfida che aleggia attorno al più giovane dei Gallagher. Continua infatti la perenne competizione con Noel, del quale attendiamo la risposta il prossimo 24 novembre.
Chiaramente non è questa la cosa più importante, ma bisogna ammettere che alcune tracce come “For what it’s worth” sembrano rivolte proprio al fratellone (e non sono l’unica ad averlo pensato, era argomento di dibattito davanti alle macchinette dell’università, ndr).

La buona, vecchia dose di hype è stata alimentata dallo stesso artista, esuberante al massimo ed attivissimo su Twitter. Il suo account è ormai fonte di insulti, critiche, commenti di ogni sorta, ma si è rivelato anche attendibilissimo per avere notizie immediate sull’uscita. La stessa tracklist è stata postata, track by track, sotto forma di tweet. Ha persino definito la sua stessa canzone “mighty” (vi ricorda qualcosa o qualcuno questa parola?).

Dodici tracce (quindici nella versione deluxe) della durata di meno di un’ora complessiva, e quattro singoli estratti che stanno avendo una buona diffusione nelle radio. Liam, Liam, cos’hai tanto da dirci ancora?

Ascoltando “Wall of glass”, immediatamente si capisce che i versi “I don’t mean to be unkind, but I see what’s in your mind” risuonano come veri, autentici, che lo rispecchiano in pieno.
Appurato che OurKid non cambia mai, ed ostenta con determinazione l’essere sicuro di sé stesso, ci piace pensare che non lo faccia per essere sgarbato, ma semplicemente ammette di sapere il fatto suo. E non ha paura di dirlo con il primo singolo. Dal punto di vista strumentale, ci troviamo di fronte ad immancabili riff semplici ma d’impatto, ma la novità è stata la leggera distorsione ed il sound molto attuale.

Il secondo estratto del disco conquista e trasporta altrove, incoraggia a ritagliarsi uno spazio diverso da quello circostante e l’arpeggio in sottofondo rilassa quanto basta per deviare il pensiero dalle preoccupazioni verso le distrazioni.
Stiamo parlando di “Chinatown”, che sia un perdersi tra i vicoli di un quartiere etnico dal sapore esotico e proibito, o tra i meandri della nostra stessa mente.
Sa di innovazione e di introspezione, qualcosa che forse da Liam non ci aspettavamo, ma è una bella sorpresa.

“Greedy soul” incanta. Ha un ché tra l’easy-listening del momento ed il Britpop dei tardi anni ’90.
Forse è una mossa azzardata definirla molto vicina allo stile dei Kasabian, dato che a loro volta si sono ispirati agli Oasis. E’ nel complesso un’ottima traccia, semplice ma completa dal punto di vista strumentale, che potrebbe consolare i nostalgici del sound di Standing on shoulder of Giants (quarto album degli Oasis, 2000).

Che dire di “For what It’s worth”, se non che è toccante e che il pianoforte nel background è il top? Abbiamo già anticipato che la terza strofa sembra rivolta proprio a Noel Gallagher. Il testo in generale è dedicato alla famiglia, come Liam stesso ha confermato. Non è da tutti mettere da parte l’orgoglio, ammettere i propri errori e chiedere una sorta di scusa, come si evince dal ritornello. Anche questa è stata una sorpresa positiva.

For what it’s worth I’m sorry for the hurt
I’ll be the first to say, “I made my own mistakes”
For what it’s worth I know it’s just a word and words betray
Sometimes we lose our way

Sulla stessa linea d’onda troviamo “Paper crown”, non fosse per il fatto che sembra molto più personale e racconta quasi una storia con toni metaforici e con distacco. Tecnicamente parlando, non siamo poi così lontani dalla fase Beady Eye, ma è un passo in avanti più maturo e consapevole. Anche Liam cresce, a quanto pare.

Apprezziamo “I get by” e “Bold” per la loro vivacità ed energia: rendono molto di più nella versione live che in quella originale, caratterizzata più che altro da chitarre acustiche che conferiscono al disco uno stile leggero.

Non possiamo dire lo stesso di “Universal gleam”, che manca del tutto di originalità, oppure di “I’ve all I need”. Queste ultime ricordano in maniera eccessiva le precedenti militanze di Gallagher in altri complessi musicali, e ci auguriamo vivamente che quest’ombra possa dileguarsi col tempo e con i lavori futuri.

Tutto sommato è stato un buon esordio, un nuovo inizio incoraggiante. Più di qualche brano potrebbe essere destinato ad essere ricordato a lungo. L’album, nel complesso, non sembra avere abbastanza carattere per diventare un grande classico, ma quantomeno non abbiamo subìto alcuna delusione dall’uomo che a tutti gli effetti rappresenta un decennio intero che ci piace e che ci manca.

Martina Pagliara

La fata madrina con i capelli tinti male, il frigo pieno di birre artigianali, la testa sintonizzata su brani anni 2000. Parla in inglese nel sonno, ammesso ch'ella riesca a dormire.

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